Spazzolino e dentifricio nella letteratura del novecento

Un altro progetto editoriale di Malebranche riguardava la presenza dello spazzolino da denti e del dentifricio nella letteratura. Il titolo lo aveva già in mente: Spazzolino e dentifricio nella letteratura del novecento, e avrebbe dovuto inaugurare la collana Igienica.

Aveva scoperto che financo un accademico si era occupato ex professo in Italia degli oggetti desueti nella letteratura.[1] Ma quello che lui aveva in mente non era una dotta dissertazione sulle rovine, le reliquie, le rarità, la robaccia, i luoghi inabitati e i tesori nascosti nella letteratura. Nell’abbandono, nel desueto, nel rovinismo si annida come una serpe la tendenza vintage, e questo Malebranche proprio non lo voleva. Lui voleva capire se l’oggetto più intimo della quotidianità era finito in qualche libro e in qualche poesia, o fosse rimasto confinato alla pubblicità commerciale, alla sua narrazione.

E aveva scovato tre brani, tanto per cominciare. Uno di Julio Cortázar, un altro di Vassilij Grossman, cosa che non si sarebbe mai detta, e il terzo di Ghiannis Ritsos. Due dei tre riguardavano l’amore, se non direttamente Eros; il terzo la guerra, ovvero Thanatos, tanto per simmetria. Ci poteva stare. L’amore deve sempre trionfare. Almeno nell’editoria.

Lo scrittore argentino aveva scritto di una poesia su uno spazzolino da denti. Neanche Neruda, che aveva praticamente scritto un’ode per ogni cosa, si era spinto a tanto. Una cosa alla quale Malebranche non aveva francamente mai pensato, e cioè allo spazzolino come oggetto che ricorda l’amata, una volta che ella se n’è andata, e ha lasciato il suo spazzolino a far compagnia al tuo, dentro alla stessa ciotola di plastica.

– So che hai scritto una poesia su uno spazzolino da denti – gli dissi maligno.

– E perché accosti la poesia alla parapsicologia? Sono due metodi e due tipi di conoscenza. Quello spazzolino era affondato nei molari di una ragazza che ho amato molto e che se ne sono andati in Spagna. Aveva sfiorato la sporgenza del suo scheletro, l’affioramento del suo sistema abissale, il mondo del suo sangue. Ti dico che quello spazzolino era un oggetto saturo di poesia.[2]

Lo scrittore russo porta il tubetto di dentifricio nella steppa, tra le sabbie aride del Caspio. Anche qui ci vuole una bella fantasia, si potrebbe pensare. Ma invece no, osservò tra sé Malebranche. Niente immaginazione, qui. Grossman fu reporter di guerra dell’Armata rossa, e molto del materiale narrativo recepito in Vita e destino è reperito direttamente sul campo, per così dire. Qui uno dei personaggi principali, il tenente colonnello Darenskij, viene mandato dal quartier generale nella steppa, a controllare la ritirata russa durante la drammatica avanzata tedesca. Darenskij lì, fra la sabbia, trova i soldati «[…] sopraffatti da un torpore apatico. Comandanti di ogni rango sembravano non avere nulla a cui badare: la sabbia era l’unica cosa certa, oggi, domani, il giorno seguente e l’anno a venire…». Il capo del battaglione fucilieri, tenente colonnello Bova, invita Darenskij a passare la notte da lui. Bova si è organizzato in una catapecchia «di legno con le pareti spalmate di argilla e letame e qualche pezzo di lamiera a far da pavimento.»

«[…] Fece accomodare Darenskij su una cassa di conserve americane e gli versò la vodka in un bicchiere spesso, opaco e con il bordo sporco di dentifricio, poi gli avvicinò un pomodoro verde in salamoia su un foglio di giornale ridotto in poltiglia.»[3]

Vita e destino viene definito dai critici un’opera mondo, una formuletta, si disse Malebranche, che si usa per liquidare alcuni libri che la mente umana a stento riesce a concepire come partoriti da un’unica persona in carne ed ossa. L’Odissea ad esempio (infatti c’è la questione omerica…), la Divina Commedia di Dante, Guerra e pace di Tolstoj, L’Ulisse di Joyce, e, appunto, Vita e destino di Grossman. È perché la mente umana ha un vizio d’origine: si meraviglia del grande, del grandioso, e invece dovrebbe stupirsi, nei grandi affreschi, soprattutto del dettaglio, della minuzia, del bordo del bicchiere sporco di dentifricio. Ma tant’è.

Malebranche scovò poi l’ultima occorrenza nella sua memoria. Il poeta noegreco Ghiannis Ritsos, che leggeva nei suoi tetri vent’anni. Ritsos non ne vuole sapere di spazzolino e dentifricio di primo mattino. Vuole che la sua amata torni a letto. Sente il rumore dell’acqua che scorre dal rubinetto e sogna.

«Io dormo ancora. Sento che ti lavi i denti nel bagno. In questo suono

ci sono fiumi, alberi, un monte con una chiesetta bianca,

un gregge di pecore sull’erba (ne sento i campanelli), due cavalli rossi,

una bandiera sul poggiolo di una torre, un uccello sul comignolo;

un’ape ronza in una rosa – la rosa trema –

Ah, quanto tardi. E ora non cominciare a pettinarti;

poiché dormo, ti dico, aspettando la tua bocca. Non voglio

odor di menta nella tua saliva. Se mi sveglio

pettini e pettinini e spazzolini dalla finestra te li butto.»[4]

Come è noto, però, la storia umana supera e sopravanza la più sperticata fantasia, e ritroviamo il dentifricio ad Auschwitz. Chi lo avrebbe mai detto, pensò Malebranche quando incappò nella pagina seguente. Eppure in un singolare rapporto redatto da un testimone, risulta che nel Kanada, il settore dove venivano ammassati e selezionati gli oggetti requisiti agli ospiti del lager, ci sono pure i tubetti di dentifricio. Particolarmente ricercati dai Kapò corrotti, perché hanno capito che i deportati sovente vi nascondono dentro le loro pietre preziose.

«[…] L’orrore può essere uno strumento per l’arricchimento e nessuno verrà mai a reclamare le banconote e i preziosi nascosti dappertutto, nelle creme, nel dentifricio, nei doppi fondi, tra stoffa e fodere, nei tacchi, all’interno delle scarpe.»[5]

____________________________________

[1] Francesco Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti.

[2] Julio Cortazar, Divertimento, Voland, 2005, p. 32.

[3] Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi, 2008, collana Biblioteca Adelphi, traduzione di Claudia Zanghetti, p. 365

[4] Ghiannis Ritsos, Parola carnale, in Erotica, Crocetti Editore, 2002, traduzione dal greco di Nicola Crocetti, p. 103.

[5] Marco Patricelli, Il volontario (Witold Pilecki), Laterza, 2010, p. 161.

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