Shakespeare, mio padre

A distanza di anni posso dire che Shakespeare me lo ha insegnato mio padre, ingegnere.

Me lo ha insegnato suo malgrado e, devo dire, mio malgrado.

Ciò è avvenuto alcune notti d’estate del lontano anno ***.

L’ingegnere era in preda ad una sindrome ansioso-depressiva. Prendeva ansiolitici ed antidepressivi. La sua mente razionale e scientifica confidava negli effetti benefici e risolutivi di quei farmaci.

Questi effetti tardavano ad arrivare.

Dopo cena, nostra madre – esasperata – ci inviava, mio fratello e me, in camera da letto dove nostro padre si preparava ad un sonno che non sarebbe arrivato.

Ricordo un caldo insopportabile, una abat-jour accesa e nostro padre a letto che lottava come King Lear contro mostri giganteschi.

La battaglia era tra la posologia dei farmaci (Tavor e Samir) e la burrasca nella quale si trovava con la sua barchetta. Era uno scontro, un conflitto tragico tra forze incommensurabilmente sproporzionate.

Da un lato la posologia, la causa scatenante, il neurologo, la scienza medica, cioè la barchetta; dall’altro la burrasca dell’ansia, dell’insonnia, dell’angoscia, e la tentazione di farla finita.

Adesso che ne parlo, questa piccola eppur drammatica storia familiare potrebbe sembrare una paginetta di letteratura memorialistica, un esercizio di stile volto a dimostrare come la vita e la letteratura qualche volta si incontrino e si intreccino in un dramma estivo.

Spiacente, non è così.

In quella lontana estate del *** nostro padre non si tolse la vita.

Si tolse la vita dieci anni dopo, in circostanze affatto diverse.

Dico questo per far capire come la mia iniziazione shakespeariana non fu una tragedia estiva finita bene, tutto considerato.

Per anni ho cercato di ridimensionare quelle notti d’agosto come deliri passeggeri, dettati da un certo narcisismo narrativo dell’ingegnere.

Se non si fosse sparato dieci anni più tardi forse questa sarebbe la versione più corretta da consegnare ai posteri.

E invece. E invece quelle notti furono un concentrato shakespeariano, un fascio di luce tenebrosa nella mente sconvolta di quell’uomo.

Lottava accanitamente contro quelle onde immense che stavano per travolgerlo.

In alcuni momenti i suoi alleati istituzionali sembravano passare con il nemico, e allora eccolo inveire contro il neurologo, l’errata posologia, il décalage, gli effetti collaterali, eccetera eccetera.

Le descrizioni del proprio stato erano quelle di un campo di battaglia e mi sono restate scolpite nella memoria, erano pagine di involontaria letteratura, erano gare di disperazione ingaggiate, disperatamente, con l’inferno di Dante.

Mi fermo per ricordare una cosa.

Dalla porta finestra spalancata arrivava, nella totale assenza di aria circolante, una musica da discoteca proveniente da un dancing all’aperto. Imperversavano gli U2.

Io, che avevo diciotto anni, sentivo inevitabilmente il richiamo orgiastico di quella musica, dei miei coetanei che stavano divertendosi e bevendo in quel preciso momento.

La verità è che io stesso non è che me la passassi benissimo. Bene non dovevo passarmela di certo, se potevo scambiare per richiami orgiastici quelle lugubri litanie irlandesi traboccanti birra e commerciale disperazione.

Stavo ad ascoltare mio padre in delirio perché comunque non sarei uscito per andare in discoteca, non me la sentivo, mi vergognavo, non avevo popolarità, non avevo charme, non avevo potere.

Però leggevo.

E forse fu la lettura a salvarmi. Fu, a salvarmi, in quella torrida estate, Shakespeare, che avevo letto senza comprenderlo.

E, paradossale a dirsi, fu, a salvarmi, mio padre, che, steso su quel letto patibolare, mi introdusse alla lotta con i propri fantasmi e mi fece l’onore di mostrarmi come sia la mente il malfermo palco dove si consuma la tragedia.

E, sembrerò fatuo nel dirlo, lo fece con parole e immagini che si aggrappavano all’ingegneria ma sprofondavano nella poesia, lo fece aggrappandosi a metafore pazzesche e burrascose che ora non ricordo più.

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