L’ultima cena

I supermercati di quartiere sono nonluoghi dove si viene messi a parte delle vite degli altri, si viene a conoscenza delle vicende ospedaliere o vacanziere o mortuarie di ignote entità spettrali che, all’altezza dei sottolii e dei sottaceti, assumono la subitanea e familiare e transeunte consistenza di persone. Ieri mattina ho appreso della morte dell’anziana professoressa Cavaterra, insegnante di latino e greco, da lunghi anni in pensione[1]. Il gestore del negozio in persona, Angelo, uomo rotondo e gioviale, raccontava che nella casa della professoressa erano state rinvenute migliaia di scatolette di tonno perfettamente intatte. Mentre raccontava continuava a passare i prodotti sopra il lettore ottico. Le tre o forse quattro persone in coda, tra le quali io, fissavano il vuoto ed ascoltavano.

Sulle persone anziane e sole circolano spesso strane voci. Una volta girava la storia di una vecchia barbona che sarebbe morta lasciando sul libretto postale qualcosa come centomila euro. Si sentono storie tristissime, di anziani che si tolgono la vita perché non hanno più i soldi per pagare le bollette. Gli anziani hanno un loro mondo segreto, e segreti drammi.

I particolari del rinvenimento sono stati riferiti ad Angelo il bottegaio da un dipendente dell’Agenzia di Onoranze Funebri Dominicis. Detta Agenzia è quella che sarebbe stata autorizzata ed incaricata dai servizi sociali di accedere al domicilio della defunta professoressa priva di stretti congiunti e di comporne la salma. Quando sono entrati in casa forzando la porta (l’anziana professoressa viveva da anni da sola), hanno trovato la morta in soggiorno, seduta a tavola su una sedia a braccioli. Era rimasta con il busto eretto, la testa reclinata sulla spalla sinistra. La luce del lampadario con le lampadine a risparmio era rimasta accesa, le finestre e le persiane chiuse. La morta aveva occhiali scuri. Sembrava preparata come per una cerimonia, i capelli erano in perfetto ordine, forse la mattina era andata dalla parrucchiera, aveva fatto il colore, bianco argento con riflessi blu elettrico, come un fulmine che balena negli strati di ovatta di una nuvola bianca. Doveva essere morta di notte. Non sembrava avesse vomitato. La tavola era apparecchiata come per un banchetto, con un servizio da dodici, ed era imbandita con piramidi di scatolette di tonno di marche varie, dal Tonno Rio, classico e al naturale, ai tranci di tonno in barattolo di vetro, ai tonni di importazione, come il pregiatissimo Consorcio. Una montagna di tonno e solo tonno. Il tonno è stato ritrovato ovunque nella casa della signora, nelle scatole delle scarpe, dice, e nei cassetti dell’armadio.

Arrivato il mio turno alla cassa, Angelo ha iniziato a far passare sul lettore ottico la mia spesa, e quando ha avuto in mano il tonno che avevo preso, si è fermato, ha alzato su di me gli occhi dardeggianti e ha detto:

– Dotto’, adesso che quell’altra ha finito non mi cominci lei, eh? Una al giorno, una di queste al giorno, per anni. E non le consumava! Brutta malattia la vecchiaia!

E ha scosso la lucida testa rasata.

Uscendo dal supermercato ho provato un senso di irritazione per il tono di furbesca complicità con il quale Angelo aveva liquidato la fine della professoressa come un caso di demenza senile. Non è che Angelo sia un uomo malvagio, ma le cose serie per lui sono i soldi, il campionato, le auto potenti e la salute, le sole cose su cui non si deve scherzare. Il resto è una barzelletta. Anche la morte, probabilmente.

Tornando a casa l’occhio mi cade sulla civetta del Corriere dell’***:

ANZIANA MUORE A TAVOLA, MENÙ A BASE DI TONNO

Ogni volta mi domando: ma perché i titoli dei quotidiani locali devono avere questo tono confidenziale, allusivo e beffardo al tempo stesso, mortificare l’intelligenza dei lettori, stringere con loro un implicito patto burlesco fondato su una visione parodistica dell’evento e dei drammi che pure si consumano anche nella provincia, anzi, soprattutto nella provincia? La concezione del mondo che è in agguato dietro i titoli dei giornali locali è principalmente ispirata dalla falsa coscienza.

