Julio Cortázar e la scimmia occidentale

Nel cognome di Julio Cortázar (che molti si ostinano a chiamare Cortazàr, quasi fosse un ufficiale dell’esercito bolivariano) c’è la radice del verbo cortàr, che in spagnolo significa tagliare. Sarà un gioco di parole, di quelli che peraltro piacevano moltissimo allo scrittore argentino, ma nel suo destino di artista c’è inscritto il taglio in senso cinematografico, e quindi il fare a pezzi lo sviluppo cronologico lineare del racconto, per rimontarlo in una sequenza dove il prima e il poi perdono il loro incardinamento realistico. Nulla è più lontano dalla poetica di Cortázar dell’adagio post hoc, ergo propter hoc, dopo ciò, quindi a causa di ciò.

I racconti di Cortázar iniziano e sono già iniziati, finiscono e non sono ancora finiti. Più che una voce che racconta, sembra che si metta in moto una lavatrice. Attesa la grande passione di Cortázar per il jazz, si può affermare che la voce che apre il racconto si viene ad inserire in un flusso già iniziato, non c’è un cominciamento certo, come un jazzista che entra con il suo a solo nella session già avviata.

 

Julio Cortázar nasce a Bruxelles il 26 agosto 1914. Agosto 1914 è anche il titolo di un romanzo di Alexandr Solgenitsyn. Un anno e un mese terribili, l’inizio dell’ecatombe europea della guerra dei trent’anni (ma, anche qui, quanto prima è iniziato l’inizio?). Il padre, diplomatico di carriera, era stato aggregato ad una missione commerciale presso l’ambasciata argentina in Belgio, ed aveva portato con sé la giovane moglie. Il piccolo Julio viene al mondo proprio nei giorni in cui i tedeschi occupano il Belgio, e sarà forse per aver annusato i venti di guerra sin da poppante, seppur al riparo di un’ambasciata, se Cortázar dedicherà una vita a disinnescare le parole d’ordine che si annidano come serpi nel linguaggio della logica e spingono milioni di esseri umani all’omicidio e al suicidio.

Al termine del conflitto la famiglia Cortázar fa ritorno a Buenos Aires, stabilendosi nel sobborgo di Banfield. Il padre abbandona la madre e i due figli (Julio ha una sorellina), «mio padre se ne andò di casa quando io ero molto piccolo e non ha fatto niente per noi[1]». Il padre tenterà di riallacciare il rapporto con il figlio quando ormai questi sarà uno scrittore famoso, ma incontrerà sempre un secco rifiuto.

La madre si farà carico da sola dell’allevamento dei figli. Conosce varie lingue straniere, ed è una buona lettrice. Accanto a romanzetti popolari a casa circolano anche autori come Alexandre Dumas e Victor Hugo. Julio è lettore precoce ed onnivoro, a sedici anni è capace di divorare gli Essais di Montaigne in alternanza con Le avventure di Buffalo Bill, i romanzi polizieschi alla Edgar Wallace ai Dialoghi di Platone.

Julio studia e scrive, consegue la licenza magistrale, supera gli esami del primo anno della Facoltà di lettere e filosofia di Buenos Aires, ma a causa delle condizioni economiche della famiglia, assai precarie, accetta di insegnare in una cittadina della provincia. Pubblica una raccolta di poesie sotto lo pseudonimo di Julio Denis. Insegna letteratura francese all’Università di Cuyo, si oppone al populismo peronista, e rinuncia in segno di protesta alla cattedra. È traduttore Pubblico a Buenos Aires, traduce anche le lettere che le prostitute del porto ricevono da marinai stranieri, inviate da tutti gli angoli del globo. Non sappiamo se e come sarà stato pagato. Traduce varie opere letterarie, tra cui L’immoralisa di André Gide e Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Nella rivista Los Annales de Buenos Aires Jorge Luis Borges pubblicherà nel 1947 il suo poemetto drammatico I re (Los Reyes). Nel 1949 il primo viaggio in Francia, dove si stabilirà alla fine del 1951, lavorando dapprima come imballatore in un’agenzia di distribuzione libraria, e poi come traduttore indipendente dell’Unesco.

Quello che accade dopo è abbastanza noto. Parigi, i viaggi, Cuba, la pubblicazione dei racconti (da uno di essi Michelangelo Antonioni trarrà spunto per il film Blow-Up), nel 1963 Rayuela. Il gioco del mondo, il romanzo generazionale ed «evento letterario di portata internazionale», il ’68 e la trasmutazione politica verso il Movimento, la celebrità, il ritorno in Argentina al termine della esecrata dittatura, i bagni di folla negli stadi, la cittadinanza francese concessa da François Mitterand poco prima della morte (12 febbraio 1984).

L’opera di Julio Cortázar è spesso associata al fantastico, una sorta di costola oltranzista del realismo magico, dove compaiono animali più o meno immaginari o entità a metà strada tra l’umano e il non umano. Si tratta, ovviamente, di un palese travisamento. Il fantastico, nelle sue varie declinazioni, sia esso mitologico, araldico, mostruoso, ecc., quello che ha conquistato un pubblico planetario, presuppone un saldo realismo antropologico, l’uomo signore di un mondo minacciato e in pericolo; in Cortázar l’uomo, sub specie di «scimmia occidentale»[2], non è signore di un bel nulla, la sua ontologia è instabile, la sua logica il peggiore degli incubi, la realtà è una truffa, il tempo e lo spazio non esistono come linea retta (cosa peraltro acclarata dalla fisica quantistica): i suoi racconti sono popolati di entità intermedie, interstiziali, parti del corpo, oggetti dal precario statuto ontologico, cronopios e famas, personaggi disorientati, e normalmente non sono lì per minacciare o spaventare, o per fornirci metafore grottesche, come gli animali orwelliani; sono presenze enigmatiche, perturbanti, depositarie di un progetto a noi ignoto, ma non per questo meno valido, e di una richiesta di pietà e di compresenza.

 

 

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[1] Julio Cortázar, I racconti, Einaudi – Gallimard, 1994, a cura di Ernesto Franco. Cronologia.

[2] Julio Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, Einaudi.

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