L’amministrazione della fuga

In quei giorni ognuno amministrava con molta parsimonia le fughe dalle relazioni amorose, dai rapporti lavorativi, dagli impegni politici, dalle congregazioni religiose, dai vincoli famigliari.

Ognuno ne aveva a disposizione tre, massimo quattro.

Tre, massimo quattro pallottole infilate nella cartuccera della propria sorte.

Ogni volta che se ne consumava una, si riduceva la distanza da quella zona rossa di pericolo, di rovina dell’io, di sperdimento nella notte oscura dell’anima.

Gli ammonimenti degli psicurghi erano stati chiari.

Ognuno viveva sopportando sino allo spasimo le relazioni soffocanti, perché le fughe erano state razionate, come il pane in tempo di guerra.

Lui non sembrava soggiacere alla regola parsimoniosa delle tre, quattro cartucce.

Aveva rotto ponti, innumerevoli ponti, si era lasciato alle spalle relazioni minate, si era dato alla fuga in molte occasioni, ma più che fuga si sarebbe detto sparizione, un taglio reciso come la lama della ghigliottina, e nonostante l’infrazione alla regola del tre, massimo quattro non era uscito di senno, si faceva rivedere rarissimamente, ad una manifestazione di solidarietà talvolta, da solo in fondo al corteo, e comunque lontano dal palco degli oratori, o per un funerale,  non a tutti sia chiaro, e non per le ricorrenze ufficiali, non per le feste di compleanno, stava lì senza cartuccera però, senza rivoltella.

 

 

 

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