Diario dell’Errore. 8

[1]

28-10-2013

[PORNOGRAFIA] Sebbene una morale un po’ ridanciana e sghignazzante individui nella pornografia qualcosa di profondamente aberrante ed inautentico, se non noioso e disgustoso, la pornografia è, al contrario, la risposta lirica e direi bucolica all’invadenza della macchina nel corpo umano, a cominciare dalla diagnostica medica e biomedicale, fino a tutte le applicazioni tecnologiche che si incorporano nell’anatomia umana: dai pace-maker alle protesi fino ai trapianti d’organi.

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Con rispetto parlando, l’iperuranio descritto da Platone nel Fedro assomiglia a un luna park.

[3]

Bisognerà dirlo una volta per tutte che gli eremiti, gli anacoreti, gli stiliti (che non sono gli stilisti), i monaci, ecc., si ritiravano in solitudine nel deserto o nelle foreste per assumere funghi allucinogeni e masturbarsi, due attività assai prossime alla contemplazione della potenza divina.

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Non so se qualcuno abbia notata la curiosa nomenclatura al vertice dell’ANAC (Agenzia nazionale anti-corruzione). Cantone. Basta far cadere una “n” ed ecco subito erompere dai nebbiosi studi superiori dell’italiano medio-istruito questa figura arcigna, inflessibile, incorruttibile. Ca(n)tone il censore: corruptio delenda est! Nomen omen. Perfetto. Con un nomen come questo, possiamo stare tranquilli, gli appalti saranno più puliti di un lavello lavato con il Vim!

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Plutocrate e Plutarco presto saranno scambiati o per il medesimo abuso o per il medesimo, illustre, biografo parallelo. Poi, quando tutto sarà obliato, sorgerà dalle ceneri un cyber scrittore che comporrà le vite parallele di Plutocrate e Plutarco. Lo troverete su Google Drive, € 0,99.

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Il pompino o è devozionale o non è.

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Preparativi e preservativi. C’è un preparativo in ogni preservativo e, viceversa, un preservativo in ogni preparativo. Che brutta parola «preparativo»! Da dove viene, dalla chimica? Quante parole correnti usiamo, di cui non percepiamo più l’intrinseca bruttezza.

[8]

Il cannibalismo nel bacio. Il maschio che si porta alla bocca le labbra della femmina, agguantandola da sotto il mento, tradisce l’origine cannibalica del bacio.

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Stamattina in riva al mare una vecchia canuta, finnica all’apparenza, raccoglieva le immondizie lasciate sulla sabbia dai bagnanti. Era attenta, meticolosa, curva, come quelle anziane che vanno a raccogliere le erbe, gli asparagi, i funghi.

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Dovremmo provare a leggere i libri come se fossero inediti stampati al computer, passatici da un qualche amico. Ci sentiremmo più liberi nel giudizio, ci accosteremmo alle pagine senza quella sorta di genuflessione preventiva che pratichiamo di fronte ai Grandi Autori, giudicheremmo noiose le parti noiose ma, soprattutto, giubileremmo veracemente quando incontriamo passi che ci sembra di aver scoperto noi, noi i primi lettori di un capolavoro.

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«Lo dice Norberto Bobbio, che non è un pericoloso comunista!» Ecco, questa figura retorica, la prolèssi, che anticipa l’obiezione «ma questo è un ragionamento da comunisti», stava sull’anima a Malebranche. La trovava, la considerava l’emblema della falsa coscienza del pensiero comunista, se di pensiero si può parlare: la detestava.

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Gli scrittori come cani arrabbiati. Alcuni latrano fino a una certa età o fino a quando, per farli smettere, gli danno un premio letterario o un incarico. Un osso. Ci sono quelli che dopo il latrato passano al guaito. E ci sono quelli che, per mantenere intatto il loro brand, continuano a latrare in automatico.

[13]

CHE INTONAZIONE HAI?

Il tono, l’intonazione, la cantilena con la quale certe persone parlano riecheggia il pianto. Il pianto è un modo per ottenere ciò che si vuole. Ricordo un amichetta delle elementari. L’ho incontrata qualche giorno fa. Ha cinquantuno anni. Parla piangendo come quando ne aveva otto. Ha ottenuto quello che voleva?

La cantilena del papa, in particolare di questo odierno, è un pianto.

A pensarci bene, ogni persona ha una sua cantilena. La cantilena apparentemente opposta al pianto è quella del comando, la cantilena meneghina. La cantilena romanesca è tipica del dileggio, dello sfottò, della prevaricazione imperiale.

Tutte le cantilene, e tutti ne impieghiamo una, tendono al medesimo fine: imporre la propria volontà (il proprio punto di vista, direbbero i buonisti) sull’interlocutore.

