Condoglianze virali dall’Immacolata Accademia Reale di Svezia

Un mio amico scrittore, di cui non è assolutamente importante qui rivelare il nome, non celebre ma neppure completamente anonimo, mi ha fatto una telefonata. Da qualche giorno sta diventando virale, negli ambienti letterari, la seguente beffa: si telefona alla scrittore X, caro amico di vecchia data, anche se sta un po’ sui coglioni a tutti, e gli si fanno le condoglianze.

– Mi dispiace, sai, mi dispiace davvero. Sono costernato, sinceramente addolorato per te.

Lo scrittore X, che non capisce, chiede:

– Ma di cosa, scusa?

– Ho saputo che quest’anno l’Accademia di Svezia… questi abusi sessuali… insomma… che quest’anno… a ottobre…niente Premio. Mi dispiace, davvero, sarà per il prossimo anno. Fatti forza, un grande abbraccio!

Lo scrittore X generalmente manda a quel paese il suo amico e la sua boutade, ma non sono trascorsi nemmeno dieci minuti che il nostro apre la rubrica (una volta si sarebbe detto: alza la cornetta) e cerca il contatto del suo amico scrittore Y, che non sente da mesi. X chiama Y e lo prende per il culo.

Y reagisce male, ma, chiusa la conversazione, chiama a sua volta il suo amico scrittore Z, ed ecco che la cosa è virale.

Dato che in Italia siamo, più o meno, tutti scrittori, aspèttati a breve una telefonata del genere, caro lettore dell’Errore, ammesso che non sia tu a prendere l’iniziativa e a farla per primo.

Beffe a parte, la sospensione del Premio-letterario-più-prestigioso-del-mondo, che lascia sgomento l’intero pianeta delle umane lettere, ci induce a sottoporre all’Immacolata Reale Accademia di Svezia una proposta, che sarà inoltrata a breve per il tramite dell’Ambasciata italiana a Stockholm.

“Philip Roth insegna che la porcaggine è umana e terminerà con l’umanità, che comunque è prossima alla fine”

La porcaggine letteraria di Philip Roth è ciò che, notoriamente, ha sempre indotto l’Immacolata Accademia di Svezia a tenere a debita distanza lo scrittore newarchese dai fiordi.

Philip Roth insegna che la porcaggine è umana e terminerà con l’umanità, che comunque è prossima alla fine. Se vogliamo dirla tutta, anche uno scrittore casto e pio, letterariamente parlando, come Bernard Malamud, intervistato sul futuro della narrativa nell’epoca della dittatura della tv, eravamo allora a metà degli anni ’80 dello scorso secolo, dichiarava: «La narrativa, la letteratura, non moriranno mai. Almeno fino a quando gli uomini e le donne faranno sesso e quindi avranno bisogno di raccontarlo». Punto.

A proposito di porcaggine degli scrittori, e dato che domani apre il 31° Salone Internazionale del Libro di Torino, nell’anno 2006 fui testimone di una cosa che voglio qui riferire, mantenendo l’anonimato dello scrittore in questione. Ero andato, come spesso mi capitava in quegli anni, al Salone, e mi appoggiavo allo Stand della Regione Umbria. Ogni venerdì sera (la fiera di Torino apre i battenti normalmente il giovedì e termina il lunedì successivo), attorno alle diciotto, lo stand della Regione offriva, per consuetudine, un rinfresco di vini e cibi tipici dell’Umbria. Ciaùscolo, pecorino, Sagrantino di Montefalco. Una calca che non vi potete immaginare. Ma una calca non solo del pubblico, ma di scrittori e editori che abbandonavano i loro impegni per precipitarsi al buffet dei prodotti tipici umbri. Bene. Io giravo per il salone per invitare qualche illustre figura che magari incontrassi per i corridoi. Mi avventuro verso la sala diritti al primo piano, dove non va nessuno dei visitatori, ma solo gli addetti ai lavori. E colà, seduto su un divano circolare, affranto, stanco, occhialuto, riconosco il grande scrittore italiano ***. Allora aveva sessant’anni, però non era messo benissimo, grande fumatore, magro, un po’ trascurato, così mi era parso. Non provare a indovinare chi fosse, non darò sufficienti indizi. Esule dall’Italia, comunque, o semi esule, voce molto ascoltata dalla sinistra radicale, penna sferzante contro Berlusconi, quando ancora in Italia c’era un aggregatore degli intellettuali di sinistra. Mi avvicino, mi presento, lo invito al rinfresco tipico, lo invoglio con il pecorino, lui mi sta a sentire e poi mi dice: – Va bene, vengo, ma siediti un attimo. Devo aspettare la *** della casa editrice ***. Magari portiamo anche lei.

