con el ALTE no se va a ninguna PALTE

[Granada, 14-16 settembre 2018]

Quando Mercedes ci accoglie in Calle Molinos si scusa perché si sta facendo la tinta ai capelli, ha la retina in testa. Siete venuti per Federico? Lo chiama Federico, come fosse un parente. A Granada, dice Mercedes, fu una strage. Se andate al cimitero e io ci vado spesso, dice, ci sono ancora i segni dei proiettili sul muro. È crivellato di buchi.

Granada puzza di piscio, su questo suor Virginia ed io concordiamo.

Don Rigoberto mi aveva scritto. Quando sarai lì, non deporre per me nessun fiore (né fiori né opere di bene). Getta una manciata di terra in faccia all’aria e al vento. E quando don Rigoberto dice questo so che sta citando la scena di un film ancestrale, capisco quello che vuole dirmi: getta una manciata di polvere sugli occhi vuoti di dio.

Tempo fa Marcuse mi disse che una notte a Berlino, sarà stato il 2001, aveva cantato Bella ciao con una compagna, in Friederich Strasse, fuori da una birreria. Erano abbastanza ubriachi. Poco più avanti una targa ricordava la notte dei cristalli. Non è che vi fossero pericoli, era un gesto più che altro ludico, però in quel periodo nei quartieri più popolari di Berlino est si erano verificati alcuni episodi di pestaggio di italiani (e/o di giovani dai capelli neri, ricordo questo particolare) da parte di naziskin dell’est. Marcuse pensava che la foto più gloriosa del novecento fosse la bandiera issata da un soldato dell’Armata Rossa sul tetto del Reichstag. Io non sono venuto a Granada a cantare Bella ciao, che adesso in Spagna è tornata in auge grazie a Casa de Papel. Io sono un sacerdote e sono venuto a prendermi cura dell’anima di Federico.

Suor Maria invece mi ha chiesto di portare un gelsomino. Mi invia la foto del Carnet Honorario della Falange Española. Suo padre, si evince dal documento, risulta “ingresado” a Cadiz il 17 gennaio 1937. Guardo la foto, cappotto militare con il doppiopetto, doveva fare freddo in quel lontano gennaio.[1]

Dopo Paul Celan, le nuvole, nella poesia, sono tombe. Dopo García Lorca il cielo ha un nome misterioso, forse il più bello della poesia di ogni tempo. Ha il nome di un fiume: Guadalquivir. Il Guadalquivir delle stelle. Lo attraversiamo percorrendo l’autostrada.

Il 27 marzo del 1929 Federico porta la croce della Confraternita di Santa Maria de la Alhambra nella processione del Venerdì Santo. A piedi scalzi, incappucciato.[2]

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Chiedo a Xavier, gestore della libreria Praga in Calle Gracia 33, se a Víznar, all’alba del 19 agosto, c’era un prete, un cura, a dare il conforto religioso a Federico. No, non che io sappia, risponde. Non usavano certi riguardi. Strano, dico io. Se pure la Santa Inquisizione teneva alla salvezza dell’anima degli eretici. I Falangisti non erano fanatici cattolici? Non sono stati una propaggine novecentesca dell’Inquisizione?

Non si facevano molti riguardi in quei giorni, ribadisce Xavier. Quando la gente cominciò a scappare da Malaga lungo la carretera, gli aerei passavano bassi sulle loro teste e li falciavano con le mitragliatrici. Non c’erano molti riguardi.

Un prete non c’era, ha ragione Xavier. C’è una testimonianza secondo la quale, quando gli fu comunicato che lo stavano per fucilare, Federico avrebbe chiesto di confessarsi. Ma il prete era andato via, era andato a dormire, è da supporre. E così Federico avrebbe recitato l’atto di dolore (Yo, pecador) davanti a un giovane di ventidue anni. Il giovane, José Jover Tripaldi, testimonia che il poeta non se la ricordava tutta, quella preghiera. [3]

Su questa incerta testimonianza, raccolta nel 1955, si giocano a dadi le vesti del poeta. Il franchismo aveva interesse a rappresentare una sorta di ravvedimento del poeta granadino in capitulo mortis. In fondo in fondo non era un miscredente comunista e omosessuale, oppure lo era ma la fede in Cristo alla fine lo ha riacciuffato per i capelli… Mai dimenticarsi che la parabola evangelica più scaltra è quella del figlio debosciato e scialacquatore, detto anche prodigo…

