L’intervista del primo dell’anno

Pomeriggio del primo giorno dell’anno. Il freddo intenso dei giorni precedenti lascia leggermente la sua morsa di ferro. Un cronista, munito di Ipad, raggiunge nel tardo pomeriggio uno sperduto borgo tra le montagne, dove si è rifugiato un libraio, uno degli ultimi sopravvissuti. Il direttore della rivista aveva chiamato il cronista nel pomeriggio. Il cronista aveva provato a ricordargli che era il primo dell’anno, ma non c’era stato verso. – Smuovi quelle chiappe e smaltisci. Vai un po’ a dare un’occhiata a questo libraio, ci serve un pezzo commuovente per il primo numero del 2018, un amarcord al sapore del buon tempo antico, qualcosa sulle tradizioni che ancora resistono.

Domanda: – Cosa significa oggi nell’era di internet fare il libraio?

Risposta: – Non significa. Io abbasso la saracinesca.

D.:- Come, chiude?

R.:- A quanto pare.

D.:- Gli italiani non leggono più?

R.:- Non credo che sia una questione di italiani soltanto. Un po’ di anni fa, a Barcellona, ho parlato con un vecchio libraio, gestore di una di quelle storiche librerie con l’insegna liberty e il pavimento di assi di legno scricchiolante, stipata di libri vecchi e nuovi. Al Raval. Il quartiere malfamato e multietnico, quello a destra scendendo per le Ramblas. Il vecchio libraio aveva alzato a metà la saracinesca. Stava seduto sull’uscio, fumava il sigaro alle undici del mattino. Un quadretto proto novecentesco. Alzando il braccio verso la parete interna, foderata di vetuste enciclopedie, commenta: – Todo esto no vale nada, e continua, rassegnato: – Las tabletas (e-reader, ndr), el internet. Poi, alzando il braccio ad ampio giro: – Estos no leen, los chinos, los paki, no leen. («Questi non leggono, i cinesi, i pachistani, non leggono», ndr).

D.: Ma una piccola cittadina della provincia italiana non è piena di cinesi e pachistani.

R.:- Si è cinesi o pachistani dentro. Quanto agli italiani, non è che siano diventati orbi a forza di leggere. Questo è certo. Poi c’è un’esigua minoranza, che legge anche per quelli che non leggono. Dinanzi a questa minoranza mi inginocchio, grato. E sono purtroppo proprio questi lettori virtuosi le vittime delle politiche manageriali che imperversano anche nell’editoria. Non voglio ora tediare nessuno, ma l’editoria non è diversa dagli altri settori. Il backstage è anche qui piuttosto maleodorante, per non dire fognesco.

D.:- Che fa, getta il sasso e ritira la mano?

R.:- I grandi gruppi editoriale stanno attuando strategie industriali con l’obiettivo di potenziare le vendite online a scapito delle vendite del canale retail (vendita al dettaglio, ndr). Questa cosa ha l’effetto di portare alla chiusura delle librerie indipendenti. Ora, se sparisce un libraio, non potrebbe fregare una cippa a nessuno, sia detto tra noi. E giustamente. Ma qui è in ballo un’altra cosa.

D.: – Quale?

R.: La libertà del consumatore. Chiedo scusa al lettore se lo definisco così. Il lettore non consuma, in effetti. Certo, il libro lo compra, ma poi, e soprattutto, lo legge. E l’esperienza della lettura non è appropriato definirla consumo. Il libro non si consuma. Neanche la mente si consuma. Semmai si allena. La lettura e il consumo stanno agli antipodi. In verità sono i documenti dei consigli di amministrazione che definiscono consumatore il lettore. Comunque. Il consumatore non è più libero di scegliere se acquistare un libro facendo click o recandosi in una libreria con il pavimento di assi sconnesse. Magari perché gli piace l’odore della carta. O perché gli piace scambiare due chiacchiere con il libraio o la libraia. Internet dovrebbe essere un’opportunità, non l’unica chance. Dovrebbe allargare le possibilità, non ridurle.

D.:- Quindi sul banco degli imputati sale il commercio elettronico.

