L’intervista più lunga della storia della radio

Viviamo, come è noto, nell’epoca della rapidità. In letteratura, Calvino docet, e nei media.

La radio, che della rapidità fa, per così dire, il suo core businness, sottostà forse più degli altri media visuali a questa legge costituzionale dell’epoca odierna.

Alla radio i silenzi e le pause lunghe, nonché i monologhi, equivalgono, ex adverso, a ciò che è il chiacchiericcio a una veglia funebre. Sono inammissibili.

Tutti i conduttori radiofonici, sia della rete pubblica che delle emittenti private, si attengono a questa legge non scritta. Tutti tranne uno.

Noi, che invece siamo a favore della lentezza, non ci uniamo alle critiche che cominciano a serpeggiare contro questa unica eccezione, questo solitario testimone dell’arzigogolo, della contorsione, dell’arabesco, per citare Flaiano.

A questo conduttore, nonché direttore di testata, di cui non diremo il nome, va il nostro plauso, e il nostro sostegno. Questo blog per statuto rifugge sia dalle offese sia dagli encomi personali. Questo blog vola alto sulle umane diatribe. Qui si fa una deroga, giacché il conduttore di cui parliamo conduce e dirige una testata dello Stato, che fa pagare ad ogni cittadino un canone annuale prelevato direttamente sulla bolletta della luce. Chi scrive non è mai riuscito a cancellarsi dall’elenco degli abbonati, pur non guardando mai la TV.

Bene. Il nostro conduttore, d’ora innanzi chiamato per brevità il Nostro, è nel Guinnes dei primati per la non-domanda più lunga della storia della radio.

Ci vorrebbe il metro da cantiere per misurarla. Inizia con passo felpato, con un tono colloquiale e dimesso, quasi da confessionale. Il Nostro parte dall’archè, dall’origine del mondo e dell’universo, passa in rassegna tutte le genealogie delle tribù della Bibbia, mentre l’intervistato intanto può schiacciarsi anche un sonnellino, volendo.

Dopo un tempo indefinito, dai tortuosi meandri della domanda fa timidamente capolino il nome dell’intervistato (una delle regole fondamentali della tecnica radiofonica esigendo, oltre, ovviamente, la rapidità, di ripetere ogni tot minuti l’oggetto dell’intervista e soprattutto il nome dell’intervistato, per mettere l’ascoltatore, che si sia sintonizzato dopo l’inizio del programma, nella condizione di capirci qualcosa), ed allora l’intervistato si ridesta dal sonno al suono del suo nome e si ringalluzzisce tutto perché legittimamente pensa che sia arrivato il suo turno. Ma no. Il Nostro ha fatto una finta, sembrava che con l’impennarsi dell’eloquio su una tonalità interrogativa stesse per passare la palla, ma invece no, fa tunnel, si dà la risposta da solo e da solo va a rete.

L’intervistato assiste impotente e non gli resta che tornare al suo sonnellino.

Il Nostro, con la palla che controlla a centro campo, si riavvicina all’intervistato. È qui che pone la domanda tendenziosa, quella proibita nei legal thriller americani. Obiezione vostro onore! Obiezione accolta! Ecco. Il Nostro, nel secondo tempo della domanda, perché intanto è dovuto andare in onda il radiogiornale, utilizza la tecnica interrogatoria vietata nei tribunali americani, volta ad estorcere la confessione. Qui il Nostro abbandona i panni dell’amicone del microfono accanto e indossa quelli dell’inquisitore. È vero che il libro affronta il tema…? È vero o non è vero che uno dei personaggi…? Lo scrittore intervistato si sente messo alle strette, vorrebbe filarsela a gambe levate ma ha la cuffia sulla testa e il microfono attaccato con una clip alla giacca e strapperebbe tutti i cavi e poi dovrebbe subire il cazziatone del suo agente letterario e quindi si arma di pazienza e aspetta con rassegnazione la fine dell’interrogatorio.

A questo punto avviene qualcosa di mirabile. Il Nostro si rende forse conto anche lui che ha sfondato i tempi, o forse dalla regia gli fanno dei cenni eloquenti seppur rispettosi perché è pur sempre il direttore. Sta di fatto che viene colto dalla fase di autocoscienza hegeliana e dice: Sto terminando la domanda (un po’ come un ragazzino chiuso in bagno che dice alla mamma che bussa e gli chiede quanto ancora ha da fare: – Mamma, sto finendo!), sto arrivando al punto.

L’intervistato si prepara. Si tira su le maniche della camicia.

E qui il Nostro fa una cosa magistrale. Sarebbe a questo punto legittimo attendersi che dopo una sevizia simile il torturatore lasci almeno uno spasimo alla vittima. Ma così non è. Per sintetizzare che tipo di libro è quello scritto dallo scrittore intervistato, il Nostro si avvale della figura retorica della comparazione negativa. Cioè, a contrariis, dice tutto ciò che il libro non è, come Montale in una celebre poesia, ed elenca tutti gli autori cui l’autore in studio non assomiglia. E qui occorre notare la galanteria sottesa a tale figura retorica: il Nostro sta in buona sostanza dicendo che lo scrittore intervistato non ha copiato nessuno, che il libro è tutto farina del suo sacco. Per fare ciò è giocoforza che il Nostro elenchi tutti i principali autori della letteratura mondiale, a partire da Omero e senza trascurare le opere anonime, come Bhagavadgita per arrivare, dopo un catalogo non meno breve di quello delle navi, ai nostri giorni, a Italo Calvino. L’unico a cui tutti assomigliano un po’, e come potrebbe essere diversamente! Se non altro per la rapidità, Musa dei nostri giorni. Il Nostro assicura e garantisce all’ascoltatore che lo scrittore intervistato è lontano le mille miglia da ciascuno di essi (a parte Calvino) e, mentre vanno in onda i saluti di fine trasmissione, il Nostro nomina in extremiis addirittura il titolo del libro e la casa editrice.

L’intervistato non ha aperto bocca.

La domanda che ci poniamo è: ma c’era realmente in studio lo scrittore o, dato che siamo in epoca, oltre che di rapidità, di spending review, il conduttore-direttore si fa le interviste da solo, per non sforare sul budget dei gettoni di presenza, anche se ciò comporta il lieve sfondamento dei tempi radiofonici? Non le faccio la domanda e mi do la risposta, insomma. Tanto alla radio mica si vede.

Se così fosse, il plauso non potrebbe che raddoppiare, essendo il Nostro l’unico tra i conduttori che lavora segretamente per l’abolizione del canone Rai.

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