Profughi di guerra

In origine furono le famiglie ad andare dal fotografo, dal fotografo del paese, nei giorni lieti delle solennità; poi fu il fotografo ad andare dalle famiglie in rotta o in fuga, per ritrarle nelle ore della sventura. E così, nelle immense distese oscure del novecento, nacque il reporter di guerra. Questa, più o meno, è la storia della fotografia, o quantomeno della fotografia che presto vedremo.

Fatta eccezione per l’uomo di spalle, questi profughi non portano con sé nulla. Niente carretti, carriole, masserizie, suppellettili, niente. Sono dovuti scappare all’improvviso? Nel cuore della notte? Forse. O forse le loro cose sono più avanti, su carri trainati da muli. Ma non lo vediamo. Si tratta di otto persone, una bambina di circa sei-sette anni, un bambino di tre, un ragazzino adolescente, e cinque adulti. Forse sono gli ultimi di una lunga processione di sfollati, fatto sta che dietro a loro c’è solo il silenzio di una gola montana e, oltre la cresta che non si vede, la patria y la muerte.

La bambina avanza in primo piano. La tiene per mano un uomo alto e magro, con un basco in testa. L’uomo ha le spalle inclinate sotto il peso di uno spesso involto di coperte, e il suo capo è incassato, come per ripararsi da un colpo. Con ogni probabilità l’uomo è il padre della bambina. Nonostante la manona enorme, il gesto ha qualcosa di signorile, come se la stesse accompagnando a scuola o alla messa. La bambina ha una sciarpa annodata al collo. A giudicare dagli indumenti, deve fare molto freddo. Il loro incedere in salita non sembra disposto ad arrestarsi davanti all’obiettivo del fotografo, il reporter, che in questo istante si trova con il suo cavalletto al centro della strada.

In secondo piano, trascinato per mano da un uomo non alto, corpulento, trotterella un bambino più piccolo di età, di appena tre anni, si è detto. L’uomo, che con ogni probabilità è il padre del bambino, porta un berretto a tesa corta, come quello di un guardiacaccia. Lo sguardo è fulminante, furibondo, così diverso dallo sguardo del padre della bambina, che manca l’obiettivo e scruta invece in modo inconcludente le oscure distese del futuro. Nel suo incespicare, il bambino sembra divertirsi, ed ha un’aria, sì, malandrina, assai diversa da quella della bambina, che procede eretta e quasi impettita, le labbra dischiuse a prendere ossigeno. Il gioco sembra aver abbandonato la sua vita.

In terzo piano avanzano un ragazzino e un uomo, il ragazzino si gingilla con qualcosa tra le mani, l’uomo porta un fagotto di indumenti sulla spalla sinistra e guarda a terra. Dietro di loro chiude il mesto corteo una figura misteriosa, quella che sembrerebbe l’unica donna adulta del gruppo, avvolta in un ampio cappotto, e con la testa gravata da ciò che sembra una valigia di cartone. Il suo volto è interamente nascosto. Sembra una figura del coro di una tragedia greca. Indossa neri guanti di pelle.

Sul margine destro c’è l’uomo di spalle, in sosta. Indossa un cappotto attillato, di buona fattura, un cappello e una sciarpa bianca. Il suo abbigliamento si dissocia dagli indumenti raffazzonati di questi sfollati, sebbene i bambini ed il ragazzo siano vestiti con un certo decoro. L’uomo è rivolto all’indietro, e sembra aspettare (ma chi? la donna dal capo coperto?). Ai suoi piedi una grande valigia e una damigiana. L’uomo guarda il passato e dà le spalle al futuro. È l’unico a portarsi dietro gli emblemi di un certo benessere materiale, i vestiti di ricambio e il vino, ai quali non intende rinunciare.