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La vestale della casa natale a Fuente Vaqueros è una donna graziosa. Noto che la zip dei blue jeans elastici, molto aderenti, non è del tutto chiusa. La visita è guidata. Non è consentito fare foto o video, se non nel cortile. Oltre a suor Virginia e a me, ci sono quattro argentini e due giovani. Decoro della piccola borghesia agraria. Il padre di Federico, Federico García Rodríguez, farà fortuna con la coltivazione e il commercio dello zucchero, e la famiglia diventerà una famiglia molto agiata. La madre, Vicenta, maestra elementare. La vestale ci mostra alla parete due foto di Federico alle elementari. In una sta con la sua classe, nell’altra è l’unico maschietto al centro di una classe di bambine, quella della madre. Era benvoluto da tutti, Federico, era una mascotte. Tutto è piccolo. Le travi di legno basse. Il salottino di ingresso, la cucina, la stanza da letto, con il letto grande e in un vano contiguo la culla di ferro a dondolo. La culla del poeta. Il piano superiore, il granaio, è adibito a spazio espositivo. C’è un cortile interno. E un altro fabbricato, oggi biglietteria al pian terreno e altro spazio espositivo al primo piano. Qui la vestale ci mostra un filmato dei primi anni trenta. Si tratta, ci dice, dell’unico documento in cui il poeta appare in movimento. Federico, alto su un camion, scarica le quinte di legno dello spettacolo teatrale della compagnia La Barraca.

Mecanico
El, normalmente, parecìa un mecanico

In una foto Federico porta una tuta scura, sembra un meccanico.

La Ruta di Federico Garcìa Lorca, che si dipana nel centro moderno di Granada, per chi vuole ripercorrere i luoghi del poeta, ci fa imbattere in una processione. È sabato 15 settembre, pomeriggio, sta per piovere, cerchiamo la prima casa cittadina di Federico, in Acera del Darro 50, ma a quel civico non c’è niente, neppure una targa. Ci saremo sbagliati? Dall’altra parte della strada c’è una fila lunghissima di persone in attesa sul marciapiede, ciascuna di esse con un mazzo di fiori in mano. Centinaia e centinaia di mazzi di fiori. Cavalieri in abito tradizionale, bambini e bambine vestiti da chierichetti, piccoli cocchi trainati da pony. Sembra un film di Buñuel. Poliziotti con ricetrasmittenti. C’è la televisione con due postazioni di ripresa e le telecamere coperte con le buste di plastica a protezione della pioggia. È la festa della Virgen de las Angustias, la patrona di Granada. Protegge dalle angosce o comprende gli angosciati? Come è noto, gli antichi Romani avevano una divinità per ogni cosa o problema, ne avevano anche una che soprassedeva all’angoscia e alla depressione, che all’epoca si chiamava malinconia. Un lascito latino ripreso dal cattolicesimo? Quella alla quale assistiamo è l’offerta floreale. C’è un traliccio sul quale sono arrampicati dei giovani con i caschi da scalatori di vari colori. I fedeli che sono in fila, una fila disciplinata, paziente, imperturbabile nel frastuono della città, impassibile di fronte all’entrata dei grandi magazzini, che sono comunque aperti, consegnano a quei ragazzi appesi al traliccio il mazzo e gli scalatori lo inseriscono nel reticolato. Un’infiorata verticale, come un giardino verticale addossato alla facciata della chiesa. Dalle casse acustiche, dopo un rosario, si ode un flamenco triste a tutto volume. Ci sono fiorai che urlano uno tres, dos cinco!, un mazzo tre euro, due mazzi cinque. Chiedo a uno di essi se ha i gelsomini. No. Niente gelsomini.

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La processione per la Virgen de las Angustias

Passiamo fuori dal ristorante Chikito, che fu sede del caffè letterario El Alameda, dove Federico lesse le sue prime poesie e fondò con alcuni sodali la tertulia El Rinconcillo. Con google maps procediamo verso calle Mesones. Al civico 52 c’era la tipografia Ventura Traveset, quella che stampò, nel 1918, il primo libro di Federico, Impresiones y paisajes. Oggi il civico 52 sta tra la gelateria di catena Ice Wave e un negozio di telefonia, My Phone. Paesaggi impressionanti.

È buio ormai. Avanziamo verso la Facoltà di Diritto, la zona dell’Università. Anche lui eterno studente di legge… Nel novecento molti scrittori e poeti si sono iscritti a legge per pararsi il culo in caso di fallimento letterario. E per non essere esclusi dall’asse ereditario paterno. Oggi i poeti e gli scrittori seguono corsi di scrittura creativa, spesso sovvenzionati dai genitori, trepidanti questi ultimi nell’attesa che si schiuda l’uovo e nasca un pulcino letterario…

E arriviamo al punto. Al nascondiglio e al sequestro. Quando viene prelevato a casa dei Rosales, in Plaza de la Trinidad, con una imponente operazione di polizia, Federico viene messo in una macchina, sebbene la distanza tra la casa dei Rosales e la sede del Gobierno Civil sia a meno di 250 mt. La sede del Gobierno Civil è in Plaza de los lobos.

