L’uomo della mezzanotte. Appunti per una fenomenologia del Carnevale di Olinda (Nordeste del Brasile)

Alcuni anni fa, non importa quanti, mi sono fermato ad Olinda, nel Nordeste del Brasile, nel periodo del Carnevale. Olinda è una città coloniale, fiore all’occhiello del Brasile postmoderno. Come è noto, il Carnevale è la madre di tutte le feste, ovunque. René Girard[1] dice che nella festa, in ogni festa, si riproduce l’uccisione rituale del capro espiatorio. Questo è per esempio evidente in Spagna, nella corrida. Sempre in Spagna, paese europeo che ancora oggidì conserva e forse preserva un tratto di antropologia primaria, si registra, a Pamplona, un significativo rovesciamento: nell’encierro non si sa più bene chi sia la vittima designata, se il toro (capro espiatorio) o la folla che lo aizza e lo fugge (capro espiatorio?). Non di rado qualcuno resta travolto, gravemente ferito. Una variante temperata del fenomeno si rintraccia nei Ceri di Gubbio, in centro Italia. Qui duemila anni di cattolicesimo non sono stati sufficienti a mettere in soffitta il rito sacrificale. Quello che il cattolicesimo è riuscito a negoziare è che il capro espiatorio si trasformi miracolosamente in un santo.

Il Carnevale, madre di tutte le feste, sembrerebbe smentire Girard. Dov’è qui il capro espiatorio, la vittima sacrificale da immolare per porre fine alla violenza disgregatrice? Qui la gente si diverte e basta. Certo, in Brasile tutto ciò, come è noto, è portato al massimo livello parossistico. Le parate televisive delle majorette e delle scuole di samba sono la foglia di fico di una fenomenologia ben più infera, primitiva, postmoderna, disperata, e carica di futuro. Olinda, come dicevamo, è una ridente cittadina coloniale. Sembra che i conquistatori, approdando quivi con le caravelle, abbiano esclamato: Oh, que linda! Da cui il toponimo. Olinda è un piccolo centro, non più grande di Gubbio, giusto per restare in tema. E quello che avviene nei giorni, e nelle notti, e ancora nei giorni, e poi nelle notti, di questo piccolo centro, lontano dal turismo di massa, è, a farla breve, l’introduzione ad un mistero.

Il Carnevale, come è noto, non inizia. È un energia che si mette in moto prima della sua partenza ufficiale.

Come ho detto, alcuni anni fa, non importa quanti, mi sono fermato ad Olinda nel periodo del Carnevale. Avevo affittato una garconniere, si fa per dire, al centro della città vecchia, la casa atelier di Jeilma, una ceramista. Jeilma aveva, credo, una decina d’anni più del sottoscritto. Non è inusuale che per il periodo del Carnevale i piccoli proprietari delle case del centro di Olinda cedano in affitto ai turisti la loro abitazione, e si trasferiscano dai parenti. Così aveva fatto anche Jeilma. La casa era a piano terra, una sorta di spelonca, dipinta in giallo e blu, a cominciare dal portoncino e dalla finestra. In bagno non c’è il lavandino e non c’è acqua corrente. Si usano i secchi. Nel retro abita Diavolin, il fratello di Jeilma, giocoliere e artista di strada. Magrissimo, mulatto, i capelli ossigenati.

Da che cosa si capisce che il carnevale è iniziato? Il Carnevale ti sveglia al mattino, quando ancora dormi. I tamburi, i fischietti, i sound system, le maracas, tutta la parafernalia del tripudio è già in pieno svolgimento quando ancora dormi, e quando uno scorpione terrorizzato dal rumore attraversa il pavimento e si va a rifugiare sotto il letto, mentre tu infili i piedi nelle ciabatte. Esci per strada per andare a comprare una lattina di guaranà e capisci che non ci capisci più niente. I negozi del giorno prima si sono trasformati in sale da ballo, vedi per strada sfilare frati, suore, infermiere, gladiatori, Cleopatra. Una ragazza bianca, en déshabillé, il corpo tutto verniciato di nero, con un ciuccio come ciondolo sul petto. Vedi passare una cassa da morto.

Nel pomeriggio mi chiama Jeilma. Ceno con lei in un improvvisato ristoro, che durante il resto dell’anno è un negozio di parrucchiere. I gestori sospendono l’attività usuale e affittano i locali per le feste. Sono entrato in quella che, da fuori, sembrava una discoteca, e altro non era che un appartamento, con tanto di cucina e scala a chiocciola. Era un locale gay, molti uomini si baciavano.

A cena dal parrucchiere Jeilma mi parla dell’Uomo della mezzanotte (Homen de meianoite). Me ne parla come di un evento molto atteso e me ne parla come se mi stesse rivelando un segreto. Jeilma mi spiega che ai bonecos gigantes (i bambocci giganti) sono attribuiti dalla gente poteri magici. L’Uomo della mezzanotte è il re dei bonecos gigantes. Un incrocio tra Gesù Cristo e L’Uomo Nero, mi viene da pensare.

Mi avverte che è pericoloso essere in strada al passaggio dell’Uomo nero. Mi consiglia di aspettare il passaggio all’imbocco della via dove abito con Rua de Amparo, per avere una via di fuga. Mi sembrano esagerazioni.

Assisto all’evento dal locale dove ormai sono un habitué. Stavo sorseggiando la seconda, o forse la terza caipirinha. Improvvisamente un crescendo di rumori. Applausi. Dalla finestra che dà sul vicolo vedo scorrere un fiume di ombrellini verdi e bianchi. Poi, lui: l’Uomo della mezzanotte. Erano quasi le due.

