A 26

Leggiamo sulle cronache di domenica 14 agosto, vigilia di Ferragosto, di un terrificante incidente costato la vita a quattro giovani cittadini francesi, che si chiamano Julien, 26 anni, Vincent, 27 anni, Audrey, 24 anni, Elsa, 23 anni.

Viaggiano da poco più di quattro ore, stanno percorrendo l’autostrada, sono le cinque e mezzo del mattino di sabato 13 agosto, non è ancora sorto il sole, prima di pranzo saranno in Slovenia, dove passeranno le loro vacanze.

Il rispetto per le loro giovani vite, e per la vacanza che si accingono a fare, ci impedisce di impiegare i verbi al passato, diversamente dalle cronache dei quotidiani e dai rapporti di polizia. «Le vittime si chiamavano […]», leggiamo nell’articolo di cronaca di domenica 14 agosto[1]. Si può immaginare che Bruno Persano, il cronista, scriva l’articolo nel pomeriggio o nella sera del giorno in cui Julien, Vincent, Audrey ed Elsa attendono ancora che il sole sorga in fondo all’autostrada. Non sono trascorse forse neanche dodici ore dall’incidente, ed il cronista usa l’imperfetto «si chiamavano», che stigmatizza e cristallizza la loro condizione di vittime recentissime in un destino ineluttabilmente consolidato nel passato, come se fossero morte da chissà quanto tempo, come se la loro esistenza fosse già opacizzata ed ostracizzata in una dimensione temporale separata.

Eppure i quattro giovani (due ragazze e due ragazzi), sarebbero a quell’ora in spiaggia, o in camera a farsi una doccia, o a fare l’amore sui letti appena sfatti, o a prendere un aperitivo sulla terrazza, guardando il sole cadere dietro il mare.

I quattro ragazzi stanno ancora viaggiando, ed il viaggio che li accompagna al termine della notte sarà lungo, non dura soltanto lo spazio di un verbale di polizia.

Il loro lungo viaggio inizia da quando sono piccoli, anzi da prima, da quando sono neonati, da quando sono ancora dentro la pancia delle loro madri. Da quando i loro genitori si sono conosciuti, e si sono amati sui letti delle vacanze.

In quei bambini che giocano, che si attaccano al seno materno, che ridono, che piangono, che iniziano a barcollare come anziani malfermi, chi potrebbe dire: ecco i segni del destino? Nei giorni estivi delle vacanze, in quelli invernali in cui fa buio presto e i ragazzi tornano infreddoliti dalla palestra, chi potrebbe ravvisare un segno del malaugurio? A scuola studiano la geografia, e chi potrebbe spiegare loro che da un punto minuscolo sull’atlante, un piccolo paese poco conosciuto, viene il loro assassino?

Passano lenti eppure velocissimi gli anni, e quasi senza preavviso i ragazzi, le ragazze di meno, voltano le spalle ai genitori. Silenzi, lunghi musi, liti sugli orari, sotterfugi, bugie, fumo proibito. In qualche caso salta la comunicazione. Si insatura un cupo rumore di fondo, simile a quello di una battaglia lontana. Le polemiche, le sfide, le scelte per il futuro. Morire a vent’anni stronca la possibilità di un nuovo incontro tra figli cresciuti e premurosi e genitori finalmente affrancati dal loro ruolo d’ordine.

Con il groviglio dei vent’anni che li accompagna i quattro giovani stanno dunque percorrendo l’autostrada. Hanno da poco varcato quello che un tempo era il confine di stato tra Francia e Italia. Non sanno che tra poco varcheranno un altro confine invisibile.

Dovremmo sperare, e forse pregare, che tutti, tranne il conducente, si siano assopiti sui sedili, assumendo posture diverse. Lasciamo che dormano. Probabilmente c’è una musica di sottofondo che tiene sveglio chi guida, la musica preferita di uno di loro. Non tentiamo neppure di indovinare che musica sia, la precisione sui gusti musicali è molto importante.

Non c’è menzogna più grande di quella immorale giustificazione a posteriori cui si dà convenzionalmente la denominazione di appuntamento con il destino. Nessun appuntamento, nessun destino. Il destino è una tecnica di rilassamento, serve, a chi sopravvive, a farsi una ragione, a non uscire di senno, a non lasciarsi divorare dalla rabbia per la banalità e l’evitabilità di quanto accaduto, a non annegare nel mare delle possibilità alternative.

È così che le mosse del pirata[2] della strada, dell’assassino del Q7, non possono prendere l’avvio con un fare sinistro e minaccioso. Non c’è grandiosità nel male, non c’è destino. Non è qui che può essere soddisfatto il bisogno di consolazione.