Ecco come passa, con e per il linguaggio, il potere dell’uomo sull’uomo. Invisibile catene.

Ma quella che precede è solo una premessa. Quello che maggiormente interessa è il cambiamento di cantilena, che si registra, in una data età, in certe persone.

Conosco alcune persone che a un certo punto della loro vita, e non necessariamente perché avessero passato lunghi anni all’estero o in un’altra parte dell’Italia, hanno cominciato a parlare con una diversa, nuova intonazione.

Questo passaggio di casacca idiolettico si registra normalmente nell’epoca della fragilità, nell’adolescenza. Si passa ad altro idioma perché ci si vergogna di quello originario, lo si considera recessivo, burino, ridicolo. Occorrerebbe indagare questa vergogna della parlata originaria, la vergogna delle proprie origini linguistiche. Per noi centro italici, il segno del cambiamento è quando si comincia a pronunciare la parola «casa» con la esse sibilante. Inciampando, tra l’altro, in un errore di ipercorrettismo. In questa mossa fonetica c’è, certamente, il ripudio della romanità imperiale e imperante, truculenta, superata dalla storia moderna, di più gentili intonazioni.

Altro capitolo: fenomenologia della erre moscia.

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«E ora scambiatevi un segno di pace». Così il prete dopo la recita del Padre Nostro. Pur non prendendo parte alla liturgia della messa, ogni volta che mi capita di presenziare ad una cerimonia funebre, arrivati a questo punto non posso non partecipare a questa pantomima. Mi dico comunque che da pacifista quale sono non è contrario ai miei principi, anzi! Anzi, sono io che mi precipito a cercare le mani da stringere calorosamente, seppur silentemente, forse nel timore che i miei vicini, sapendo o avendo notato la mia estraneità al rito, mi abbiano già cassato dalla lista dei possibili stringimenti. Devo essere onesto: ogni volta provo un’emozione che è un precipitato di imbarazzo, ansia e grato sollievo. I preti, diabolici! Edoardo Albinati (La scuola cattolica, p. 287) ricorda invece di aver smesso di andare a messa quando venne introdotto, dopo il Padre Nostro, l’uso di stringere la mano del vicino in segno di pace.

[15]

Ho avuto bisogno di qualche momento di riflessione in più degli altri prima di passare all’azione.

Sin da piccolo il salto tra il pensiero e l’azione mi è sembrato un baratro, mentre gli altri compagni neanche si ponevano il problema, e già erano a toccarsi il culo, farsi le seghe ai bagni, fare dichiarazioni alle compagne, bestemmiare, ecc. ecc.

Quello che sin da bambino mi lasciava interdetto era la spontaneità e facilità senza mediazioni con la quale i miei compagni erano già nella vita senza esserci entrati, senza volersi o doversi porre il problema di entrarci.

Per loro era normale fare questo o quell’altro, il sesso, la minaccia di volenza, la morte dei gatti era per loro tutto ovvio e normale. Mi sembrava che esistessero, quei miei compagni, da sempre.

Per me il sesso, la violenza e la morte erano cose sconosciute, misteriose e anche paurose. Il loro essere mi sconvolgeva.

Di questa mia incongruità alla vita penso sia rimasta una traccia nello stupore con cui – a quasi quaranta anni – continuo a considerare gli aspetti basilari della vita: l’esistenza dell’altro, i legami tra le persone, la famiglia, la morte sono tutte «cose» che mi sembrano assurde, comiche, incredibili, ma soprattutto folli.

P.s. Il baratro tra il desiderio e l’azione è un cortocircuito – ancora – di folle emozione.

[16]

Ho rovesciato nel lavandino l’acqua della bottiglia in cui erano imputriditi alcuni fiori. Il fetore dell’acqua marcia mi ha ricordato all’istante il cimitero, e la corvée di trasportatore di annaffiatoi di latta e di vasi da scaricare nel tombino, cui venivo sottoposto da mia nonna o da mia madre. Il disgustoso odore dolciastro e putrescente assomiglia a quello di certe cavità orali completamente abbandonate al tartaro e all’incuria.

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LOGICA BINARIA.

E se tutta la storia umana – ivi comprese le sue enormi atrocità – fosse l’automatico effetto della logica binaria, modalità fondamentale di funzionamento del cervello umano e, quindi, di strutturazione della «realtà»?

Se un giorno si dovesse scoprire che le guerre, le violenze, lo stesso sfruttamento dell’uomo sull’uomo sono il banale ma inevitabile effetto di un ben determinato assetto della psiche umana?

E se fosse trovata una sostanza, un vaccino, o una manipolazione genetica in grado di modificare quell’assetto fondamentale e aprire la mente ad altre possibilità?

Forse alcune droghe hanno, possiedono una parvenza di ciò che sto dicendo.

