Mia sorella è (figlia) unica

In due recenti occasioni mi sono imbattuto nel tema della figlia e della sorella.

Nella puntata di Fahreneit (Radio 3) di mercoledì 14 febbraio 2018 (San Valentino), Maria Serena Sapegno,[1] docente di Letteratura italiana e Studi delle donne e di genere alla Università Sapienza di Roma, ha portato l’attenzione degli ascoltatori su quella che ha definito, nel mito e nella letteratura, la grande assente del sistema familiare: la figlia femmina. Telegraficamente (e rinviando all’ascolto per completezza): del padre se ne è scritto e parlato molto. Come molto si è discusso del rapporto padre-figlio maschio, dove il padre è la figura del potere rispetto a chi a quel potere ambisce: il figlio maschio. Poca attenzione invece è stata riservata ad un altro rapporto: il rapporto del padre con il soggetto che, storicamente, ha nella famiglia il minimo del potere: la figlia femmina, appunto. Il rapporto tra padre e figlia è il rapporto tra il massimo ed il minimo del potere. Dalla Bibbia ai classici aleggia in questo rapporto il fantasma dell’incesto. La figlia femmina, depositaria del tabù che la riguarda nei rapporti con il padre, garantisce la società. Il mito di Mirra, raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, ne è una traccia profonda. Si tratta di una passione inconfessata ed inconfessabile. Alla fine Mirra verrà cacciata e partorirà Adone. Tre sarebbero i modelli di figlia: la figlia obbediente, Ifigenia; la vestale del culto paterno, Elettra; la figlia ribelle, Antigone.

Sul blog Le parole e le cose è stata pubblicata (10 febbraio 2018) una play list intitolata Mia sorella è figlia unica. Ci sono quattro brani, Look At Little Sister di Stevie Ray Vaughan & Double Trouble, You Are My Sister di Antony and The Johnson (struggente), Sister I’m A Poet di Morrissey e, celeberrima, We Are Family di Sister (appunto) Sledge. Eloquente, e a prima vista spiazzante, la foto di copertina del post: ritrae il dittatore nord-coreano Kim Jong Un con sua sorella Kim Yo Jong. In un secondo momento il pensiero non può fare a meno di associare un’agghiacciante ironia. Riflettendoci sopra, però, la foto potrebbe suggerirci questo: e se nel rapporto con le nostre sorelle fossimo tutti dittatori? E se la sorte atomica del mondo, e delle nostre famiglie, nonché delle Olimpiadi invernali in corso, fosse appesa al filo tenuto in mano dalla sorella? E se la sorella di Kim Jong Un fosse figlia unica?

Queste due occasioni congiunte sul tema della figlia e della sorella hanno risvegliato in me due letture. La prima tratta da La scuola cattolica[2] di Edoardo Albinati. La seconda dal poemetto Crisòtemi[3] di Ghiannis Ritsos.

In un’ideale prosieguo di Fahreneit e del post Mia sorella è figlia unica pubblicato su Le parole e le cose, contribuisco con la seguente write list. Ed un’appendice privata.

Scuola cattolicaLa scuola cattolica, PARTE TERZA, Vittoria è farvi soffrire, cap. VII.

«Per un maschio, avere una sorella è una specie di miracolo. Inspiegabile, in sé, eppure serve a spiegare molte cose, praticamente tutte. Mi arrischio a sostenere che gli uomini privi di sorelle crescono fino ad avere del mondo un’esperienza pregiudiziale e ristretta. È ridotto il loro modo di vedere, di sentire, e di comunicare agli altri ciò che sentono e vedono. […] Un maschio con uno o più fratelli maschi è prigioniero di una galleria di specchi, vede se stesso replicato in figure che si fanno concorrenza tra loro, si imitano o si sfuggono, lottano e combattono, si alleano e si aiutano e s’ingelosiscono e si uccidono proprio perché simili, troppo simili.