Contrariamente alla mia rassegnata aspettativa, l’articolo non era invece del medesimo tono del titolo, era anzi scritto in maniera piuttosto asciutta, lasciando così filtrare una inconsueta pietas, la pietas che emerge quando a parlare sono i soli fatti e le sole circostanze. Dalle scarne righe ho appreso che l’anziana signora, professoressa da anni in pensione, era nata nel 1933, aveva perso la figlia ed il marito nel medesimo anno, il 1977.[2] Dell’altro figlio a Parigi non si faceva menzione, forse per gettare un velo di discrezione su di un rapporto tormentato se non definitivamente interrotto, o forse perché questo figlio non esisteva affatto, nonostante il resoconto di Angelo. L’articolo terminava con un’immagine solenne, tanto da indurmi a pensare che l’autore del servizio fosse un conoscente della professoressa, quando non addirittura un suo vecchio allievo. «L’anziana professoressa, seguendo forse un rito di una di quelle antiche civiltà estinte, di cui per lunghi decenni aveva illustrato le usanze a generazioni di allievi, ha allestito un banchetto funebre per i suoi congiunti scomparsi, e nel corso di esso ha trovato serenamente la morte».

Il cronista si era guardato bene dal cercare una spiegazione sia di quella che palesemente appariva come una monomania, sia della quantità esorbitante del cibo in scatola, anch’essa con i caratteri di un’esagerazione troppo marcata per non avere un significato allegorico.[3]

Alla qualità del cibo prescelto per questo ingente accantonamento potrebbe ricollegarsi un lieto episodio di gioventù, forse la prima escursione fatta con il futuro sposo, un pic-nic fuori mura durante il quale avevano consumato, felicità aggiunta a felicità, una succulenta scatoletta di tonno in due. In questo caso il tonno sarebbe l’equivalente proustiano-adolescenziale della Madeleine, senz’altro più proletario ed industriale, ma i tempi che avevano attraversato i nati negli anni 30’ erano stati duri, solo pochi e fortunati erano i bambini che in quegli anni ricevevano per Natale una tavoletta di cioccolata al latte.

La quantità abnorme, invece, sarebbe il retaggio della penuria patita da bambina, nonché il sogno postumo di un’abbondanza che era arrivata troppo fuori tempo massimo, quando l’appetito non era più robusto come lo era stato invece a dieci anni, sulla montagna.

Questo tipo di spiegazioni hanno tutte il limite di essere circoscritte all’ambito personale e biografico dell’anziana professoressa. Non soddisfano interamente.

Quelle centinaia, quelle migliaia di scatolette e di barattoli fanno pensare all’esercito di terracotta dell’imperatore cinese, come se l’anziana, diversamente dall’ipotesi del banchetto al quale sono evocati ed invitati i defunti, avesse pensato di portare con sé nell’oltretomba quella impressionante scorta alimentare a lunga scadenza, per non morire di fame nel lungo viaggio nell’oltretomba. In questo senso, come gli antichi egizi e gli etruschi, di cui aveva parlato ai suoi giovanissimi alunni, la professoressa Cavaterra aveva voluto farsi seppellire con un’abbondante scorta per l’ultimo viaggio, e la tomba era l’intera sua casa.[4] Non avendo più nessuno che provvedesse a lei nel dotarla dell’occorrente per il suo ultimo viaggio, l’anziana vedova e madre senza più figli aveva dovuto organizzarsi da sola.

Ho scritto di passaggio che il tonno in scatola è un cibo a lunga conservazione. Ho fatto una ricerca su internet e ho appurato che in effetti il tonno in scatola è uno dei cibi di provenienza animale che si conservano più a lungo. Qui può esserci un principio di spiegazione essenziale: l’anziana donna avrebbe accumulato, con la montagna di tonno, un’eredità, la quale, come ogni eredità che si rispetti, deve essere in grado di sostenere gli eredi per un lungo tratto di tempo a partire dalla morte del de cuius. La scelta della tipologia di alimento è, quindi, tutt’altro che arbitraria o frutto di una senile monomania, ma accurata ed oculata. Forse la professoressa ha scelto il tonno perché non le piaceva e non lo consumava, e poteva così accantonarlo.

Resta da capire chi fosse o chi fossero gli eredi. Forse quel figlio diplomatico che vive a Parigi, di cui ho sentito dire da Angelo, e di cui nulla, al contrario, viene detto nell’articolo? O forse il fantasma della figlia prematuramente inghiottita dall’anoressia, che aveva scelto di alimentarsi non più con il buon cibo in scatola ma con le siringhe? Un senso di colpa materno è all’origine di questo imponente lascito simbolico?

