Buonanotte, senatori. Il dolore fantasma e la morte delle lingue (morte)

Noto un fenomeno che sta dilagando. L’elogio delle lingue morte. Da un anno a questa parte gli scaffali delle librerie, delle poche rimaste, ma anche quelli dei capannoni denominati supermercati, hanno ospitato, accanto alle pile dei bestsellers più patinati, anche libri che, elogiando lingue morte, non sono in odore di mass market.

Un fenomeno bizzarro, che desta un certo interesse. In me anche una certa apprensione. Le lingue morte si stanno sgretolando come roccia basaltica sotto le intemperie del secolo brevissimo.

Si è cominciato con il titolo Viva il latino di Nicola Gardini[1]. Viva il latinoUn libro che si è guadagnato pure un posticino nella classifica dei libri più venduti.

È seguito il libro La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco, sulla bellezza del greco antico. Anche qui ingresso in classifica.

Da ultimo il libro Ama l’italiano. Cosa perdiamo se perdiamo l’italiano.

In questa apologetica, genere letterario che come religioso frequento assiduamente, si nasconde un epicedio. C’è l’elogio funebre di un morto. Il morto non sono le lingue, già dichiarate tali statutariamente, per quello che concerne il greco antico ed il latino, ma la trasmissione di esse. Qui sta il cadavere. Non è, mi domando e vi domando, strano che nel momento in cui si abbandonano a se stessi gli studi cosiddetti classici, zampillino fuori questi testi che oscillano tra l’inno (viva, geniale, amare, ecc.) e il disperato senso della perdita? La circostanza che gli autori di questi testi non siano solo addetti ai lavori, come Nicola Gardini, ma anche dilettanti, come dichiaratamente e filologicamente si autoproclama Andrea Marcolongo, sta a segnalare che somma è la perdita, e che non concerne solo la turris eburnea. Il plauso di un non piccolo pubblico certifica la vastità del lutto.

Siamo davanti ad un’antinomia. Per cercare di scioglierla ci può venire in soccorso Marshall McLuhan, il celebre ermeneuta statunitense. Nel saggio Guerra e pace nel villaggio globale[2] McLuhan dice una cosa molto semplice: la comparsa di un nuovo ambiente tecnologico genera dolore, perché impone, in termini sensoriali, un adattamento ad un sistema più oneroso del precedente. Guerra e pace nel villaggio globaleMa genera anche un dolore secondario, un dolore fantasma, quello collegato alla perdita dell’ambiente precedente (nel nostro caso, che coincide con l’esempio fatto da McLuhan, è l’ambiente fonetico-alfabetico sorto nella Grecia del V secolo a.C. e che, fino ad oggi, o a ieri -stando alla lucida profezia/diagnosi dell’autore, che ha detto queste cose cinquant’anni fa – ha connotato ciò che convenzionalmente intendiamo quando parliamo di cultura occidentale). Il dolore fantasma è quello nettamente percepito da alcuni pazienti e localizzato in un arto amputato. I libri che elogiano le lingue morte sarebbero dunque degli anestetici per alleviare il dolore fantasma dell’amputazione linguistica.[3]

Ma veniamo all’Italiano, la cui esistenza in vita dovrebbe essere fuori discussione. Qui non dovremmo provare alcun dolore fantasma.

E invece no.

Presto non si conoscerà più la differenza tra stallone, stalliere e stallatico. Forse rimarrà soltanto un vago riecheggiamento di un celebre attore americano.

Presto non distingueremo più tra governatrice e governante. Tra governare e rigovernare, intesa, quest’ultima locuzione, non come equivalente di doppio mandato. Qualche governatrice avrebbe fatto meglio a fare la governante, o viceversa, data la veniente equipollenza semantica, con beneficio dell’intero governatorato, o dell’intiera rigovernatura, fa lo stesso.

Presto molti penseranno che una litote sia una litigata colossale, una maxi rissa fuori dalla discoteca. I prolegomeni saranno presto scambiati per un particolare tipo biologico di legumi. E presto sarà difficile convincere che introiettare non stia a significare il comportamento un po’ troppo disinibito di qualche ragazzetta.

Saper distinguere, per esempio, la differenza che corre tra avversario ed avversatore, queste sottili sfumature che rendono la lingua un patrimonio inestimabile.

Non voglio vivere in un’Italia che non conosce più il significato di una parola come guiderdone.