L’affratellamento nasconde, al suo interno, un’insidia nata da un eccesso di affinità che, quando non si limita ad essere fisica, interessa in modo drammatico il ruolo e il destino di ciascuno. […] Identità genera rivalità. Decine di storie delle origini raccontano il pericolo della sovrabbondanza maschile, che obbliga ad eliminare il concorrente o a consegnarsi mani e piedi legati a lui – La Bibbia da sola ne trabocca al punto che potrebbe essere a ragione definita come il libro tragico dell’assenza di sorelle, ovvero il libro della fratellanza omicida, della pletora virile. […]

Tutti i fratelli sono per forza Karamazov.

Una sorella invece è un dono incomparabile. Più grande, la si può amare e farsene scudo, più piccola, adorare. Se è una nostra replica, o se noi siamo la sua, il semplice fatto di appartenere all’altro sesso la rende un essere unico, straordinario, perché del tutto familiare e del tutto alieno.

Un enigmatico precetto, applicabile ai più diversi campi, a chi si mette alla ricerca di qualcosa per cui valga la pena affaticarsi, prescrive: cerca sempre il più vicino del lontano, e il più lontano del vicino.

In una sorella, ecco, lo hai trovato. Una sorella corrisponde in pieno alla definizione, occupa quel luogo, quel punto. Con lei si sperimenta l’alterità di cui la madre non può essere titolare, anche se viene prima. Io ad esempio nemmeno concepivo che mia madre fosse una donna, una femmina, appartenesse al sesso opposto al mio, tanto ero fuso con lei, tanto lei rappresentava l’interezza. Una sorella è invece una figura retorica della contiguità, talvolta una sineddoche, sempre una metonimia; attraverso di lei i maschi si sciolgono dalle costrizioni avvilenti dell’identità sessuale restando però nel proprio, nei limiti della propria stessa carne. Sentono di crescere, di espandersi, sino a comprendere la figura che si trova oltre lo specchio. […]»

Ritsos quattro poemettiCrisòtemi, in QUATTRO POEMETTI.

«[…] Un sorriso tranquillo è appeso dentro di noi,

come appendiamo in una stanza nuda un quadro – un’antica battaglia navale

su fondo verde scuro, di notte, con macchie rosse e d’oro; in un angolo

davanti, sulla sabbia, si scorge un vecchio marinaio zoppo; ha acceso

un po’ di fuoco e ha sistemato la sua pentola su due pietre –

così solo, stanco di guerre, come fuori dal mondo,

poggiando l’universo sopra due pietre affumicate.

Senti un profumo di zuppa di pesce in questo quadro,

un profumo d’umiltà, di libertà silenziosa – la sola.

Ti viene l’acquolina in bocca; – impari di nuovo ad avere fame – e ti piace.

Quanto al resto, – non abbiamo mai saputo né di che cosa

è colpa né di chi. Da prima hanno tirato a sorte.

Non mi andavano i giochi d’azzardo, le lotterie. Non ho mai giocato. Un giorno mia madre

comprò un biglietto a nome mio. Quella volta vinsi

un grande vaso cinese; – si trova ancora

nella stanza che fa da ripostiglio. “Strano,”

disse mia madre “che abbia avuto fortuna questa figlia. Strano,” ripetè.

 

“Strano; strano.” Io intanto sorridevo. Col passare degli anni,

tutti se ne dimenticarono. Io me lo ricordavo. “Ho fortuna, ho fortuna,”

continuavo a ripetere scendendo la scala interna, la sera,

o mentre mi coricavo a luce spenta, osservando, attaccato al vetro,

il sopracciglio rosa della luna nuova; – “Ho fortuna, ho fortuna.” E allora,

un esile risolino di bambina si versava come acqua dal collo stretto di un’anfora,

dall’alto di una finestra illuminata, sopra la notte del giardino estivo.

[…] A quei tempi,

spesso, passeggiando da sola in giardino, capitava

che mi s’avvicinasse alle spalle senza far rumore la luna, e d’improvviso

mi tappasse con le due mani gli occhi domandando: “Chi sono?”

“Non so, non so,” rispondevo perché lo richiedesse.

Ma lei non ripeteva la domanda. Disserrava le dita. Mi voltavo.

