Il doppio mostruoso

Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che non avevo, e forse non ho ancora, capito bene il concetto di «doppio mostruoso», uno dei concetti chiave del pensiero di René Girard[1], accanto all’altro, e più noto, concetto di «desiderio mimetico», entrambi confluenti nel celebre concetto di «capro espiatorio».

Confesso a voi fratelli che a comprendere, almeno in parte, il concetto di «doppio mostruoso», d’ora in avanti DM, mi ha aiutato mia figlia, che oggi ha sette anni e mezzo. In due diverse circostanze.

Un giorno, allora lei aveva sì e no due anni, la colsi mentre ripeteva «ciuccio ciuccio ciuccio» dentro un bicchiere di plastica, meravigliandosi per l’effetto acustico moltiplicatore che riusciva ad ottenere. Semplice. Era meravigliata della propria voce, che era e non era la propria voce.

Al DM si arriva passando attraverso la maschera della tragedia greca. Per spiegare l’origine e la funzione della tragedia greca basta un casco integrale, di quelli che si mettono i motociclisti e i poliziotti anti-sommossa, e una voce che rimbomba dal suo interno, come dal bicchiere di plastica di mia figlia. La maschera tragica è un’invenzione tecnologica che ingloba due cose: un amplificatore della voce umana, e un camuffamento del volto umano. L’effetto combinato è una presenza indecifrabile e inquietante, se non spaventosa, che induce nell’osservatore – non ancora statuito in spettatore – il senso dell’ignoto, del mistero, del tremendo e del sacro.

Basta davvero poco per evocare il lato nascosto, il lato oscuro, l’altra faccia, che suscita insieme timore, paura, angoscia e al tempo stesso invincibile attrazione.

In una voce alterata, modificata, adirata c’è già il principio del DM. È lui, ma non è lui. È lei, ma non è lei. È qualcun altro.

Le ricadute di questo concetto sono molteplici, ed osservabili.

Il timore di scoprire, ad esempio, la seconda voce di un bambino, e di scoprire che è anormale, o subnormale (l’autismo si pone sulla stessa linea concettuale, come seconda voce negativa, assente ma potente nell’azzerare la prima voce, e nell’insediarsi così sul vuoto trono del linguaggio).

E qui vengo alla seconda circostanza nella quale mia figlia mi ha inconsapevolmente aiutato a comprendere, almeno in parte, il concetto di DM.

Qualche notte fa abbiamo deciso di dormire, erano le vacanze di Pasqua, nello studio al piano di sotto. Lei e il suo fratellino si erano addormentati guardando un film, in via eccezionale. Verso le una della notte lei si è svegliata all’improvviso nel panico. Mi ha chiamato accorata «papà papà». Non vedendomi seduto alla scrivania dove mi aveva lasciato quando lei si era addormentata e senza rendersi conto che io ero già a letto accanto a lei e al suo fratellino, e senza udirmi mentre a bassa voce le dicevo «Ehi, papà è qui!», come un automa si è alzata (la luce era accesa), e si è diretta al buio al piano di sopra, dove normalmente dormiamo, convinta che io stessi a dormire di sopra, evidentemente. Ha acceso la luce della camera, non mi ha visto, e ancora più accorata mi ha chiamato. Non era lei, era un’altra. Era dominata da qualcos’altro.

I fenomeni di nottambulismo (abbastanza frequenti in quella età) ci introducono a questa dimensione del DM. Che altro sono i (nostri) fantasmi?

Il DM è anche alla base del canto. Il canto è nel falsetto. La persona che canta non è esattamente la medesima persona di quando parla. Stessa cosa, ed ancor più manifesta, vale per l’attore. L’arte in genere è sottoposta, o insiste nel dominio del DM. Per addomesticarlo, con ogni probabilità.

Un ragionamento analogo vale anche per la scrittura e la letteratura. Lo scrittore non è esattamente quella persona che incontro per strada o al supermercato, o ad un festival di letteratura, o all’università. Come, mi domando spaesato, quella mente incredibile risiede in quel corpo, in quella persona in fondo così ordinari?

Nella tv si verifica, invece, una trasfigurazione. Non c’è più il doppio, resta solo il mostruoso.

Azzardo incautamente che il DM è l’equivalente hegeliano del negativo, dell’antitesi[2].

Il DM è lì a ricordarci che la bestia, il mostro che cova dentro e dietro l’umano è sempre pronta a balzare fuori, per aggredirci, morderci e sbranarci.

Il Dm è ciò che Umberto Galimberti chiama il «sacro»?[3]

A letto, ma senza i figli, nelle lotte di dominazione, è in azione il DM. Esso prorompe, si accampa provvisorio, fallimentare vincitore, nell’orgasmo.

La follia, o la paura di essa, è il dominio elettivo del DM.

Le droghe sturano il tappo di sughero della bottiglia che contiene il DM. Per l’osservatore esterno, l’oppio fa galleggiare un doppio mostruosamente assente (non sfuggirà l’assonanza inquietante); la cocaina raddoppia mostruosamente lo stesso io, non lo separa. La cocaina è allarmante perché con essa vedi quella stessa persona mostruosamente se stessa, non mostruosamente un’altra.

L’alcol, ovviamente, resta la via regia di accesso a questa dimensione. Dioniso.

Si dovrebbe tentare una comparazione tra il concetto di «doppio corpo del re» di Kantorowicz[4] e di DM.

Ma il doppio fondamentale e definitivo è la morte. Le sue insegne sono la divisa militare, l’abito nero del prete, il camice del chirurgo, il cappuccio del boia.

E qui arriviamo alla scissione in due dell’officiante, del sacerdote, del ministro della liturgia, sia religiosa che civile, discussa da Giorgio Agamben in Opus Dei.

Girard, Kantorowicz, Agamben.

Un triplo mostruoso.

________________

[1] René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi.

[2] Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani.

[3] Umberto Galimberti, Orme del sacro, Feltrinelli.

[4] Ernst H. Kantorowicz, I due corpi del re. L’idea di regalità nella teologia politica medievale, Einaudi.

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