Kafka was the rage

«Everyone was influenced by Kafka in those days. People in the Village used the word kafkaesque the way my parents used veteran».

Che cosa sia stato aprire una libreria dell’usato a New York (Greenwich Village) nel 1946 lo racconta molto argutamente Anatole Broyard. Poco più che ventenne, il futuro influente critico letterario, reduce dal fronte asiatico, mise nell’impresa libraria i soldi guadagnati con il mercato nero in Giappone. Ogni luminosa impresa ha la sua origine oscura.

L’idea di una libreria gli era venuta alle tre di notte, al porto di Yokohama. Yokohama era stata rasa al suolo dai bombardamenti, gli abitanti dormivano in baracche di macerie e il porto era diventato una immane latrina a cielo aperto. Il suo primo incarico come ufficiale portuale fu di ripulire e bonificare l’area. Aveva ai suoi ordini duecentoventi soldati, che supervisionavano il lavoro di mille e cinquecento prigionieri giapponesi. Quella notte, erano le tre, stava seguendo le operazioni di scarico di una nave quando ebbe l’idea. «For something to do, I was thinking about books, trying to see if I could quote passages or whole poems the way some people can».

Gli vengono alla mente solo alcuni mozziconi di versi di Wallace Stevens («my favorite poet»). E ricorda: «It was reassuring to think, in the middle of the night in this foreign place, that were people in the world who would take the trouble to write things like that. This was another, wonderful kind of craziness, at the opposite end from the craziness of the army».

Aprire una libreria, dice Broyard, è l’ultimo dei gesti romantici, come vivere all’addiaccio o imbarcarsi in giro per il mondo

Il futuro scrittore, critico letterario e editor che ha una relazione, sessualmente avant-garde, con una giovane pittrice, protégée di Anaïs Nin; che abita a pochi isolati da dove si è stabilito W. H. Auden (lo vede inciampare e cadere all’uscita di un negozio); che segue alla New School le lezioni di docenti non ancora celebri come Eric Fromm, Meyer Shapiro, Gregory Bateson, Edmund Wilson; che medita con i compagni sulle ultime tendenze «in art, sex and psychosis»; che riaccompagna in hotel la moglie di Dylan Thomas, dopo una festa terminata con una colluttazione tra prime donne, e che ha lasciato sul tappeto, ubriachissimo, il bardo Gallese; questo giovane amante delle lettura prende per trecento dollari il fondo di un rigattiere italiano e, dopo averlo svuotato di vecchi boiler, radiatori, tubi, lavandini, ecc., vi apre la sua libreria. Aprire una libreria, dice Broyard, è l’ultimo dei gesti romantici, come vivere all’addiaccio o imbarcarsi in giro per il mondo.

«Nineteen forty-six was a good time for a second hand bookshop, because everything was out of print and the paperback revolution had not yet arrived. People had missed books during the war, and there was a sense of reunion, like meeting old friends or lovers. […] buying books became a popular postwar thing to do. For young people […] books were like dolls or teddy bears or family portraits. They populated a room».

Se svolessimo dare una rappresentazione grafica della fortuna del libro a partire da Guntenberg, intendendo con tale espressione sintetica il tasso di desiderio e di produzione del libro, collocando sull’ordinata le città topiche e sull’ascissa lo scorrere dei secoli, vedremmo succedersi Venezia nel cinquecento, le città anseatiche nel seicento, Parigi nel settecento, Londra nell’ottocento. Nel novecento la parabola comincia a declinare. Però è indubbio che New York abbia, proprio a cavallo del novecento, segnato un punto non irrilevante su questo diagramma immaginario.