La morale, la religione, la legge, tutto imploderebbe in un patetico non-sense (al pari di certe prescrizioni primitive – vietato mangiare carne di maiale o di venerdì – che ci sembrano oggi prive di senso).

Cadrebbe la logica binaria dell’io-tu, amico-nemico.

  • *  *

PROVE DI “UCRONIA”

Bisognerebbe scrivere la storia di tutte le potenziali cognizioni e acquisizioni scientifiche che sono state eliminate dai nazisti con la soppressione di milioni di cervelli umani.

I nazisti hanno cancellato, ancora prima che fosse formulata, qualche scoperta scientifica che incubava nella mente di qualche deportato (magari di un siero atto a scardinare la logica binaria, vedi sopra) e che avrebbe potuto rivoluzionare la società umana.

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C’erano ragazze che si spogliavano nude e sembravano dire: – Aho, nun so si me spiego!

Altre: – Scusa, l’hai voluto tu.

C’era una ragazza che quando si spogliava nuda diceva: – N’ t’ accontenti?

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Se c’è una spiegazione, un motivo dominante che possa darci conto del perché Julio Cortàzar fu e resta uno scrittore molto amato e rispettato, credo che si debba considerare la sua anomalia politica: moderato e poco rivoluzionario da giovane, diventa radicale e sempre più sensibile, sebbene in maniera eretica, alla questione della rivoluzione con il procedere dell’età: Cortàzar rovescia il cliché – non necessariamente solo borghese– che ci vuole incendiari da giovani e pompieri da vecchi. Julio Cortàzar si autoesilia dall’Argentina all’età di trentasette anni. Inizia in qualche modo a Parigi una seconda vita.

[20]

EROTISMO “A CONTRARIIS”

Una ragazza carina accompagna per la strada una donna anziana, forse la nonna (o la giovane è una badante?) La giovane indossa pantaloni a vita bassa. Il suo ombelico risulta molto più scoperto di quanto lo sarebbe in compagnia di una coetanea.

Stessa considerazione si può fare per una ragazza impiegata in una ferramenta, o per la figlia dello sfasciacarrozze, con la salopette unta di grasso, sogno proibito di tutti i rigattieri.

[21]

NASCITA DELLA POESIA

All’inizio fu un libro. Solo era consentito leggerlo. Poi qualcuno cominciò a scrivere qualche annotazione a margine. Fu scoperto, processato e condannato. Qualcun altro pensò di imitare quel gesto sovversivo. Cominciò, nel segreto della sua stanza, a commentare il libro, annotando a margine un commento al commento del primo giustiziato annotatore. Il secondo annotatore descrisse il giorno dell’arresto, le nuvole e la luce cangiante di quel giorno, l’ultimo pasto del primo annotatore, l’ultima notte d’amore prima dell’arresto. Era nata la poesia. Il secondo annotatore venne scoperto, processato, e poi nominato professore all’Università della poesia.

[22]

6-12-2005

Ogni benedizione nasconde una maledizione.

Ovvero, affinché la benedizione sia sincera è necessario che chi la pronuncia si trovi nella condizione di poter liberamente pronunciare anche il suo opposto, cioè maledire.

Nei rapporti con il potere (non solo quello dispotico, ma anche quello politico, religioso, intellettuale, morale, ecc. ecc.) la benedizione è in una certa misura obbligata, e in qualche caso viene pronunciata al posto di una maledizione.

Si può procedere oltre nella destrutturazione del rapporto tra bene e male-dire.

Dico bene dell’autorità, del capo ufficio, del genitore o del figlio perché se parlassi francamente e liberamente ne direi così male da mettere in crisi il mio modo di essere nei loro riguardi. Il benedire è in questo senso un atto conformativo, che rinsalda ciò che naturalmente tenderebbe a disgregarsi. È un atto di simulata fiducia nella relazione o nel gruppo. Ma è soprattutto un atto di auto-protezione di colui che benedice, e che afferma la sua armonia con le potenze che lo sovrastano o lo condizionano. Dietro ogni benedizione si accovaccia, ora rassegnato ora inquieto, un no, un rifiuto, una distanza.

Dico male del genitore, del figlio, del capo ufficio, dell’autorità perché l’aspettativa di bene è stata completamente disattesa o tradita. Male dico con tanta più veemenza quanto più intenso era il desiderio di bene, più grande l’attesa e la promessa di bene.

La maledizione voleva essere una benedizione, è una benedizione mancata. E dico: ti odio, vattene via, quando avrei voluto poterti dire: ti voglio bene, resta qui con me.

Ricapitolando: benedico colui dal quale (o ciò da cui) mi attendo un male nel futuro; maledico colui dal quale (o ciò da cui) mi sarei atteso un bene nel passato.

Nietzsche für ewig, for ever.

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