Il secolo beve. Bukowski, Mahler e l’uso militare delle droghe

Benché non ne facesse sfoggio, ed anzi, tenesse la cosa ammantata da un tenace riserbo, Malebranche nutriva ambizioni letterarie ed editoriali, che si concretizzavano in una congerie di progetti più o meno bislacchi: uno di questi era un libro intitolato Il secolo beve, una carrellata degli scrittori e dei poeti più ubriaconi del XX secolo, con tanto di classifiche, tabelle (etilometriche), schede biografiche, aneddoti, ecc. L’idea gli era venuta durante una conversazione con Gloria Guerra attorno a Bukowski. Non era bizzarra quella passione di Buk per la musica classica?

– La passione per Bukowski verso Brahms e Mahler – aveva detto Malebranche – è, oltre che un genuino interesse, un vezzo esibito contro la musica pop in ascesa, che accendeva il jazz e i Beatles e spegneva la musica classica, nonché – aveva aggiunto – una bizzarra forma di antipatriottismo, visto che la cultura tedesca non godeva negli States di grande favore nei decenni successivi al Second World War.

Si erano stappati due Red Hook e si erano chiesti, con tutto il dovuto rispetto per Brahms e Mahler (che nome straordinario, quest’ultimo, per un compositore maledetto…), quanto cazzo di birra doveva aver trangugiato Bukowski in tutta la sua birrosa esistenza. Per Malebranche poteva essere l’equivalente di una fottutissima piscina olimpionica, mentre Gloria Guerra aveva sostenuto, calcolatrice del cellulare alla mano, che i metri cubi di birra tracannati dal Chinasky equivalevano a un fottutissimo laghetto alpino. Non erano poi così ubriachi.

Insomma il novecento, più ancora che il secolo iniziato male e finito presto e peggio, secondo la tesi dello storico marxista inglese[1], più ancora che il secolo delle ecatombi mondiali, della bomba atomica, della radio, della televisione, del cinema, del jazz, dello sbarco sulla luna o della sua messinscena, era stato il secolo in cui si era più bevuto nella storia umana, fiumi di vino, di birra, di whisky, di vodka, di acquavite erano scorsi giù per le ripide gole del secolo, e avevano bevuto tutti, proletari e capitalisti, contadini e operai, impiegati e dirigenti, fascisti e comunisti (ma gli anarchici più di tutti, i più lucidi di tutti, comunque), cattolici e frammassoni, intellettuali e bifolchi, preti e suore, soldati e ufficiali, poliziotti, doganieri (sbronzo come un doganiere, si dice non a torto), carrettieri, magistrati, medici, professori universitari e bidelli, prostitute, gli artisti, eccome se avevano bevuto, gli attori, i cantanti, le rock star poi non ne parliamo, tutti avevano bevuto più del dovuto, ma, al di sopra di tutte le categorie sociali e umane, quella che inalberava il vessillo del primato era la combriccola degli scrittori e dei poeti, che si erano bevuti di tutto, anche il loro stesso cervello.

– Come fai a sopportare la bomba atomica se sei un poeta? E come fai a sopportare il jazz? Ha ragione Buk. E allora bevi, ovvio che bevi, bevi più di chiunque altro – disse Malebranche.

Il secolo aveva dunque bevuto per dimenticare, o semplicemente per farsi coraggio. Era una delle teorie di Malebranche. La grappa per mandarli a morire nelle trincee della prima guerra mondiale. Poveri ragazzotti di campagna. Era cominciato così il secolo breve.

– Nel secondo round dell’ecatombe erano già tutti ubriachissimi, per questo è stato possibile il Grande Sterminio.

– Però Hitler era astemio.

– Era vegetariano, peggio.

– Cioè anche Hitler beveva?

– Pippava.

– Come Freud?

– E come no? Non si spiega altrimenti quel suo continuo sollevare il mento e spostare il naso di lato arricciando la narice. A meno che non gli puzzasse il fiato o gli puzzassero i baffi.

– O tutte e tre le cose insieme.

– Sta di fatto che uno scrittore ebreo francese si è messo nei panni di un ufficiale nazista che fa carriera nella Gestapo e che si viene a trovare nel bunker a Berlino poco prima della fine. Indovina che fa: prende a morsi il naso di Hitler.[2]

– Sembra una barzelletta.

– Hitler a Vienna prima dell’Anschluss si stende sul lettino del dottor Freud. Tutto quel casino non sarebbe successo. Potevano farsi una striscia insieme, e Adolf avrebbe fatto pace con la sua origine ebraica.

– La coca conferma l’uomo nel proprio delirio di onnipotenza. Cioè sclerotizza le sue più profonde paure. No. Ci voleva un cannone di nero afgano, o direttamente l’oppio. Se i potenti della terra assumessero oppio, i popoli non sarebbero più ottenebrati da nessuna religione e non sarebbero succubi di nessun asservimento.

– Dicono però che i nazisti facessero uso di allucinogeni. In un libro mi pare di aver letto che conoscessero il peyote.

– Può darsi. Dalla grappa passiamo alla droga. I nazisti erano fattissimi, come anche i marines in Vietnam. Napalm e pere. Questa fu la strategia, peraltro perdente.

– Quindi l’uso voluttuario della droga non è un’invenzione consumistica.

– L’eroina e la cocaina sono all’origine una precisa somministrazione militare.[3] Il fatto che si sia continuato a somministrarle in epoche posteriori di apparente pace, indica invece che non c’è stata nessuna pace, siamo stati in guerra in tutto il secolo breve e oltre. Ti sembra un caso che l’Ente Monopolista di Somministrazione della Droga (EMSD) sia la mafia? La mafia ha in appalto dallo Stato la distribuzione di droga nello stato di guerra permanente. La mafia è il quartier generale dell’esercito.

– Quindi un cannone di nero resta l’ultima opzione diplomatica prima che la parola passi alle armi.

Gloria Guerra stava rollandosi una canna.

– Però i Beatles no, non me li toccare.

__________________________________________

[1] Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve.

[2] Jonathan Littell, Le Benevole.

[3] Lukasz Kamienski, Shooting up. Storia dell’uso militare delle droghe, Utet, 2018. Anche la serie TV Peacky Blinders, ambientata a Birmingham nell’immediato primo dopoguerra (secondo una idiota partizione di quello che sarebbe più appropriato chiamare Guerra europea dei trent’anni 1914-1945) conferma, nella sua accurata ricostruzione storica, che dalle trincee si ritornava, chi ritornava, tossici.

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