A parte la figura femminile in ultimo piano (con ogni probabilità è una donna, ma di che età? giovane, vecchia?), l’unica donna visibile e riconoscibile in questo corteo di maschi in fuga è proprio la bambina in primo piano. Le madri non ci sono. Come una lepre sorpresa dai fari, i suoi occhi sono paralizzati e impreparati. La sua espressione manifesta un certo disappunto, non per il fatto in sé di essere fotografata, ma per le circostanze in cui ciò avviene. Non è su questo viottolo di montagna, non è con questo cappottino liso, non così intirizzita, non è con papà così stralunato che io voglio posare davanti al fotografo per la prima volta nella mia vita, sembra dirci, perché probabilmente questo è il suo primo ritratto fotografico; a modo suo, e benché piccola, deve sentirsi come una ragazza che perda la verginità sul fosso di una strada, invece che su di un letto con le lenzuola.

Guardiamo ora la foto nel suo insieme. Questa è una foto tecnicamente sbagliata. Se è vero che una foto, scomponendola in tre sezioni verticali, dipende da ciò che succede nelle sezioni laterali, qui ai lati non succede nulla. I due pilastri laterali sono collassati. A sinistra lo sguardo vacuo e perso del padre della bambina; a destra lo sguardo mancante dell’uomo di spalle e lo sguardo occultato della donna con il volto coperto. Gli altri si fanno i fatti loro. Tutto il peso della visione si regge sul pilastro centrale, se così si può parlare dello sguardo di una bambina di sette anni. Esso è in asse con lo sguardo del guardiacaccia, tagliente e furibondo, un’occhiataccia che esprime la rivolta luddista dell’uomo agricolo contro la tecnica, forse. Va a piazzare il cavalletto da un’altra parte, stronzo, sembra dire il guardiacaccia. O ficcatelo in culo. Lo sguardo della bambina si allinea su questa traiettoria di fuoco, ma lo fa in maniera più sovrana, e senza livore. Certo, la bambina si sente oltraggiata dal fatto che la propria calamità, e quella di suo padre, sia documentata. Ad attenderla sulla stradina di montagna non c’è la madre, ma l’impassibile obiettivo di un fotografo. Si documentano i giorni lieti, sembra dire la bambina con gelido furore, le feste, la cresima, le nozze, il battesimo del primo bimbo. Non questa processione di poveracci, non questa gita non richiesta. La sciagura non si mostra, si custodisce in luogo segreto. Certo. Eppure la bambina sembra, e mi assumo la responsabilità di quello che sto per dire, dell’enormità di quello che sto per dire, sembra consapevole dell’ineluttabilità di ciò che sta avvenendo, ed esprime con il suo sguardo una sorta di compassione per il lavoro del fotografo.

La bambina mutilata_1
La foto ritrae profughi di guerra spagnoli in fuga sui Pirenei. È pubblicata nel libro dello storico Paul Ginsborg, Famiglia novecento. Vita familiare, rivoluzione e dittature 1900-1950, Einaudi, 2013. Non è dato conoscere il nome del fotografo. Scrive l’autore che nell’inverno del 1939 «si stima che 450 000 persone – quasi sempre interi gruppi familiari – lasciarono la Catalogna e iniziarono la lunga e terrificante marcia verso il confine francese». Molti fra i più deboli – i vecchi e i bambini – morirono per il freddo e le tormente di neve. L’accoglienza che il governo francese riservò ai superstiti di questa lunga marcia non fu affatto compassionevole. I profughi vennero trattati alla stregua di criminali. «Famiglie che avevano cercato a tutti i costi di rimanere unite nella fuga verso nord furono divise con la forza. Le donne, i bambini e gli anziani furono radunati in campi provvisori e dispersi verso altre zone della Francia; gli uomini invece vennero inviati nei malsani campi sulla costa, senza ripari né servizi igienici, delimitati esclusivamente da filo spinato. In questi campi – valgano per tutti quelli di Argelés e di Saint-Cyprien – per parecchi giorni non vennero distribuiti né acqua potabile né cibo, e sulle prime i feriti non ricevettero la minima cura. Malattia e morte erano all’ordine del giorno.» (p. 423-424).

 

 

 

ecfrasis

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