Sì, è vero, scrive Boyard, «people still read books now [alla fine degli anni ’80, quando Anatole Broyard scrive il memoir, n.d.r.] and some people actually love them, but in 1946 in the Village our feelings about books – I’m talking about my friends and myself – went beyond love. It was as if we didn’t know where we ended and books began. Books were our weather, our environment, our clothing. We didn’t simply read books; we became them. […] »

[…] se non fosse stato per i libri saremmo stati completamente alla mercè del sesso

Sarebbe fin troppo facile dire che ci rifugiavamo nei libri, continua Broyard. Ma sarebbe più corretto dire che i libri si rifugiavano in noi. I libri erano per noi quello che le droghe furono per i giovani degli anni ’60. I libri ci dischiudevano l’orizzonte delle possibilità. Finora qualunque cosa avessimo vissuto era vicina e a portata di mano, i libri ci portavano a grandi distanze. «We had known only domestic emotions and they showed us what happens to emotions when they are homeless». Fin qui tutto sommato un tribute al potere espansivo della lettura. Ma poi Broyard dice una cosa strana: i libri ci dettero equilibrio, furono per noi una specie di bilancia: «[…] the young are so unbalanced that anything can them fall». E, cosa ancor più strana, se consideriamo i poteri della lettura, e in apparente contrasto con il loro potere psichedelico sopra evocato, se non fosse stato per i libri, dice Broyard, saremmo stati completamente alla mercè del sesso. Per uno che è stato con una accolita del circolo di Anaïs Nin, una considerazione del genere lascia il lettore disorientato. Come, ma se siete stati voi i primi a schiudere il vaso di Pandora del sesso libero! Voi che avete preparato nei vostri loft sgarrupati l’avvento del binomio art=sex!

Eppure. Eppure le cose sono un po’ meno tagliate con l’accetta di quanto i posteri – questi presuntuosi semplificatori del tempo passato – non siano disposti a riconoscere. E Broyard, con queste sue contro-osservazioni, offre un grande servigio di verità al lettore.

Il sesso era una faccenda complicata anche nel 1946. Anche chez Anaïs Nin.

Torniamo alla stamberga adibita a libreria in Cornelia Street.

Sebbene leggessimo ogni sorta di libro, prosegue Broyard, solo una manciata di scrittori erano i nostri zii, la nostra famiglia. «For me, it was Kafka, Wallace Stevens, D.H.Lawrence, and Céline». Da diligente libraio, però, Broyard non si limita ad offrire al pubblico solamente i suoi lari, e sulla Quarta Strada, dove si concentrano molte librerie, acquista al 20% di sconto libri in base al titolo, al soggetto, alla legatura, o alla casa editrice. «Although I had never read Balzac, I bought a fifty-volume uniform edition of his novels in a red binding with gold-edged pages. I got it for only nineteen dollars». Si facevano affari, allora, sulla Quarta Strada.

Al Village c’erano persone che avevano più libri che soldi, e quando si trovavano in bolletta io mi facevo avanti, ricorda ancora Anatole Broyard. Come uno che compra un cane, io assicuravo che avrei dato ai loro libri una buona casa. Ma era un triste business, perché molte di quelle persone soffrivano di ansia da separazione. Coloro che cadevano in depressione nel cedere i propri libri tendevano a svalutarli, mentre altri, quelli che sviluppavano una sindrome isterica, chiedevano somme così spropositate che capivo che ciò che stavano vendendo era la propria anima. «Pricing an out-of-print book is one of the most poignant forms of criticism».

Kafka a quei tempi era tanto popolare nel Village quanto Dickens lo era stato nella Londra Vittoriana

E arriviamo ai consigli, naturalmente. Vedendo quanto ero giovane, tutti mi davano consigli. Prendi Christopher Caudwell, dicevano. Prendi Kenneth Burke, William Empson, F.R. Leavis, Paul Valéry. Prendi Nathanael West, Céline, Unamuno, Italo Svevo, Hermann Broch, The Egyptian Book of the Dead. Edward Dahlberg, Baron Corvo, Djuna Barnes, prendi anche loro. Ma soprattutto, ad ogni costo, dovevo prendere Kafka. Kafka a quei tempi era tanto popolare nel Village quanto Dickens lo era stato nella Londra Vittoriana. Ma i suoi libri erano difficili da trovare – dovevano essere stati stampati con tirature ridottissime – e la gente sarebbe accorsa con gli occhi sgranati, quasi con la bava alla bocca, disposta a pagare qualunque cifra per Kafka.