R.:- Il commercio elettronico, cioè internet, è una delle più grandi invenzioni dell’umanità, dopo la ruota. E non si può disinventare un’invenzione, come ha detto lo scrittore scozzese Andrew O’Hagan. Uno scrittore per il quale, tra l’altro, internet non è l’apocalisse del bisogno umano di raccontare storie[1]. Anzi. Non è il commercio elettronico a radere al suolo le librerie, sono gli squali che si muovono nella rete. Comme d’habitude. Le faccio un esempio. Qualche domenica fa, al mattino, va in onda su Radio 3 il programma l’Isola che non c’è. Di domenica in domenica un personaggio, scrittore, attore, regista, ecc. viene invitato a scegliere i libri, i film, ecc. che porterebbe con sé nell’isola deserta. Quella domenica mattina veniva intervistata Ludovica Ripa di Meana, scrittrice e poetessa, nonché coniuge di Vittorio Sermonti. Bene. Tra i libri che la scrittrice dichiara di volersi portare con sé nell’isola, c’è un libro ormai dimenticato: Armi e bagagli di Enrico Fenzi, edito da Costa & Nolan. Si tratta, per chi non lo sapesse o non si ricordasse, di un memoir di un brigatista rosso poi pentito. La cosa particolare è che questo brigatista rosso era un professore universitario di lettere, uno studioso di Petrarca, entrato nella colonna genovese delle Br. Una storia quasi di altri tempi, romantica, a vederla da oggi. Secondo l’intervistata il libro Armi e bagagli è un libro importantissimo, potentissimo, onestissimo nel fare i conti l’autore con se stesso. Non so se sia vero, non l’ho letto, anche se me ne ricordo la provenienza. Insomma. Ero in macchina, e ascoltavo questa trasmissione. Mi chiama V. dalla Libreria e mi dice: – Abbiamo ricevuto un ordine su Maremagnum (principale sito italiano di vendita online di libri rari, ndr), indovina cosa? Armi e bagagli di Fenzi, siamo l’unica libreria che lo ha su Maremagnum. Io:- A che prezzo lo abbiamo messo? – € 6,00. – Io impreco qualcosa di irripetibile. Ecco, questo è l’altra faccia del commercio elettronico. Un libro raro, rarissimo, reperito dal consumatore, pardon, lettore in un minuto, mentre sta seguendo una trasmissione radiofonica che sta parlando di questo libro.

D.:- Fico.

R.:- Fare il libraio è stato per almeno cinquant’anni un lavoro fico, poi, da qualche anno a questa parte, è diventato un lavoro da sfigati. La libreria indipendente è stata un’espressione del religioso novecentesco, una cripta laica, con il suo sagrestano (il libraio), i suoi devoti (i clienti), i suoi sacerdoti (gli scrittori).

D.:- La messa è finita.

R.:- Ovviamente no. Si è trasferita online.

D.:- Ma non è la stessa cosa.

R.:- Non è la stessa cosa, è qualcosa di meglio, che invera la storia e il destino del libro.

D.:- Ha l’aria di essere una supercàzzola, questa. E niente ragionamenti contorti il primo dell’anno, per favore.

R.:- Il computer è un sogno sognato da un libro, è l’esito elettronico di quella complessa invenzione umana che fu il libro. E parlo del libro prima della rivoluzione gutenberghiana.

D.:- Quindi non sono entità in opposizione, il computer e il libro.

R.:- Lo sono, come il figlio si oppone al padre. Né più né meno. Però che il figlio rovesci dal trono il padre è normale, oserei dire necessario. Ma che il padre odi il proprio figlio, questo è mostruoso. È un figlio che si è spinto un po’ troppo avanti, d’accordo, che non torna più a casa, ma è pur sempre nostro figlio.

D.:- Il computer è figo e il libro non è più figo.

R.:- Il libro è sempre figo, è la libreria che non è più lo scrigno delle meraviglie che è stato fino a pochi anni fa. Lo scrigno delle meraviglie ora sta racchiuso nei pixel.

D.:- Quindi lei chiude perché gestire una libreria non è più trendy?

R.:- Naturalmente no. Chiudo per abuso di posizione dominante. Una variante legale della mafia.

D.:- La mafia è arrivata anche qui?