Le parole che non usiamo più sono fantasmi che ci arrecano dolore.

Che peccato. Poi arriverà per davvero il momento di svanire, di sgretolarci noi come roccia basaltica, e, ve lo dice uno che già ci è passato, saremo sul punto di svanire quando parole come premessa e promessa perderanno il loro tratto distintivo e sembreranno voler significare una stessa cosa, come la medesima cosa significheranno ormai verbi come scoraggiare e scoreggiare, ma non ci sarà più il tempo né per scoraggiarsi né, forse, per emettere un ultimo peto, non sarà più il tempo delle promesse e tutta la vita sarà stata soltanto una lunga, breve premessa senza svolgimento.

Se saremo fortunati avremo l’ultimo flatus vocis per salutare:

– Buonanotte, senatori.

__________________________

[1] Nicola Gardini, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile. Secondo l’autore una delle più belle parole della lingua latina, che ne ha moltissime di belle, è la parola umbra, ombra. Nella fonetica di questa parola si racchiude un’essenza semantica. La u iniziale sancisce e indica un che di buio, di notturno, il lato oscuro. Ma poi questa parola si mette faticosamente in cammino e attraverso un accidentato sentiero di labiali, emme e bi, arriva sulla cresta aguzza della rotativa erre, per guadagnarsi, al finale, la dispiegata luce della a. L’ombra tende alla luce. Che bello. Viva i filologi! Non sarà allora un caso, aggiungo io, se uno dei versi più belli della poesia latina contiene la parola umbra, seppure declinata al plurale. «Maioresque cadunt altis de montibus umbrae.» È Publio Virgilio Marone che lo scrive, nella prima Ecloga delle Bucoliche. Sta per scendere la notte. C’è un congedo, due destini si separano. Il fortunato vecchio dice al più giovane: «Dove vai a quest’ora? Aspetta, ti posso offrire un riparo per la notte, qui non mancano latte e castagne. E più lunghe dall’alto dei monti scendono le ombre.» Al di là di ogni rilievo morale, c’è qui la potenza visionaria di un’immagine. Sapete, quell’attimo transeunte in cui le ombre si allungano. Quelle di noi umani e quelle delle montagne. Gigantesche. Virgilio è più visionario di David Lynch.

[2] Marshall McLuhan e Quentin Fiore, Guerra e pace nel villaggio globale (tit. or. War and Peace in the Gloabal Village, 1968), Apogeo, 1995, trad. it. Tony Stanley. Si tratta di un libro già ipertestuale, pubblicato cinquant’anni fa esatti, con moltissime didascalie in margine, principalmente tratte da Finnegans Wake di James Joyce, e molte illustrazioni nel testo, foto, vignette, disegni, pubblicità. Ha la veste di una fanzine, molto artigianale, in realtà siamo in presenza di un libro d’artista. Libro fuori catalogo e rarissimo. Noto che il nome proprio dell’autore, forse uno dei filosofi che, accanto a Günther Anders, ha meglio argomentato le istanze pacifiste nel secolo scorso, sia meravigliosamente perfetto. Ce ne fossero, di marescialli come lui! Mi metterei subito sull’attenti!

[3] Il dolore fantasma si ha anche allorquando un paziente richiede l’amputazione di un arto sano, ma che gli provoca un dolore insopportabile. È a dir poco stupefacente che, fino a quando, recentemente, le acquisizioni neuroscientifiche non hanno dimostrato che la richiesta di amputazione di un arto sano ma dolente da parte di un paziente è la conseguenza di un tilt neurologico (per semplificare), la medicina e la psichiatria hanno ricondotto il fenomeno a una forma di psicosi. Peccato si trattasse di persone per tutti gli altri versi perfettamente sane di mente e lucide. Che bell’imbroglio! Per portare a conclusione il ragionamento, avvertendo il dolore per la scomparsa delle lingue che non ci sono più (arti amputati) saremmo tutti, o saremmo stati, almeno quelli che lo provano, matti.

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malebranche1715 View All →

Sono un religioso appartenente alla congregazione dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata di Francia. Sono deforme per una malformazione alla spina dorsale e fragile di costituzione. Mio padre è stato consigliere del re Luigi XIII, mia madre era di origini aristocratiche e sorella di un viceré del Canada. Sono un teologo e filosofo, metafisico e moralista, ho riflettuto lungamente sulla natura e sulla realtà del male.

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