Che cosa beveva Gesù esattamente? Ancora sul Carnevale di Olinda (Nordeste del Brasile)

Alle dieci del mattino, di lunedì 27, con il sole già alto, Olinda è già fuori controllo. Un alveare dove l’ape regina è impazzita.

Lungo la via scoscesa dove ho trovato alloggio scendono i bloquos, paragonabili alle confraternite di una processione o ai rioni di un corteo storico. Solo che qui a Olinda sono più di mille. Ciascuno ha la sua massa d’urto acustica, composta di tamburi, ottoni, sound system, figuranti in costume coloniale, il corpo di ballo, composto per lo più di ragazzine, ma anche di donne anziane, scatenate al ritmo della samba (sambean), e i pellegrini al seguito, tripudianti, saltanti, urlanti, strepitanti, chi in maschera, chi a torso nudo, molti con magliette uguali, che possono rappresentare un’associazione culturale o un gruppo musicale, ma anche la pubblicità di un prodotto o un’azienda. Tutti, salvo rarissime eccezioni, con la latta di birra in mano.

La birra scorre già a fiumi, venduta dagli ambulanti che pullulano ovunque.

Con le lattine in mano, mi passano a prendere Jeilma e Lea. Jeilma è la mia padrona di casa. Mi ha ceduto in affitto il suo alloggio-spelonca per 1.000 real (= € 400,00) e si è trasferita dall’ex marito. Jeilma ha la mia età (trentanove) e Lea trentaquattro. Esulano entrambe dallo stereotipo della donna brasiliana da catalogo Alpitour. Jeilma è tozza. Lea ha una bella pancia che, in bichini, espone senza problemi. Jeilma fa l’artigiana. Modella e decora oggetti di terracotta, tartarughe, pesci, civette, pappagalli. Lea fa la cameriera a “Los quatros cantos”, un ristorante che, come quasi tutti, è chiuso nei giorni del Carnevale: nessun gestore è così folle da esporre il suo locale all’invasione barbarica di una folla che cerca il bagno per pisciare. Così Lea è in ferie questi giorni.

Mi avevano invitato ad andare a casa di un loro amico, Jaime, sulla praia, la spiaggia.

Entrare nelle case della gente è ovunque una lezione di antropologia, soprattutto all’estero, soprattutto quando il padrone di casa fa, come in questo caso, il madonnaro, nel senso plastico, però, cioè fa e restaura madonne, angeli e santi in gesso e terracotta.

Un giardino fitto di vegetazione, quasi del tutto incolto, un cortile in decadenza, busti di santi ovunque e, in fondo, l’oceano. Siamo seduti sotto una capanna, una scaletta di cemento dà l’accesso alla spiaggia. C’è gente che fa il bagno e prende il sole. Il frastuono del Carnevale qui non si avverte. Solo il rumore delle onde. È un oasi nel campo di battaglia.

Jeilma e Lea sono molto allegre, e un po’ brille. Non è ancora mezzogiorno.

Si aggiunge alla conversazione un ragazzo, il discorso cade sulla religione. Jeilma si definisce esoterica, Lea è cattolica, il ragazzo, Evandro, è religioso ma non praticante, io dichiaro di essere ateo per grazia di Dio. Jaime non interviene, è persona molto riservata. Forse lui crede solo nella Madonna, nei santi e negli angeli.

Con la lattina di birra in mano Jeilma mi chiede:

– Ma che cosa beveva esattamente Gesù?

Io: – Sulla croce gli hanno dato acqua e aceto.

Jeilma ci pensa su un attimo e poi: – No no, Cristo beveva sangrìa!, dice, come sovvenendosi di una nozione appresa e dimenticata. E beve un altro goccio di birra, scoppiando a ridere.

Anni fa Jeilma aveva avuto un problema di salute, un tumore, e si era dovuta operare.

E per superare la crisi in cui si era ritrovata, aveva pensato anche lei, come molti, di avvicinarsi ad una di queste chiese evangeliche o presbiteriane che pullulano in Brasile.

Così un giorno Jeilma è andata, e in mezzo a quella folla di invasati che cantava, si dimenava, pregava con le mani a coppa verso l’alto, ha visto una donna che si dimenava con particolare trasporto (e qui Jeilma fa l’imitazione, qui purtroppo irriproducibile) urlando alleluja alleluja.

E così Jeilma non si è potuta trattenere, e si è messa a urlare «qua qua qua qua!» Facendo il verso della gallina, con i gomiti rinserrati sui fianchi. Prontamente intervengono due buttafuori, due gorilla («dos Kinghi Konghi», ancora oggi mi risuona l’espressione usata da Jeilma), la afferrano e uno dei due la stringe alla gola. Dall’altare discende uno dei sacerdoti presbiteriani e imponendo le mani su Jeilma strozzata dal gorilla invoca: – Gesù, brucia il demonio che è in lei! E poi, rivolto alla platea dei fedeli, li incita a gridare all’unisono: – Gesù, brucia il demonio che è in lei!

Nel frattempo Jeilma, nella morsa del forzuto, in effetti sviene. Quando riprende i sensi, si ritrova distesa sotto l’altare, attorno a lei un coro di alleluja che fa rintronare le vetrate della chiesa.

Finito il racconto e le risate a crepapelle che ne sono seguite, Jeilma mi spiega che il verso della gallina è quello dello spirito di una ex prostituta secondo il Candomblé. Per i presbiteriani è, ovviamente, l’incarnazione del demonio.

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1 Comment Lascia un commento

  1. Mi sembra di aver già ascoltato le vicende di Jeilma, direttamente dal creatore di questo blog, alcuni anni or sono. E mi fa piacere di ritrovarle qui, mirabilmente narrate da lui stesso. L’atmosfera del Brasile, così come l’immagino io, pur non avendo conosciuto direttamente questa terra frizzante e a tratti delirante, mi sembra che sia stata colta dall’Autore con estrema cura, rispetto e profonda sensibilità.

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