Io mi siedo, onoratissimo, ed anche lievemente imbarazzato. E qui avviene l’inimmaginabile. Forse perché mi avrà scambiato per un pecoraro e non per un libraio, forse perché era scazzato o stanco o tutte e due o tre le cose insieme, fatto sta che ad un certo punto, mentre gli raccontavo del fatto che qualche anno prima avevo portato in macchina al Salone una porchetta direttamente dall’Umbria e che tale porchetta aveva fatto il suo ingresso, nonché la sua porca figura, entrando dall’entrata principale del Lingotto, come un cadavere squisito, bene, lui mi interrompe e mi fa:

– Guarda quella che bel culo.

Io non credo alle mie orecchie. Ma come, lui, proprio lui, lui che ha tradotto un poeta che a tutto pensava, e quando dico tutto dico proprio tutto, tranne che alla fica, o al culo, lui che è l’erede di una tradizione narrativa dell’amarezza e della malinconia, lui, proprio lui, lui il fustigatore delle orge berlusconiane?

Alzo gli occhi, e guardo il deretanto allontanarsi. Il bello è che non era proprio tutto questo bel culo, almeno per i miei standard. Mi sembrava un po’ troppo di taglia forte, se proprio la devo dire tutta. Ma de gustibus.

Torna la responsabile della casa editrice, in tre ci dirigiamo verso lo Stand della Regione, dove lo scrittore*** viene accolto come una star.

“La letteratura non è il parlare di letteratura, come il mangiar bene non è il parlare di cibo. La letteratura passa, come passa quel culo, bello o brutto. Inutile afferrarla, come quel culo.”

Ci ho ripensato tante volte a questo episodio. E per tutti questi anni, dodici per l’esattezza. Nel frattempo, qualche anno più tardi, lo scrittore *** è morto. Non vi dico i coccodrilli della sinistra. Per carità, uno dei pochi scrittori italiani che forse ha detto qualcosa. Ci ho ripensato molte volte, dicevo, e i primi anni la dominante in me era: sono tutti porci, anche quelli che meno lo diresti. Poi, andando avanti negli anni, e forse diventando anche un po’ più porco io, il mio giudizio ha iniziato a modificarsi. Ma sì, in fondo lo ha detto per fare una battuta, per rompere l’assedio delle trecento interviste a cui sarà stato sottoposto in quei quattro giorni torinesi da trecento giornalisti, i quali tutti gli avranno chiesto cosa pensava di Berlusconi e che cosa voleva sostenere con la sua ultima raccolta di racconti. Poi, andando ancora avanti negli anni, mi è venuta, recentemente, l’illuminazione: lo scrittore*** mi ha dato un insegnamento. La letteratura non è il parlare di letteratura, come il mangiar bene non è il parlare di cibo. La letteratura passa, come passa quel culo, bello o brutto. Inutile afferrarla, come quel culo. Ma c’è ancora di più, e questa idea mi viene in mente mentre scrivo: lo scrittore*** è come se mi avesse detto: pensano che, siccome ho tradotto e fatto conoscere un grande poeta malinconico, pieno di inquietudini, siccome sono contro Berlusconi, siccome sono uno scrittore del crepuscolo, per cui si fa sempre più tardi, ecco, per questo, coglioni, pensate che io non guardi i bei culi?

E qui torniamo alla Reale Immacolata Accademia di Svezia.

E a un morto non ci avete pensato? A uno che, tecnicamente parlando, non è più in grado di molestare? A uno che, in vita, guardava i culi, li contemplava, li elogiava, li salutava mentre si allontanavano nel crepuscolo, senza mettere le mani addosso? Un Nobel come un Requiem? Lo avete dato ad una rockstar, avete abbattuto il recinto del canone, e ora, avanti tutta, datelo a un morto!

Tra l’altro, niente condoglianze per gli scrittori morti, niente telefonate del cazzo, come quella che ho ricevuto anche io dall’amico scrittore W, forza ragazzi, quest’anno è la volta buona!

 

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