Faccia e faccia, noi due. La sua guancia fresca

contro la mia guancia; e il suo sorriso pieno – glielo strappavo e via di corsa,

lei mi rincorreva attorno alla fontana. Una notte

mi sorprese sul fatto mia madre: “Con chi stai parlando?”

“Rincorrevo il gatto per impedirgli di mangiare i pesci rossi,” risposi. “Stupida,”

disse mia madre; “non crescerai mai”.” Proprio in quel mentre,

il gatto mi si strusciò per davvero sui piedi. Un grande pesce rosso

si lanciò fuori della fontana. Il gatto l’afferrò

e si nascose tra le rose. Gridai. Lo rincorsi –

(avevo terrore che mi mangiasse una mano della luna); mia madre mi credette.

Avviene sempre così. Non sappiamo più come comportarci,

come parlare, a chi, e che cosa dire. Restiamo soli

con invisibili travagli, in invisibili guerre, senza vittoria né sconfitta,

con una moltitudine d’invisibili nemici o, semmai, di ostilità. E nel contempo

con una folla d’alleati – invisibili anch’essi – come la luna

del vecchio giardino, come il pesce rosso e perfino il gatto.»

 

_______________________

Tre ricordi.

  1. Inverno 1977.

Siamo in un cinema parrocchiale, siamo in quell’epoca del mondo in cui serpeggiava un ardore di cambiamento che contagiava anche alcuni bambini, a tal punto che io – non ancora decenne – frequentavo il cineforum organizzato dalla parrocchia di San ***, sotto la severa sorveglianza del parroco don ***.

Andavo con la mia sorella maggiore.

Quando, a proiezione ultimata, si riaccendevano le luci, iniziavo a tremare dall’emozione. Dopo la prima volta, sapevo con certezza che lei si sarebbe alzata e avrebbe preso la parola. Questa cosa mi metteva in agitazione ma al tempo stesso mi piaceva, mi faceva sentire se non partecipe almeno testimone di un clima rivoluzionario nel quale mia sorella poteva parlare da pari a pari con don ***, ieratica figura luterana, e, soprattutto, con il preside ***, la quintessenza della severità, se non della ferocia, degli adulti ai miei occhi, perché obbligava i figli a mettersi le pattine per non rovinare il parquet di casa, dato che non avevano la donna di servizio.

Quel film di cui non ricordo il titolo era ambientato in Olanda, ed era una storia dolorosa e torbida di giovani tra eroina e sesso in una squallida periferia. Perfetto per il dibattito. Tulipani di HarlemQuando si alzano le luci, il mio cuore va al galoppo perché a questo giro si parla di sesso e di droga, cose di cui ancora non ho una netta percezione ancorché sappia per certo trattarsi di cose della massima importanza e gravità, di cui si parla sottovoce. Da un lato mi auguro che questa volta mia sorella resti seduta, perché le cose che usciranno dalle labbra pastorali di don *** e dal ghigno marziale del preside *** saranno tremende, ma conoscendo la sua indole indomita non ho molte speranze. Dall’altro provo un senso di fierezza familiare anticipato all’idea che lei si alzerà in piedi, nel mezzo delle file delle poltroncine di legno e prenderà le difese di quei giovani sbandati, seppure con ragionamenti e parole che non comprenderò interamente. Sono comunque dalla sua parte, totalmente e solidalmente. Mi sento adesso partecipe di un mondo che può sfidare la chiesa e la scuola e parlare liberamente di sesso e di droga. Questa accanto a me è mia sorella, vorrei alzarmi in piedi e gridarlo a tutti, se solo il mio cuore non fosse in tale guazzabuglio che non mi rendo neppure conto del momento esatto in cui lei si alza e prende la parola, non capisco un hacca di quello che dice e quando usciamo sono un po’ triste perché il duello non è stato eccitante come pensavo, don *** ed il preside *** erano parsi meno terrificanti del previsto e lei, quindi, meno in difficoltà, anzi, uscendo continuava a convenire con altri partecipanti.

 

  1. La mia sorella minore una volta mi dice: – Proust mi capisce.

Lì per lì non capisco, poi capisco.

Proust mi capisce nel senso che scrivendo di sé ha scritto proprio di me, e prima che io venissi al mondo.