E non c’è nessun soggetto cinematografico scritto. Il cinema ci ha abituato alla falsa sincronicità. Il montaggio ci mostra, da un lato, i ragazzi assopiti sui sedili con una musica a basso volume che scivola sulla quiete della notte, e, dall’altro lato e allo stesso orario, il tam tam primitivo e industriale della discoteca «Kascia», sul cui rosso tappeto splendidamente esce, salutando, con un amichevole pugno sul poderoso bicipite, il giovane della sicurezza con l’auricolare, I. B., al suo fianco la ragazza russa T. Ancora un’inquadratura sulle teste ciondolanti dei ragazzi e poi un piano-sequenza sui due giovani che, alticci, si avviano verso il Suv con il frastuono attutito della discoteca alla spalle. Scatta la freccia sinistra della Opel per superare una macchina, scattano le quattro frecce che si illuminano all’apertura telecomandata della Audi, il tipico tic-tac della freccia accesa da un lato, il nuovo bip seguito dal rumore metallico della serratura che si sblocca, dall’altro. Con il dolby surround un effetto acustico di sicuro impatto.

Basterebbe solo che un rivale russo strisciasse di nascosto tra le auto e, con un coccio di bottiglia, squarciasse la ruota del Suv del giovane impresario albanese perché i quattro ragazzi francesi stessero ora a prendere il sole in spiaggia, e non nella cella frigorifera dell’obitorio di Ovada.

E invece indisturbato il Suv si muove, Q7 si incammina, monta, come un grosso bestione, sulla rampa, come un semovente, come un rottweiler della strada viene lanciato all’attacco e alla guerra.

Va alla guerra che ogni giorno e ogni notte si scatena sulle strade[3].

Il muso da predatore di Q7 annusa l’aria in velocità, e pregusta l’odore del sangue. I. inveisce contro qualcuno che era in discoteca, bestemmia, si accende una sigaretta e la passa a T., le mette una mano sulla coscia nuda, sul lembo degli shorts, le dita scivolano sulla pelle color cappuccino del sedile, così morbida, e sente da lei la parola coraggio. O la sente dentro di sé, poco importa. Gli spacco la faccia, porca madona. Torno indietro e gli buto giù i denti.

Non c’è nessun cellulare da andare a recuperare tra i divanetti del «Kascia», come agli agenti dirà Q7 all’alba. E non c’è nessun errore nel rientrare dalla corsia di uscita. C’è, molto semplicemente, un’inversione a U, per recuperare non il cellulare ma per guadagnare qualche minuto, quelli che ci vogliono a raggiungere il prossimo casello, pagare, uscire e rientrare. Una inversione a U per riannodare all’indietro il nastro della rabbia, prima che svanisca, prima che la discoteca chiuda. Alle cinque del mattino non c’è quasi nessuno sulla strada, e se qualcuno c’è gli faccio prendere un belo spavento. Glielo faccio vedere io a quelo là.

Se così fossero andate le cose sarebbe orribile. Ma purtroppo questa non è l’ipotesi peggiore.

Q7 fa l’inversione a U alle cinque del mattino per non pagare il pedaggio una seconda volta, per risparmiare cinque euro, tanto costa il tratto autostradale Alessandria-Arenzano.

E allora ecco come si muore alle cinque del mattino per cinque euro, con cinquantacinquemilaseicentocinquanta euro di lamiera, di cristalli, di pelle color cappuccino, di tecnologia, di design, di stereofonia che si presentano senza invito a quello che non era nessun appuntamento, e dettano la loro legge sovrana, il loro codice di supremazia e morte istantanea.

Purtroppo quest’ultimo non è lo scenario più insensato.

E, ci domandiamo con una pena che resta impigliata, come un uccellino sul fil di ferro, su quei cellulari raccolti sull’asfalto, stranamente superstiti, che squillano all’impazzata sulla scrivania dei poliziotti per tutta la mattina, ci domandiamo se non ci fosse nessun russo con il quale fare i conti, nessun rivale a cui buttare giù l’arcata dentaria, ma solo un gioco pericoloso prima dell’alba.

– Non ce l’hai il coraggio?

–  Sì, ce l’ho il coraggio.

[15-20/08/2011]

_________________________

[1] La Repubblica, p. 23.

[2] Nessun pirata, a voler essere precisi. I pirati hanno un codice d’onore. Lasciamo a ciascuno di trovare l’epiteto più adatto.

[3] Una guerra non dichiarata ma di cui all’indomani viene pubblicato il bollettino, una guerra sostenuta e finanziata dalle case automobilistiche, che ricavano un utile aggiuntivo dagli incidenti stradali, una guerra censurata dai media, che relegano le questioni a fatalità e inevitabilità quando non a spettacolarità, una guerra non ostacolata dai politici che si guardano bene dall’inasprire il codice penale, essendo loro i primi guerrieri della strada, una guerra cancellata dagli addetti stradali che ripuliscono l’asfalto dalle tracce ematiche in pochissimi minuti.

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