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Plaza de los Lobos

Una specie di Via Tasso a Granada. Da Piazza della Trinità a piazza dei lupi. Ultima stazione urbana per Federico. Una poesia di onomastica urbana perfetta.

La casa dei Rosales oggi è un albergo. L’indirizzo esatto è Angulo, 1. Suor Virginia pronuncia Angùlo. Lo ripete varie volte, suor Virginia suole imitare la fonetica spagnola, e quindi penso che stia parodiando. Ora che ci ripenso: Fangùlo.

Il gelsomino di Albaicín. Albaicín è il barrio arabo, la casbah, si inerpica a lato dell’Alahambra. Ripide scalinate, vicoli tortuosi, stretti passaggi. Un venditore di incensi mi vende del fumo. Da un muro di cinta di un carmen[4] scende un arbusto di gelsomino. Raccolgo alcuni rami, il piccolo bianco. Albaicín resistette per tre giorni all’assedio dei Falangisti, la Repubblica legittima non inviava armi, i residenti alzavano barricate di suppellettili e difendevano la libertà a mani nude contro mortai, lancia granate, cannoni, obici e due aerei mitragliatori.

Vista da Albaicín di notte l’Alhambra sembra un’allucinazione, una fortificazione costruita sulla luna da un gruppo di terrestri sopravvissuti al disastro, che hanno portato con sé alla rinfusa pezzi di architettura normanna, gotica, araba, barocca, pezzi di torri, di archi, di merli…

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Huerta de San Vicente. La casa de verano, la residenza estiva della famiglia Lorca. All’epoca era fuori dal perimetro urbano. Oggi è ricompresa nel Parque Federico García Lorca. Parlo con il bigliettaio. Dice che è sua moglie, Pepa, colei che ci farà da guida, quella che sa tutto su García Lorca. Ha scritto anche un libro, Pepa, e il consorte me lo mostra. Lui ha letto solo alcuni libri, le dà una mano oggi che è domenica. Gli chiedo se è vero che le condanne a morte le firmava di suo pugno tutte il generale Francisco Franco. Mi sembra di ricordare che lo dica Arthur Koestler. No, impossibile, lui dice. I generali avevano carta bianca. L’ordine di fucilare Federico venne da Siviglia. L’ordine di dargli il caffè. Si diceva così: darle un cafè.[5]

E poi soggiunge: è complicata la morte di Federico, sa? Lui non era un rosso, non era una spia dei Russi, come dissero. L’omosessualità? O il fatto che avrebbe vilipeso la Guardia Civil nel Romancero gitano. Tutto può essere. Certo. Però aveva protezioni importanti. Quando vennero a prenderlo qui dove siamo ora, a la Huerta de San Vicente, lui si nascondeva nel centro di Granada, a casa dei Rosales, amici di famiglia e suoi. Due dei fratelli Rosales erano Falangisti di spicco. È una storia sbagliata, mi viene da pensare. Il bigliettaio accenna ad un fatto. Dice che il padre di Federico aveva azioni in una compagnia di zucchero, azucar, aveva guadagnato molto. C’era dell’astio con uno zio di Federico, per una questione di terreni, non ho capito bene. Una faida familiare? Certo è che l’assassinio di Federico ha segnato anche la fine dell’agiatezza economica del padre e della sua famiglia. Sono emigrati negli Stati Uniti. I familiari di Federico, anche recentemente, hanno respinto il tentativo di ridurre l’assassinio di Federico a una faida familiare, a una questione di panni sporchi. Una questione privata.

Pepa mostra la scrivania del poeta. Di legno massello chiaro. Profonda più del normale. Sopra di essa il manifesto pubblicitario della compagnia teatrale universitaria La Barraca. Deve essere l’originale, è disegnato a china. La Fabrica, chiamava Federico questa sua stanza. Qui ha scritto alcune delle sue opere più importanti. Il padre non era molto contento, voleva che si laureasse in legge. Ci ha messo dieci anni, Federico, e non ho capito se alla fine la laurea l’ha presa o no.

Comunque, conclude Pepa, Lorca non ha mai ricevuto alcun premio letterario. E non ha avuto neppure il tempo di riscuotere i diritti d’autore. Chiedo all’esperta se i diritti d’autore sono tutti prescritti, essendo trascorsi settanta anni dalla morte. La questione è complicata (e come potrebbe non esserlo anche qui?), ci sono le opere postume. Ci sono le opere teatrali. E poi tutte le immagini e le foto sono ancora coperte dal copyright. Ci sono eredi? domando. Sì, ci sono eredi.