R.:- La mafia sta in Sicilia, come è noto. Anche se ci sono vaste aree del Paese con deboli infiltrazioni dello Stato. Rubo questa boutade a un habitué della libreria [il libraio sorride, ndr]. Ho sentito il discorso del presidente, ieri sera. Dice che uniti ce la possiamo fare, se ognuno si assume le proprie responsabilità [il libraio inopinatamente allarga ancora di più la bocca, ndr]. È un uomo così serio, che non viene neppure voglia di fare una battuta. Della mafia non ha parlato, comunque, neanche un cenno, sebbene suo fratello sia stato ucciso dalla mafia. Io personalmente preferisco i presidenti tromboni, si ricorda del Commendatore Baci Baci Benino Benone dell’Ulisse di Joyce?

D.:- Eccome no ![Rido, non ho letto l’Ulisse di Joyce, mi ripropongo di farlo ogni primo dell’anno, ma poi arrivo alla fine e non l’ho ancora aperto. Ndr]. Che direbbe Joyce del personal computer?

R.:- Joyce definì la televisione il cannone sulla barricata della luce. Probabilmente se uno ha pazienza troverà una definizione del computer altrettanto mirabolante in Finnegans Wake, opera visionaria e profetica, che non ho mai letto, purtroppo. Comunque sempre di armi si tratta. Anche il libro lo è stato. Come tutte le armi, è un arma a doppio taglio. «Non c’è potenza umana che non serva suo malgrado dei fini diversi dai suoi». Citazione di citazione.

D.:- Torniamo alla mafia. Cioè all’abuso di posizione dominante. Chi abusa?

[Qui il libraio accenna ad un oscuro complotto organizzato dalle presunte concentrazioni editoriali. Chiaramente è un paranoico. Gli domando perché il governo non faccia nulla. Ndr]

R.: – Guardi, loro sono semplicemente furbi. Ma fanno il loro mestiere, mentre il governo e l’authority non fanno il loro. Ecco che ritornano le deboli infiltrazioni dello Stato in ampi settori dell’economia. Poi si versano due lacrimucce sulle librerie che chiudono, che peccato, signora mia, sapesse quanto era bella quella libreria! Il Parlamento adotta nella legge di stabilità una misura a sostegno delle librerie, soprattutto di quelle indipendenti, ma ormai i buoi sono scappati dalla stalla. Siamo per caso in campagna elettorale?

D.:- Per chi voteranno i librai?

R.:- Ogni giorno si sente una promessa abolitiva più strabiliante di quella del giorno precedente: si è partiti dal bollo auto, si è passati per il canone Rai, si è arrivati alle tasse universitarie, e non è che l’inizio. Sembrano Stanlio e Ollio, ma non fanno ridere, non hanno il senso del comico, si prendono sul serio.

D.:- Quindi i librai non voteranno? Neanche per i comici veri?

R.:- Ha mai sentito un politico che abbia, non dico tuonato, ma, anche solo di sfuggita, accennato alle concentrazioni economiche, alla minaccia alla libera concorrenza, all’abuso di posizione dominante? Oggi assistiamo a qualcosa al cui confronto Orwell è letteratura per signorine.

D.:- Ci sono anche segnali di segno diverso, sembrerebbe. Il caso Elena Ferrante, ad esempio.

R.:- Chapeau. Ma è il silenzio di tutti gli altri che è assordante. Umberto Eco, che di editoria un po’ se ne intendeva, non ha accettato di entrare in un noto colosso editoriale. Però la nuova e indipendente casa editrice è distribuita dal Fornitore Unico. Le concentrazioni le cacci dalla porta e ti rientrano dalla finestra.

D.:- Quindi non resta che chiudere.

R.:- Introibo ad altare dei. Così inizia l’Ulisse di Joyce, e così cominciamo questo nuovo capitolo del libro.

Mentre ritorna alla macchina, il cronista chiama il direttore.

  • Diretto’, esco adesso. Ma qui ci stanno due problemi. Primo, chiude. Secondo, caga il cazzo contro le posizioni dominati e le concentrazioni editoriali.
  • Ah, il solito stronzo. E no, eh! E dopo chi li sente quelli del board? Lasciamo perdere. Cestinala. Non avevi pronta quell’altra intervista alla vecchietta ottuagenaria che ancora fa il pecorino e coltiva le api? Vai con quella.
  • Va bene, diretto’. Buon anno.
  • Buon anno anche a te, pische’.

[1] Andrew O’Hagan, La vita segreta. Tre storie vere dell’éra digitale. L’autore, intervistato da La Lettura (Il Corriere della sera), ha argomentato brillantemente che la rete e la letteratura non sono nemici. C’è da crederci.

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