Proust mi capisce nel senso che le mie perversioni mentali sono nulla al cospetto delle sue, e quindi sento che lui non batte ciglio davanti alle mie.

Proust mi capisce nel senso che chi mi circonda – l’epoca presente – non capisce e non accetta la moltitudine che mi abita.

Proust mi capisce nel senso che lui ha già attraversato quel groviglio esistenziale nel quale mi sono impigliato o mi sono impigliata.

Proust mi capisce perché riconosce dignità letteraria ai miei biscottini personali.

Proust mi capisce e io capisco lui. Proust

 

3. Ho un figlio di quasi sei anni. Come ogni bambino, inconsapevolmente(?) gioca con le parole, scambia e inverte. Lui, ha detto, è il sorello della fratella, che ha sette anni. Ma questa è un’altra storia. I bambini, come si sa, sono il futuro.

 

 

_____________

[1] Figlie del padre: Passione e autorità nella letteratura occidentale, Feltrinelli, 2018.

[2] La scuola cattolica è, principalmente, una sterminata interrogazione sul conflitto tra il maschile ed il femminile, e del maschile con se stesso, con audaci e talvolta radicali ribaltamenti di luoghi comuni e di prospettive consolidate. L’inserto sulla sorella è una sorta di spazio di tregua nello stato di guerra permanente tra i sessi.

[3] Ghiannis Ritsos, QUATTRO POEMETTI, Crisòtemi – Ismene – Fedra – Elena, Feltrinelli, UF, 1981, a cura di Nicola Crocetti. Nel mito greco antico Crisòtemi è, come noto, figlia di Agamennone e Clitennestra, nonché sorella di Ifigenia, Oreste ed Elettra. Il poemetto di Ritsos attualizza nell’epoca moderna la figura della sorella minore degli Atridi, e mette in scena una sorta di monologo dell’anziana Crisòtemi, raggiunta nella sua vecchia casa avita da una giornalista in un tranquillo, assolato pomeriggio di fine estate. Cito dall’introduzione di Nicola Crocetti: «[…] Nella spaventosa catena di tradimenti e omicidi di cui è intrecciata la vicenda degli Atridi, a stento si trova traccia del nome di Crisòtemi. Della sorella di Elettra, Oreste e Ifigenia, Sofocle fa il simbolo della sottomissione al potere. “Per vivere liberi, occorre obbedire in tutto ai signori,” dice Crisòtemi nell’Elettra sofoclea alla sorella che le propone di aiutarla nel suo disegno di vendicare il padre, ucciso da Clitennestra e dal suo drudo Egisto. E respingendo il miraggio della gloria, delle lodi e della libertà che le verrebbero da una tale azione, Crisòtemi oppone il prudente rifiuto dei deboli e degli antieroi, meritandosi l’indignato disprezzo della sorella: “Ti ammiro per il tuo senno, ti odio per la tua viltà.”

Questa “Cenerentola degli Atridi,” dunque, dolce e remissiva, vissuta sempre in margine agli eventi e da essi soverchiata; “quest’essere insignificante, che non ha alcuna azione di cui andar fiera,” alla soglia ormai dell’ultimo sonno senza sogni, quando già i destini dei potenti si sono consumati e le passioni sopite, ottiene dal poeta il privilegio di prendere, per la prima e l’ultima volta, la parola. […] Crisòtemi è l’inosservata che tutto osserva. […]»

_____________

Recentemente (primi di giugno 2018) mi sono ancora imbattuto in un altro passo sulla sorella. Ormai ogni volta che ne incontro uno me lo annoto. L’ho trovato in Lanark. Una vita in quattro libri: 4, di Alasdair Gray (Safarà, tr. it. Enrico Terrinoni, pp. 173-174). Lanark, il protagonista eponimo, si ritrova in una dimensione parallela a sorvolare con una sorta di macchina-uccello i luoghi della propria infanzia. Vedendo un  prato su una scogliera dall’alto gli si accende il ricordo di qualcosa non dimenticato, ma come vissuto da un altro in un’altra vita.