Mi accorgo che il cerchio è completo, abbiamo fatto un giro a vuoto e siamo tornati al punto di partenza, cioè all’ipotesi del banchetto approntato per i defunti.

Mi dispiace concludere questo resoconto senza nessuna certezza, e senza neppure sapere che fine faranno tutte quelle scatolette di tonno. Arriverà, da Parigi, il figlio snaturato a raccogliere l’eredità? E che ne farà di tutte quelle scatolette? Organizzerà un banchetto funebre, invitando tutti i vecchi allievi di sua madre? Ecco che rispunta fuori un’altra ipotesi, una scatoletta per ogni allievo in tanti anni di insegnamento, un po’ di cibo che la professoressa-chioccia distribuisce ad ogni allievo-pulcino.

E se il figlio lontano non esiste?

Sarà una questione che risolveranno tra loro, e sotto banco, Dominicis e Angelo, il becchino e il commerciante? Il sorriso e la battuta di Angelo assumerebbero allora un significato sinistro e macabro. In qualità di cibo a lunga conservazione, sebbene acquistato anni fa, il tonno può riciclarsi e tornare sugli scaffali del supermercato, a lato dei sottòli e delle maionesi, e da cibo per i morti transustanziarsi in cibo per i viventi.

Un nero lascito testamentario, destinato ad eredi ignoti ed ignari, è forse il crisma dell’ultima cena della professoressa Cavaterra.

Escluderei invece che il lascito della professoressa sia collegato a quella leggenda globale che si sta diffondendo e per la quale il tonno catturato nel Canale di Sicilia porterebbe tracce di carne umana, quella dei naufraghi delle carrette del mare. Questa diceria, oltre che tutta da verificare, è da escludersi nella fattispecie, atteso che la raccolta antologica delle scatolette di tonno da parte della docente in pensione principia in anni non recentissimi, quando gli sbarchi non facevano notizia e non facevano notizia i naufragi.

Però, chissà?

_____________

[1] La professoressa Cavaterra era nata nel 1933, durante i bombardamenti dell’inverno 1944 era stata sfollata con la mamma e la sorella in montagna; dopo la laurea in Lettere classiche si era sposata nel luglio 1955, nel 1956 aveva avuto una figlia, e nel 1961 un figlio. Nei primi anni sessanta aveva vinto la cattedra al liceo “Beata Angela”, dove era rimasta fino al pensionamento, avvenuto nei primi ottanta, quando ancora si poteva andare in pensione a cinquant’anni.

[2] Negli anni ‘70 la parola anoressia non veniva pronunciata neppure a bassa voce, si disse che la ragazza era morta per via di certe pasticche che prendeva per fare una dieta. Il padre della ragazza e marito della professoressa venne ritrovato due giorni dopo sotto un albero.

[3] Il cibo in scatola è stato, per i bambini nati negli anni ’30 del secolo scorso, un bene di lusso, una prelibatezza per i giorni di festa, portato in quantità omeriche dagli alleati durante la guerra di liberazione. Il cibo in scatola ricordava forse l’infanzia all’anziana professoressa, ma ciò non spiega perché il tonno e non per esempio la carne in barattolo, come Simmenthal o Manzotin.

[4] Nel libro La scultura funeraria dall’Antico Egitto a Bernini di Erwin Panowsky si legge: «[…] I mezzi per rendere felici i morti consistevano, ovviamente, nel fornir loro tutto quanto potesse rivelarsi utile per soddisfare le necessità della vita ultraterrena, vale a dire tutto ciò di cui essi avevano bisogno e di cui si servivano quando erano vivi: cibo, bevande (soprattutto bevande, dal momento che i morti erano concepiti come estremamente assetati), protezioni, utensili, armi, ornamenti o giocattoli, animali e – per persone importanti – servi. […] La più completa documentazione di questa fase – la fase in cui si credeva che la scultura funeraria dovese provvedere al futuro del defunto, a un livello che potremmo definire “magico” – è sicuramente offerta dall’arte degli egizi. Si prendevano infinite precauzioni allo scopo di offrire ai defunti tutto ciò di cui avevano bisogno per vivere bene ed essere eternamente felici. […] Dio non voglia, ma se fossimo sociologi potremmo dire che l’intera civiltà egizia tendeva ad essere “orientata alla morte” più che “orientata alla vita”. Diodoro Siculo ha espresso molto meglio lo stesso contrasto con la frase: “Gli egizi affermano che le loro case sono solo degli alberghi, e che le loro tombe sono le loro vere case».

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