E qui veniamo al titolo. Oggi Kafka è, più che uno scrittore, una categoria del pensiero umano. Sembra che Kafka ci sia da sempre, che la sua presenza storica nei primi anni del XX secolo non esaurisca la sua presenza terrestre o celeste. Si parla anche di una funzione Kafka, per designare tecnicamente un certo tipo di racconto surreale-paradossale-esistenziale: nessuno si meraviglia se, per esempio, diciamo che un mito di Ovidio ha elementi kafkiani. Kafka rimonta indietro nel tempo, ridefinisce la storia della letteratura a ritroso, fa quello che dovrebbe fare un classico. Rimodula la tradizione. E questo è, penso, abbastanza incontrovertibile.

Quello che invece non viene facile da pensare è associare Kafka e la rabbia. Perché? Con tanti autori incazzati e maledetti di cui il novecento non è stato avaro, Kafka sembra un po’ alieno da questo cliché ribelle. Si potrebbe snocciolare un rosario di autori, che sono diventati icone della rabbia novecentesca. Ma Kafka no, con quell’espressione mite, proprio no.

Eppure il titolo di questo memoir è non casuale. Mi ha fatto pensare molto. Come fu possibile che Kafka andasse di moda nella capitale della moda della seconda metà del secolo breve se Kafka è, per definizione, fuori da ogni moda?

E perché poi la rabbia?[1]

Broyard è stato un influente redattore letterario del New York Times. È da supporre che conoscesse bene i meccanismi editoriali e di mercato che determinano e definiscono il firmamento letterario. Le stelle che noi leggiamo e ammiriamo. Il titolo è un monito. Guardate, sembra dire Broyard, la letteratura è appesa a una serie di variabili molto fluide, e se oggi Kafka è un simbolo voi siete debitori di quel manipolo di giovani fanatici che erano disposti a pagare qualunque cifra pur di avere un Kafka. La tradizione ha i piedi fragili. Non crediate che non vi sia lotta per l’affermazione del valore letterario. Primo. Secondo. Leggendo questo delizioso, arguto, toccante, sottile, e non conciliatorio memoir, si ha la sensazione che Broyard giudichi tutto il frastuono letterario degli anni ’60 e ’70, non solo newyorchese, con un certo distacco. E dica: guardate, se vogliamo parlare di rabbia, sappiate che c’è una rabbia isterica, fanatica, urlatrice, sloganistica. E c’è una rabbia immota, impassibile, eterna.

Il novecento? Kafka was the rage.

P.s.

Che fine ha fatto la libreria in Cornelia Street?

Un giorno, conclude il capitolo Broyard, entra in libreria un tipo magro, ardente, con le bassette, e mi dà istruzioni di galateo librario. Una libreria, dice, dovrebbe avere un’atmosfera quasi ecclesiastica. Si dovrebbe sentire come un profumo o un aroma di ceri spenti, un’aridità, una certa desuetudine – quasi un’aria di pentimento. Gira gli occhi sugli scaffali, sul pavimento, al soffitto a cassettoni di latta stampata. È troppo pulito qui, dice, troppo fighetto.

Poi arrivano i seccatori. Arrivano i clienti che scambiano la libreria per un confessionale. E che raccontano, male, le storie che sono scritte, bene, nei libri che dovrebbero acquistare e che non acquistano e non leggono. Ecc. ecc.

Dura poco la libreria in Cornelia Street. D’altra parte non si può vivere tutta la vita all’addiaccio. E anche i navigatori più incalliti alla fine si fermano in qualche porto.

«In the contest between life and literature, life wins every time».

_____________

[1] Una signora anglo-italiana, che ha vissuto a New York lungamente, muovendosi nella la scena artistica e letteraria degli anni ’70, mi ha domandato a cena: – Ma lo sai, no, che cosa significa to be all the rage? Prima che rispondessi mi ha tratto d’impaccio: – Si tratta di un modo di dire, significa andare di moda, essere molto popolare in un determinato periodo. Confesso che non lo sapevo. – E la rabbia? domando io. – La rabbia non c’entra niente, conclude lapidaria Joan Fagin. Grazie.

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