Diario dell’Errore. 7

[1]

Nulla gli toglieva dalla mente che il successo del fascismo fosse dipeso (e tutt’ora dipendesse) dalla assonanza con la parola fascino. Il fascino del fascismo. Tale convinzione era corroborata dalla circostanza che in tutte le principali lingue europee fascismo e fascino mantengono la medesima assonanza. È in questa magia linguistica che si annidava la forza del fascismo. Questa tesi collimava con quanto dimostrato da Wilhelm Reich (altro nome meraviglioso per un acerrimo avversatore del terzo Reich) in Psicologia di massa del fascismo. Negli anni 20 del secolo breve il comunismo aveva parlato allo stomaco e al cervello, il fascismo allo stomaco e all’uccello. Per questo il fascismo aveva vinto. Il fascismo dava ad ogni individuo l’illusione di essere portatore di un fascino unico, un po’ come un profumo esclusivo. Non sarà un caso se un profumo di una celebre casa sia stato chiamato Egoiste. Genio dei pubblicitari. Il fascismo era stata una geniale trovata pubblicitaria, uno slogan vincente. In seconda istanza ciò dimostrava anche l’intrinseca natura fascista e fascinosa della pubblicità commerciale. Il comunismo sapeva di pane comune, di squallore, di miseria. E per dirla tutta, veniva su dal comunismo una certa aria stantia, un odore di cretonne o cuoio umido, di panno grezzo; veniva su questo olezzo poco piacevole, quando non un tanfo scoreggioso. Vuoi mettere, rispetto al profumo Egoiste?

Egoiste

[2]

Bisognerà dirlo una volta che anche il fumo delle donne è stato un fattore di emancipazione. Anche se ciò ha aumentato i tumori al seno.

[3]

Mi succede questo: leggo un passo filosofico illuminante, meraviglioso, colgo un’intuizione formidabile, ma non sono sicuro di averla compresa appieno. Torno a rileggerla, ma alla seconda lettura il piacere immenso che ho provato alla prima è svanito. La seconda lettura non aggiunge molto di più alla prima, ma toglie il piacere inaugurale, aurorale, che ho provato alla prima, affrettata, lettura.

[4]

Quella mattina l’aria era pisciosa, c’era come un sentore universale di piscio nell’aria mattutina.

[5]

Storia di una donna che tradisce il marito. Il marito si incazza, fa una scenata, si ubriaca, va a dormire fuori casa. Lei si addormenta, placida, nelle lenzuola in cui ha consumato l’adulterio.

[6]

Eccomi, disse, sono arrivato. Come Ulisse prima di vendicarsi dei proci, mi sono dissimulato, disse, mi sono nascosto, mi sono umiliato, ho tenuto segreto il poeta che è dentro di me. Oggi sono tornato. Già me lo vedo, e me lo pregusto: nei vostri occhi la meraviglia o lo stupore, simile a quando muore un giovane: – Ma chi, lui? Morto? Ma come, l’ho visto ieri…, stava bene! Ebbene, alla stessa maniera: – Ma chi, lui, un poeta? Non me lo sarei mai immaginato! Uno scorbutico, un incostante, un maleducato, un antipatico! Ma non vi darò il tempo di meravigliarvi troppo, disse, una pugnalata vi arriverà alle spalle, letale, come una frase.

[7]

Pensava che la sua catastrofe professionale e personale sarebbe stata di conforto a quelle persone benestanti che, pur essendo tali, hanno però un sentimento della precarietà delle loro fortune. Vedi, avrebbero detto, quanti sacrifici, quante rinunce (questo lo avrebbero detto al ristorante, aspettando le tagliatelle al tartufo che stavano ritardando un po’ più del dovuto, introducendo nella comitiva un senso di nervosismo), e quanto coraggio! Nella remotissima ipotesi che uno di loro fosse caduto in disgrazia finanziaria, ebbene, quell’esempio di rettitudine e fermezza sarebbe stato il loro faro, il loro faro nella burrasca.

No – egli pensò, ricredendosi -, le persone ammirano molto di più coloro che hanno successo, i vittoriosi, e partecipano più volentieri alle pene e alle ansie connaturate all’amministrazione del successo. Perché è il successo, non il fallimento, quello che non dà pace.

[8]

La lettura silenziosa di due persone che si trovano nella medesima stanza è forse tra le (poche) esperienze che rendono la vita quasi sopportabile. Immerse ciascuna nelle proprie pagine (che non sono proprie di nessuno), ciascuna si allontana considerevolmente e sideralmente dalla stanza dove, poniamo, scoppietta la legna nella stufa. Dopo un tempo inquantificabile (cinque minuti? tre quarti d’ora?) io mi alzo, metto su il caffè (lei lo preferisce al the), lo verso, lei lo lascia raffreddare perché lo beve tiepido, io torno al mio (mio?) libro, alzo gli occhi dalla pagina, vedo che sta guardando fuori dalla finestra, siamo ad oriente e ad occidente del mondo, siamo nella medesima stanza e la vita sembra così quasi sopportabile.

