Elogio dei libri proibiti

Caro Stepor, accetto di buon grado il suo invito a collaborare a L’errore di Kafka. Essendo morto oltre trecento anni fa, ho la memoria lunga. Nelle mie notti insonni leggo, e solo quando non ce la faccio più a trattenermi, prendo il mio taccuino e vergo qualche annotazione. Riconosco che l’irritazione è la principale molla della mia rapsodica scrittura. Visto che lei ha chiuso la libreria, penso di farle cosa gradita rispolverando una noterella che scrissi a margine di un servizio apparso, alcuni anni orsono, in un noto supplemento culturale[1], aduso a prender l’armi contro il mare dei non lettori, e, combattendo, disperderli.

Si trattava di un benintenzionato trafiletto, dal titolo Come promuovere la lettura in Italia (occhiello: La scommessa). Ecco le mie annotazioni, che trascrivo senza revisione.

Si rende noto che si è insediato il comitato scientifico del Centro per il libro e la lettura di Roma. Il comitato, presieduto da Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario (cognome meraviglioso e meravigliosamente ambivalente, sia detto incidentaliter, ma essendo io un prete certe cose non mi sfuggono), e di cui fanno parte, tra gli altri, Olimpia Bartolucci, bibliotecaria (per la conferenza stato-regioni), Armando Massarenti (Il Sole 24 Ore), Marco Polillo (Aie), Paolo Ambrosini (Ali), persegue l’obiettivo di rilanciare il ruolo della lettura e del libro attorno ad alcune parole chiave: accessibilità, inclusività delle differenze, innovazione tecnologica, rigenerazione e coesione sociale, cittadinanza attiva. Detto in altri termini, perché la gente torni (sempreché lo abbia mai fatto prima) a prendere un libro in mano occorre prima realizzare la città di Dio, la società perfetta. Come prete dico: niente. Si prosegue così: «Pur considerando la statistica, la crisi del libro e della lettura non è a un punto di tramonto, ma il punto nevralgico di una formazione che si offre sempre più delocalizzata e “social”, multiculturale, iconica e globale in cui, come sappiamo, agiscono le favorevoli opportunità di un mondo iperconnesso e tecnologizzato. Su questa scommessa si gioca il lavoro del Centro per il libro e la lettura». Ricapitolando.

  1. Il libro splende ancora nel cielo, non magari allo zenith ma neppure sulla linea dell’orizzonte, state tranquilli, la notte buia senza lettura deve ancora scendere (non siamo mica al punto di tramonto!).
  2. Con claudicante rovesciamento, quella che potrebbe sembrare una crisi diviene «punto nevralgico». E di che, mio buon Dio? Di una formazione che sta al passo con i tempi, mica impartita con interrogazioni ed esami e magari scappellotti e bacchettate sulle dita, come ai miei tempi! Nooo, macché! Qui si parla di una formazione delocalizzata (!?), ovviamente «social» (si può oggi parlare di cultura senza inserire il termine social?), ovviamente multiculturale e globale, ci mancherebbe altro! Ma soprattutto che sappia cogliere le opportunità (si colgono come fiori di campo) di un mondo fatto da miliardi di computer e qualche migliaio di libri, vuoi mettere! Se con questa logica antinomica e questo linguaggio orribilmente sociologico e moderno si pensa di risollevare il destino del libro e della lettura, allora meglio che discenda il crepuscolo e poi la notte eterna. E amen.

 

Qui termina la mia irritata annotazione. Caro Stepor, l’unica via per far leggere i libri è quella di Gloria Guerra, che lei ha conosciuto. Per ella letto in quanto mobile di legno o di ferro e letto in quanto participio passato del verbo leggere, coincidono. Andarci a letto insieme e andarci a leggere insieme sono la stessa, identica e medesima cosa. Fare l’amore e leggere convergono verso un medesimo orgasmo. Gloria Guerra si concede, se si concede, solo a chi le sa recitare in lingua originale, nella mia amata lingua, almeno tre Fiori del Male. Con due non si sbottona neppure la camicetta.

Quanto alla mia personale esperienza, caro Stepor, e consapevole della mia posizione inattuale ed antimoderna, resto dell’avviso che la lettura debba essere proibita. Solo così si invoglia a leggere, solo così si seminano, forse, le menti fertili. Il primo libro che lessi da solo, di cui, anzi, mi limitai a guardare avidamente le figure, fu l’opuscolo di educazione sessuale dei miei fratelli maggiori, scovato negli interminabili pomeriggi estivi in uno scatolone in cantina, dove probabilmente era stato occultato dalla Madre per sottrarlo agli sguardi ancora precoci dell’ultimo genito. Un libro proibito, dunque! Grazie, Madre, ripeto sulla tomba della defunta genitrice ogniqualvolta, e cioè una volta all’anno, mi reco ad accendere un lume e a recitare Requiem aeternam per tre volte. Grazie per avermi introdotto cosiffattamente, così sottilmente, alla lettura!

 

Post scriptum. Mi saprebbe dire che fine ha fatto il Centro per il libro e la lettura? Prende ancora soldi da qualche dipartimento ministeriale? L’indiscutibile utilità di tale Ente ha colto le molte opportunità in fiore?

 

[1] Il Sole 24 Ore di Domenica 19 aprile 2015.

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Sono un religioso appartenente alla congregazione dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata di Francia. Sono deforme per una malformazione alla spina dorsale e fragile di costituzione. Mio padre è stato consigliere del re Luigi XIII, mia madre era di origini aristocratiche e sorella di un viceré del Canada. Sono un teologo e filosofo, metafisico e moralista, ho riflettuto lungamente sulla natura e sulla realtà del male.

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