L’ultimo Re di Roma

Le Dodici Tavole sanciscono il diritto di vita e di morte del padre su tutti i membri della famiglia. Vitae necisque potestas. Il diritto romano arcaico, che è una delle prime testimonianze rimaste del passaggio ad un ordinamento giuridico codificato, più che riconoscere tale potere, che è nelle cose stesse, cerca di limitarne e regolarne l’eventuale esercizio.[1] Che un genitore, sia esso padre o madre, abbia il potere naturale di sopprimere il proprio figlioletto è un dato di fatto connaturato alla natura umana. Soffocare sotto un cuscino, annegare in una vaschetta, lanciare dal terzo piano, buttare nel cassonetto o aprire il fuoco per chi detiene un’arma sono azioni assai facili da portare a termine, almeno dal punto di vista materiale. Le Dodici Tavole, più che legittimare o autorizzare il padre a questo gesto, sembrano invece volerne regolare e limitare il ricorso, interdicendolo in primo luogo alla madre. La morte del piccolo consanguineo deve giungere al termine di una procedura, di un ragionamento, di un giudizio, per quanto svolto all’interno della sovrana sfera di determinazione dell’uomo maschio adulto. I bambini, in altri termini, non possono essere uccisi per un atto di impulso, di rabbia, di disperazione, di follia. Le Dodici Tavole assegnano al padre una enorme responsabilità.

Tremila anni dopo, all’alba di una gelida mattina di sabato 4 febbraio 2012, prima che faccia giorno, un padre in stato confusionale si presenta a casa della nonna materna, che si prende cura del nipotino Claudio, quindici mesi, dopo il tentato suicidio della madre, ricoverata in una clinica. Secondo testimoni urla e lancia improperi, afferra l’infante e inizia una folle corsa. Sulla sua strada si imbatte nel suo destino, una guardia carceraria: a questo punto il folle gesto, il raptus omicida, l’attrazione fatale dell’atto irreversibile. Urlando «io sono dio» scaraventa nel fiume Tevere il piccolo Claudio, anche lui forse urlante.

Abdicando alla responsabilità ed al diritto che la legge arcaica assegna al padre, nella sua fragilità e nel suo essere perduto pensa di arrogarsi un potere superiore, quello di Dio.

Non si rende conto che sta incoronando suo figlio ultimo re di Roma. Da Mosè a Edipo a Romolo e Remo i re sono bimbi abbandonati alla corrente e miracolosamente tratti in salvo.

Il suo gesto non avviene di nascosto, ma al cospetto della legge, che lo condanna da subito al carcere e alla disperazione infinita. Sembra quasi che questo padre abbia follemente inteso sottrarre suo figlio ad un funesto destino, e caricarsi della propria rovina. Se si fosse gettato anch’egli nel fiume gelido la sofferenza non sarebbe stata così totale e universale.

Nel romanzo La strada di Cormac Mccarthy, in un mondo sconvolto da una catastrofe che ha oscurato il sole e quasi annientato la popolazione umana, un padre prossimo alla fine è dilaniato dal dilemma se uccidere suo figlio per risparmiargli un futuro di desolazione e dolore, o se lasciarlo invece al proprio destino in una terra popolata ormai solo di belve e cannibali. Il day after della gelida alba sul Tevere sta però dentro la testa del padre, gli agguati dei sopravvissuti giungono non dalla foresta ma dai recessi della propria psiche. Più che inesorabile giudice della colpa filiale questo padre diventa il giustiziere di se stesso e del suo piccolo figlio, un amore e un dolore pervertiti ardono nel gelo della mattina di febbraio, il padre arcaico investito della responsabilità della legge diviene uno psicopatico che urla deliri di onnipotenza verso il cielo e contro il suo secondino, al quale sa di non poter sfuggire.

Nel duello mortale con la madre del piccolo, che ha tentato di uccidersi, il padre ha voluto rivendicare il suo potere di morte. Stringere tra le sue braccia teneramente il bambino, e diventarne madre, era una cosa troppo bella e troppo folle perché potesse essere vera, fallimento della madre e fallimento del padre, l’ultimo Re di Roma che non ha chiesto di esserlo vola dal ponte, sbatte con il suo corpicino ancora tiepido del caldo del lettino sulla lastra gelata del fiume e viene rapito dalle correnti, una iniquità più spropositata di questa non è concepibile sotto il cielo, non è pensabile se non come una punizione inflitta dal padre a se stesso e ancora più atroce del suicidio: segnare per sempre la propria vita e quella della madre di un vuoto grande e destinato ad ingrandirsi ogni giorno di più, mano a mano che il piccolo Claudio non cresce, non corre dietro alle farfalle, non va a scuola, non gioca, non diventa grande, perché resta l’ultimo Re di Roma perennemente trascinato dall’acqua gelida della corrente.

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[1] Una vulgata del femminismo pro matriarcato, che identifica nel patriarcato tutti i mali a venire, ritiene di individuare nell’istituto giuridico della patria potestas una prova schiacciante di quanto rudi e bellicosi e primitivi fossero i romani, che assegnavano al padre un così scellerato potere e che gettavano gli infanti illegittimi o handicappati dalla Rupe Tarpea. Questa visione si fonda su una prospettiva monca, e quindi fallace. Il femminismo non considera ciò che c’era prima di tale istituto, o lo considera pro domo sua: c’era ovviamente l’età dell’oro, comandavano le Madri, non c’era la guerra e neppure la lotta intestina dentro le famiglie e segnatamente tra i fratelli maschi, e tutti vivevano felici e contenti. Poi il diritto fallocratico e patriarcale è entrato a gamba tesa nell’idillio, come un cinghiale in un campo di margherite, e ha sfasciato tutto e rovinato la festa. Magari stessero così le cose. La potestas del padre viene a porre fine alla lotta di potere dentro la famiglia. Nessun fratello può uccidere l’altro fratello, non può farsi giustizia da sé, per quanto grave sia il torto che abbia subìto dal fratello. Solo il padre ha la potestà legale di dirimere la controversia. Il padre romano è la prima figura di magistrato che si conosca. Le Dodici Tavole istituzionalizzano e proceduralizzano una funzione, diminuendo il livello di violenza del sistema.

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