[9]

La forza di Bolaño sta principalmente nel modo come l’evento nefasto entra nel racconto: senza prolessi, né commenti successivi, chiose, varianti: l’evento arriva come arriva nel ghetto la Gestapo.

[10]

Il tabacco sancisce sempre una fine: la fine della scopata, del pranzo, di uno spavento. E della vita.

[11]

6-3-13

Storia di una scatola di preservativi.

Lei: – No, aspetta, li ho io.
Lui: – Questi vanno bene, tranquilla.
Lei: – Non è per quello, prendiamo i suoi, dai, sono in bagno, dentro la vetrina. Vai tu per favore.

Era andato scalzo e nudo, […], e si era sentito un po’ un intruso. Aveva acceso la luce e li aveva trovati accanto ai cotton fioc. Ce ne erano rimasti tre. Incidente stradale.

[12]

L’esultanza dei bambini che tornavano a casa con lo scuolabus, nei primi anni ’60 del secolo scorso. Storia di una madre che non era potuta andare alla fermata, suo figlio, scendendo dal mezzo e attraversando la strada davanti al bus, era stato investito da una macchina in sorpasso. Ma non finisce qui, nessuna tragedia finisce mai. La madre, qualche settimana dopo, depressa, meditando il suicidio, urta involontariamente una signora a bordo dell’autobus al ritorno dal cimitero e viene presa a male parole. La vita è questo insulto cieco su una persona disperata.

[13]

Se consideri che uno degli artisti inglesi più rinomati del ‘900 si chiama, in italiano, Pancetta… E giù a sbellicarsi dalle risate.

[14]

Aveva un cruccio. La macchina che lasciava sempre fuori, notte e giorno, non disponendo di un garage, avrebbe finito per mostrare l’usura, un velo opaco sulla lamiera. E proprio per questo si era convinto che lasciare le macchine fuori o rimetterle in garage non cambiasse niente. Rafforzava questa sua convinzione esprimendola a terzi ogni volta che poteva. Era quasi un’ossessione: andando al lavoro al mattino gettava un’occhiata sulle automobili che lo precedevano e ponderava se avessero trascorso la notte in garage o all’aperto.

[15]

Il sistema solare è una provincia della nostra galassia, che è un micro-stato nel cosmo. Che cosa è il pianeta-terra, che cosa l’Italia?

[16]

Davanti a quel corpo nudo gli occhi erano così aperti, così selvaggiamente voraci, e quasi sbigottiti di tanta bellezza che avrebbero potuto lasciare sulla pelle un segno, come un’impronta digitale.

[17]

Se ogni persona è un libro da leggere, molti passano la vita gli uni accanto agli altri senza neppure aprirlo, lasciano quel libro chiuso sul comodino.

[18]

Non possiamo non dirci atei se non dopo aver disinnescato tutti gli ordigni della teologia. Rispetto ai bestioni pieni di stupore e ferocia che ignorarono per decine di migliaia di anni l’anima dell’uomo, intenti a divorarsi l’un l’altro, la teologia appare come una conquista rivoluzionaria, un incipit di riflessione del bestione su di sé e di civiltà. Non dobbiamo dimenticarlo. Il nostro ateismo deve essere pieno di rispetto verso il lavoro civilizzatore prodotto dalla teologia, uno sforzo colossale di insufflare nella testa confusa del bestione un concetto astratto, come quello di dio, che in ogni cultura è l’invisibile. Non siamo atei perché sentiamo più prossimità a quei bestioni che ai teologi. Ma perché vorremmo staccarci dai bestioni ancor più risolutamente e radicalmente di quanto non sia riuscita a fare la teologia.

[19]

Ci sono persone che si portano sfiga da sé.

[20]

Leggeva come se quello fosse l’ultimo libro che avrebbe letto, leggere come congedo e come addio a tutti i libri. Ci sono lettori voraci che leggono un libro dopo l’altro, come una ciliegia dopo un’altra. Lui invece leggeva un libro come se fosse stato l’ultimo, lo leggeva con un certo fastidio e un certo sussiego, come un’ultima incombenza da sbrigare prima di partire per un lungo viaggio tra i ghiacci del nord o i deserti del sud.

[21]

Bizzarrie: nessuno forse ha mai scritto una poesia dedicata alla parte minima del parabrezza delle automobili, quella precisamente in basso ai lati non raggiunta dai tergicristalli in azione quando la pioggia lava il vetro. È una porzione di vetro e di mondo trascurata dalle spolette in movimento, trascurabile perché marginale, non ostacola l’angolo visuale del guidatore, è una collina semisferica dove non giunge la tecnologia, un rifugio per le gocce che si appiccicano alla polvere sul vetro, un precario luogo di ospitalità pura e semplice dell’evento atmosferico, una linea di resistenza al sistema dominante dell’efficienza della macchina, un luogo trascurato dall’occhio intento alla guida, una reminiscenza residuale della invincibile superiorità degli elementi sul programma economico dell’uomo signore del nulla.