«[…] Pensò: avevo una sorella un tempo? E giocavamo insieme sul picco erboso di quella scogliera tra i gialli cespugli di ginestra? Sì, su quella scogliera dietro all’osservatorio della marina, in un giorno come questo, durante le vacanze estive. Abbiamo interrato una scatola sotto le radici di un cespuglio nella tana di un coniglio? Dentro c’era una moneta da mezza corona e una d’argento da sei pence datate quell’anno, e un gioiello di nostra madre, e un piccolo taccuino con un messaggio per noi quando saremmo cresciuti. Abbiamo promesso di dissotterrarlo dopo venticinque anni? E invece l’abbiamo dissotterrato due giorni dopo per vedere se l’avevano rubato? E non eravamo bambini allora? E non ero felice?»

 

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1 Comment Lascia un commento

  1. … aggiungo alcune suggestioni devianti di anni fa:
    […] Pausania dice, è stupida la storiella del ragazzo che, vedendo la propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua, si innamorò di lei e morì di questa in primavera: infatti, è incredibile che questo ragazzo, già cresciuto, non sapesse distinguere l’immagine virtuale da quella reale. In verità, c’è un’altra storia, poco conosciuta, ma che qualcuno ha sentito raccontare e che io riporto. Eccola. Narciso aveva una sorella gemella. Avevano lo stesso aspetto e vestivano alla stesso modo. Andavano pure a caccia insieme. Narciso amava teneramente quresta sorella e, quando ella morì, era solito visitarla, specchiandosi. In primavera. Sapeva benissimo che quella che vedeva era la propria immagine, ma anche così provava conforto e sollievo nell’illudersi che fosse l’immagine dell’amata sorella.
    Hansel e Gretel si assomigliavano come due gocce d’acqua. Indossavano vestiti della stessa foggia, giocavano sempre insieme e per nessun motivo al mondo si sarebbero separati. Per questo nessuno distingueva il maschietto dalla femminuccia, e se chiamavano Hansel, rispondeva Gretel, se Gretel Hansel. Tutti si rallegravano di questo. Soltanto la loro cattiva matrigna, poiché avevano perso la mamma nei primi mesi di vita e il babbo si era risposato, meditava di separarli. Era gelosa della loro strana felicità. Convinse infine, dopo insistenti, ragionati e suadenti tentativi, il babbo a separarsi da loro e ad abbandonarli nel folto della foresta. Perciò, una mite mattina di primavera, la donna condusse i bambini in una parte del bosco, a loro sconosciuta, ordinò ad Hansel di accendere il fuoco e si allontanò con Gretel per lasciarla in un luogo ancora più impervio. Le ordinò di raccogliere erbe e di aspettarla. Hansel si addormentò accanto al fuoco e Gretel si rifugiò nel cavo di un albero. All’alba seppero di essere soli e separati per sempre. Nè gli uccelli della foresta né le brezze primaverili li confortavano. Soltanto gli specchi d’acqua li consolavano, perché l’uno poteva fingere, rispecchiandosi, di vedere l’altra e l’altra l’uno. Finiscono mai queste storie sull’origine duale dell’identità? Laurie Anderson, in una canzone dedicata a Walter Benjamin “The Dream Before” ci racconta che Hansel e Gretel sono vivi, scampati alla solitudine, stanno bene e vivono a Berlino: lei prepara cocktails in un bar, lui ha fatto una parte in un film di Fassbinder. Di notte bevono, parlano e si feriscono con le loro parole. Lui è stanco della loro stupida leggenda, come la chiama. Confessa di aver amato la matrigna. Altre parole si aggiungono al brusio della notte, ma riguardano un’altra storia. Lei si riconosce invece stellata, nel cielo dell’antropologia fantastica di Aristofane. Le è fiorito un neo blu vicino al labbro superiore: non vedete perciò la differenza?
    Prima che ci fossero gli specchi, prima che ci fossero le parole, c’era il buio, a cui non possiamo fare ritorno se non togliendo la luce alle immagini. Prima degli specchi, c’erano le specole dalle quali l’insano gesto di un dio ci strappò per farci compiere un misterioso percorso, Pausania, Platone, Ovidio, Benjamin, Anderson, Lacan raccontandocelo…

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