What We Talk About When We (Men) Talk About Fica

Mi corre l’obbligo (espressione che, sotto la scorza del linguaggio burocratico, enuncia l’assolvimento di un dovere di cui si farebbe volentieri a meno), a questo punto della mia vita, di precisare che cosa intendono gli uomini (i maschi) quando designano una donna con il termine fica. («È una gran bella fica», «È un pezzo di fica», ecc.).

Nel termine fica, applicato all’intero, è insita una svalutazione al quadrato. L’impiego di una metafora attinta al mondo vegetale (come fava o pisello per l’organo sessuale maschile) segnala innanzitutto una degradazione. Tale degradazione riguarda anche il maschio. L’impiego poi di questo termine degradante, che designa una parte anatomica, per significare l’insieme della persona, o quantomeno l’insieme anatomico di essa, introduce la svalutazione di secondo livello, sotto forma di metonimia sub specie di sineddoche. (L’espressione maschile di cui sopra equivale quindi filologicamente a dire: “Che gran pezzo di sineddoche!”) Questa seconda degradazione concerne quasi esclusivamente la femmina: di un uomo attraente si dice che è un gran figo, non che è un bel cazzo.

Perché il ricorso a questa figura retorica svalutativa?

Dico subito che la funzione di questa figura retorica è protettiva.

Il termine fica è una difesa, una barriera eretta dal maschio, erettore per eccellenza, per ripararsi dalla forza trascinante e terrifica del volto della donna.

La potenza massima della donna risiede non nel tesoro su cui ella è seduta, come amenamente si dice, ma nel suo sguardo, cui fanno contorno il naso, le labbra, il sorriso, le guance. Come non convenire con Flaubert, quando scrive che «più vado avanti e più trovo ridicola l’importanza attribuita agli organi urogenitali?»

Sembra agire nello sguardo femminile, risiedere in esso, sprigionarsi da esso una forza di attrazione magnetica, una calamita, e una calamità, che risucchia e cattura lo sguardo pusillanime del maschio che si dà per ciò stesso alla fuga giù per i fianchi passando rapidamente per il punto vita e scendendo fino alle caviglie per poi risalire guardingo e occhiuto ai glutei, al seno e alle spalle. Anche se ciò può apparire un rovesciamento della realtà, l’occhio allupato del maschio, che si tuffa nelle tette o che si insinua fra le cosce ben tornite, è una distrazione, una sottrazione, una fuga dello sguardo mascolino dal quel centro incandescente e ustionante che è il volto della donna. Nella fierezza, nella dolcezza, nella purezza dello sguardo femminile abita, agli occhi del maschio, una insostenibile responsabilità, incisa sulla fronte tra le due orbite oculari: la responsabilità di aver accettato di detenere quei micidiali e sconvolgenti ordigni di seduzione e di lussuria, inconciliabili con quegli occhi e quello sguardo puro, che scatenano, come una reazione atomica, la furia del desiderio del maschio.

Il maschio impazzisce non per la fica, ma per l’incredibile, insopportabile idea che quello sguardo così puro possa essere responsabile di un organo del desiderio così turpe. Tra purezza e contaminazione il maschio non ci si raccapezza più, e va in tilt. Ecco.

Non si vuole ripetere ancora una volta, come è stato detto, che immondi siano i lombi di donna.

Si sta dicendo di quanto santa, buona, naturale, timida, ritrosa sia la fica, e con essa il culo, e le tette, e di quanta insopportabile, ambigua e turpe energia si racchiuda invece, agli occhi del maschio, nello sguardo limpido della donna, come l’energia che si racchiude in un atomo di uranio.[1]

_______________

[1] La riflessione che hai letto si colloca nell’alveo delle esplorazioni condotte da varie parti sulla insostenibile pesantezza dell’essere maschio, ampiamente registrata anche da Edoardo Albinati nel suo romanzo-saggio La scuola cattolica. Per fare solo un esempio, Albinati giunge, dopo pagine e pagine di peripezie narrativo-saggistiche, a rovesciare un assunto dato per assodato come è assodato che la pioggia bagna: l’invidia del pene. Egli sostiene che avere il pene è peggio che non averlo, e che quindi non c’è nessuna invidia (p. 301). Sulla impreparazione del maschio a fronteggiare il sesso femminile si rimanda alle pagine 920 passim e 980 (Il culto del fallo), passim.

Sulla santità di tute le parti del corpo umano, sia esso maschile che femminile, non escluse quelle genitali, il riferimento ad Allen Ginsberg è ineludibile.

Il tema di Perseo e Medusa è il motore mitologico di questa riflessione. Se guardiamo bene alla celebre scultura di Benvenuto Cellini non è difficile constatare che gli occhi di Perseo sono rivolti verso il basso, non c’è aria di trionfo nel suo sguardo: è già orbo di ciò che ha estirpato, e cioè dello sguardo, spento, di Medusa. Hanno perso tutti e due.

«[…] il fascino per noi Occidentali, eredi incurabili del “manicheismo” agostiniano, risiede appunto nella sembianza austera del volto quando dissimula – ed ecco quel che conta – delle grazie proprio per questo più esuberanti.[…]» (Pierre Klossowski, La revoca dell’editto di Nantes: le leggi dell’ospitalità, p. 18).

Infine: il titolo di questo post è una giocosa parodia del titolo di una celebre raccolta di racconti di Raymond Carver. Gli uomini vorrebbero parlare d’amore, ma parlano di fica. Perché?

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