[22]

La sovversione ancora intatta dell’Ulisse di Joyce risiede nel one day poem. Il 16 giugno 1904 non è solo il giorno in cui conflagrano e implodono millenni di tradizione letteraria, ma è anche – a prescindere dalle intenzioni di Joyce – il giorno della fine del romanzo inteso come svolgimento di una vita intera, che culmina nella morte. Joyce ha infarcito un solo giorno ordinario di una persona ordinaria – Bloom – di tutto l’universo mondo, con ciò svelando come in ogni essere umano alberghi in un solo giorno l’interezza del mondo, la compresenza di tutto il passato il presente e il futuro in un unico e giubilante momento, con la conseguenza che ogni persona è in fondo una possibilità di epopea, anzi ogni giorno di ogni persona, e che quindi la scrittura diventa fallimentare non restandole altro da fare che cimentarsi con l’epopea ordinaria di ogni giorno di ogni persona vivente, la letteratura verrebbe a coincidere con la vita, fine del romanzo teleologico.

[23]

Ogni notte, prima di spegnerla per andare a letto, faccio le corna alla televisione.

[24]

12-6-12

Se dicessi al mio psicanalista (che, tra parentesi, non ho) che ogni volta che gioca la Nazionale di calcio io mi auguro in cuor mio che perda, che tifo insomma contro la squadra che rappresenta l’Italia, egli, senza nulla dirmi, mi farebbe intelligentemente e sottilmente capire che non conta tanto cosa si celi dietro il simbolo della Nazionale (il padre, l’autorità, ecc.), ma conta invece che la mia guarigione coincide con il superamento di questo spirito di negazione. Detto in altri termini io sarò guarito solo quando smetterò di tifare contro e diventerò indifferente al risultato. Guarire significherebbe allora accettare la realtà, quando non adeguarsi ad essa, vale a dire smetterla di schierarsi contro la maggioranza? In un mondo di ciechi lo psicanalista (cieco anche lui?) arriverebbe a farmi dubitare della sanità della mia vista perfetta, in un mondo di gangster mi farebbe dubitare della mia nonviolenza, in un mondo di cinici della mia onestà, in un mondo di eretici della mia fede.

[25]

Siamo davvero sicuri che il contatto con gli elettrodomestici, con le automobili, con i computer, con le turbine delle centrali nucleari non ci modifichino l’umore? Sono sicuro che l’ansia che mi assale il pomeriggio, come un vortice fedele e senza pietà, non sia direttamente connessa con la centrifuga in azione della lavatrice?

[26]

Era uno che sapeva sempre tutto, si ricordava perfino del vero nome di Bob Dylan, che a me non riusciva mai di ricordare.

[27]

Onestamente penso che alcune opere letterarie contengano un portato così insostenibile per la mente umana, al punto che i loro autori preferiscono e decidono per la distruzione di esse. In questo senso la vera letteratura è sempre ad un passo dal suo harakiri. La letteratura commerciale è, nel migliore dei casi, una piccola maldicenza pettegola, la letteratura vera una grande maledizione scagliata contro l’universo intiero.

[28]

Mussolini volle occuparsi personalmente delle forniture di scarponi e stivali per l’esercito. Con il suo proverbiale intuito pratico aveva compreso che le calzature dei soldati erano più importanti delle divise, ed altrettanto se non più importanti delle stesse armi in dotazione. Una leggenda posteriore vuole che i soldati italiani siano stati mandati sulle nevi della steppa russa con scarpe di cartone. Il congelamento dei piedi fu la decisiva, se non unica, ragione della disfatta italiana su quel gelido fronte. Eppure Mussolini volle occuparsi direttamente delle calzature dei soldati dell’impero. C’è chi, tra gli storici, sostiene, come il Detristis, che il Duce fu ingannato, come lo fu riguardo all’aviazione. Generali corrotti e felloni gli mostravano un rendiconto delle dotazioni assai più soddisfacente di quanto in realtà non fosse.

[29]

Gli anziani frugano nel proprio portafogli con fare furtivo, e di nascosto contano e ricontano le poche banconote, le palpano lentamente, le sfilano e le rinfilano, si comportano come ladri ma in realtà non si danno pace del fatto che dopo tanto lavoro e tanta fatica durati una vita siano così pochi i soldi rimasti e si sentono defraudati dal destino, il vero ladro.

[30]

Torniamo a casa dalla villeggiatura senza fare sosta nei piccoli paesi dell’entroterra, dove, più che sul litorale, meglio si serba e custodisce la tradizione, con i suoi sapori, le antiche chiesette che per visitarle bisogna chiedere la chiave all’unico negozio di alimentari rimasto.
Torniamo dritti a casa stremati dalle ferie così come andiamo dritti dalla vita alla morte senza soste e senza fermate, un po’ perché abbiamo fretta un po’ perché non abbiamo voglia, ignari di tutto quello che avremmo potuto fare e vedere, cose piccole, un belvedere, un vecchio molino, i lupini a bagno dentro il negozio, un sagrato abbandonato, un gatto che dorme placidamente sull’altare.

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