Non è Gesù Cristo né l’Uomo nero. Come si vede dalla foto di copertina, è un borghese in frack. Potrebbe essere un presentatore televisivo, un latifondista ad una cena di gala. È inquietante nella sua normalità. Eccolo, mi dico, il capro espiatorio. Secoli di schiavitù e di sfruttamento si contraggono in questa figura distinta, elegante, gelida, spietata. Il Carnevale è la messa a morte simbolica del potere.

Riprendo il filo degli eventi. L’Uomo della Mezzanotte non è ancora passato e la folla è come imbizzarita. Un fiume placido che improvvisamente è percorso da una corrente sotterranea potentissima, e si solleva, in tumulto. Fuggi fuggi, urla, spintoni, gente che cade e viene travolta, mi sembra di aver visto passare una donna svenuta, portata a spalla da un uomo.

Il livello etilico altissimo è certo una delle cause di questo imbizzarrimento generale. Ma credo che ci siano persone che dal di dentro, come pogando, provocano ad arte queste ondate anomale.

Esco perché penso che sia tutto finito, ma da un crocchio capisco che in verità l’Uomo della mezzanotte farà un altro passaggio tra poco. Stavolta lo aspetto dalla strada, o dal campo di battaglia, ma all’angolo di un incrocio, per avere nell’eventualità una via di fuga. Ripassa. Applausi. Tutto tranquillo. Sembra finito… e invece mi sono dovuto riparare nell’andito di un portoncino.

Quello che resta dopo il passaggio dell’Uomo della mezzanotte è un paesaggio di rovine. Nel mio vagare per le strette vie di Olinda devo fare attenzione a dove metto i piedi.  Ai lati due torrenti di lattine ammaccate. Ciabatte (io, per precauzione, avevo messo le scarpe da ginnastica), qualche scarpa. Preservativi usati. Il selciato umido e scivoloso. I muri, gli intonaci intrisi di urina.

Il passaggio dell’Uomo della Mezzanotte ha sancito l’accesso in una dimensione ultronea del tempo, è come se la notte si fosse dilatata dentro se stessa, come se non dovesse finire più. Siamo oltre la festa, il divertimento, le sfilate. Senza aver varcato nessuna porta, il Carnevale è entrato nel suo lato oscuro.

Vedo la polizia turistica che controlla la folla dalle torrette, come nel far west. L’ho vista in azione almeno due volte. Assisto all’arresto di un giovane alto, vestito di nero. Gli torcono un braccio dietro la schiena, e lo ammanettano. Sono poliziotti veri o maschere? C’è il ballo ad ogni angolo di strada, anche in un’area di rifornimento. Doccia con un idrante sui danzatori. Uno, mentre mi passa a lato, fa finta di vomitarmi su una scarpa, io mi giro per controllare e quello mi spruzza acqua in faccia con una pistola giocattolo. Spero sia acqua. Si ode il suono finto della sirena della polizia. Ancora preservativi, poco più che sacchetti di cellophane, di scarsissima consistenza, fuori dai bagni chimici. Ho visto due ragazzi che si chiudevano dentro. A notte fonda vengono utilizzati come alcova. I rigagnoli di liquido, che hanno tutta la parvenza dell’urina. La mia ipotesi è che qualcuno di questi bagni chimici perda, donde la fuoriuscita del rigagnolo che corre lungo i bordi dei marciapiedi. Elaboro anche un’ipotesi sulla vischiosità delle strade lastricate. Ci sono i raccoglitori di lattine, persone non cassonetti, che prendono qualche centesimo per ogni lattina raccolta. È probabile che prima di raccogliere la lattina e riporla nella busta la sgocciolino. Questo, unito allo sgocciolamento delle lattine gettate dai bevitori, produce quella patina viscida, che a quest’ora di notte diventa cospicua e maleodorante. Anche i cartelloni pubblicitari concorrono allo straniamento. La pubblicità progresso della «camisinha», della camicetta, cioè del profilattico. Fuori o dentro la follia, metti sempre la camicetta (ma in brasiliano fa rima). E ancora un’altra pubblicità progresso contro la guida in stato di ebbrezza: un bicchiere pieno di una bevanda verde, molto allettante, e la chiave di un’automobile sospesa. Motto: questo cocktail non si beve. Andare e tornare dà più gusto. Entro in una libreria trasformata in spaccio di birra e cucina.

Poi il mio vagolare mi porta in una piazzetta. Ed ecco l’epifania. Sopra un palco improvvisato i trans: acclamati, sbeffeggiati e sbeffeggianti, mostrano le natiche levigatissime, la folla, uomini e donne, per una volta concordi, li osanna.

 

Tornando a René Girard, e al capro espiatorio. Eccolo il capro! René ha ragione. I trans, capri espiatori per antonomasia dalla notte dei tempi, vittime sacrificali del precario statuto sessuale del maschile e del femminile, ci mostrano il culo levigato e ci dileggiano. In Brasile, rovesciando quello che dice Mike Jagger, la morale esiste. Per una notte, e un giorno, e una notte di delirio.

Ti consiglio ora di riascoltare Princesa di Fabrizio de André. Bellissima canzone. Ma la mestizia ed il tono elegiaco di fondo indirizzano la compassione verso l’obiettivo sbagliato. Nella notte di Olinda invece questo è chiaro. Siamo noi, uomini e donne, nella nostra singolarità disgiunta, i veri capri espiatori della festa.

 

[1] René Girard, La violenza e il sacro, ma anche, ovviamente, Il capro espiatorio.

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