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Arriviamo a Víznar paese attorno alle 13.30 di domenica 16 settembre. Víznar è a mezza costa. Ci fermiamo a pranzo in uno di questi posti dove se chiedi un bicchiere di vino o di birra ti portano subito una tapa. Pranziamo con questi assaggini. Siamo su un terrazzo panoramico, al riparo di gialli tendoni. Sotto si vede la valle. Sul tavolo dove mangiamo c’è il mazzo dei gelsomini, colti a Albaicín di straforo, dentro a una bottiglietta di plastica dell’acqua da mezzo litro.

Non fa troppo caldo, in questi giorni abbiamo trovato anche la pioggia. Siamo praticamente a un mese esatto dal 16 agosto, quel 16 agosto di ottantadue anni fa, quando, alle cinque del pomeriggio, «a la hora terrible de los calores»[6], Federico venne portato via. Non uso deliberatamente il termine «arrestato», perché l’arresto, si abbia o non si abbia un laurea in legge, implica un mandato legalmente emesso dall’autorità giudiziaria.

Paghiamo solo venti euro. Il trattore mi dice la direzione. In macchina sono cinque minuti. Ci siamo, mi dico.

Il luogo è segnalato da un cartello. Il cartello ha una cancellatura e una parola aggiunta a penna, è la prima cosa che noto. Andiamo bene, mi dico. Lo riproduco qui e non lo traduco.

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Aggiungo solo che la memoria condivisa è un concetto, sempre che di concetto si tratti, assai gracile, come gracile è la democrazia e la pace sociale che essa memoria condivisa dovrebbe garantire.

Il Barranco di Víznar è un burrone a prevalente pineta. Si lascia la carretera e dopo pochi minuti a piedi ecco comparire cartelli a terra.

Quello che non è accettabile è la perdita delle ultime parole di Federico García Lorca. Una perdita non per i filologi soltanto, ma per il genere umano nel suo complesso, sempre che il genere umano, questo strano complesso, abbia il senso collettivo di una perdita. In quella mente albergava un cuore. La qual cosa è statisticamente assai rara. Cosa ha battuto quella mente? Cosa ha pensato quel cuore?

Dicono che Goethe il cardinale abbia detto con un filo di voce mentre si stava spegnendo, e gli mancava l’ossigeno: Mehr Licht, più luce. Secondo me è una cazzata. Mica aveva paura del buio, Goethe! Si tratta di una vulgata buona a avallare la rappresentazione del Poeta inclinante all’Illuminismo. Goethe in realtà voleva dire, ma le sillabe gli si impastavano nella bocca resa secca da qualche preparato oppiaceo: Mehr Nichts, più nulla, ancora più nulla, datemi il nulla alla sua massima potenza, mehr, basta con questa farsa. Datemi il nulla.

E Federico? Yo pecador? Ma di quali peccati staremmo parlando? Un poeta non ha peccato. Io sto con Lacan. E anche Federico sta con Lacan. Il peccato è uno solo: aver ceduto sul proprio desiderio. Ora di Federico può dirsi tutto, rosso, maricone, figlio di papà, politicamente ambiguo anche, le azioni e lo zucchero, tutto, ma non che abbia ceduto in quel punto. Che cazzo doveva confessare Federico?

Eppure. Federico è un’anima dechiré, lacerata, strappata in due. Se lo sono conteso. La Repubblica e la Falange. Lui stava con entrambi[7] e con nessuno. La sua è un’elegia congiunta. Lui tiene insieme nel simbolo ciò che la lotta fratricida scinde. Non gli garbavano certo i giochetti politicisti della Repubblica. E infatti rinuncia a rifugiarsi nelle zone controllate dalla Repubblica, sebbene la motivazione più accreditata sia quella per cui non volle mettere a rischio la vita del padre e dei suoi familiari, cosa che sarebbe immancabilmente accaduta nel caso fosse fuggito di nascoso da Granada. E, certo, aveva in odio il fanatismo terroristico cattolico, una distorsione paranoica della devozione religiosa. E detestava la scurrilità dei fascisti. In una guerra civile o stai di qua o stai di là. Se stai in mezzo sei nel torto. Che altro è la guerra civile se non una polarizzazione verso il campo nemico di tutte le sfumature? I nemici si fucilano, ma sono gli incerti, i perplessi, i dubbiosi, i combattuti dentro, quelli che non si sa bene se stanno dalla tua parte, sono questa zona grigia i massimamente sospetti, e sono soprattutto loro che meritano la tortura e la morte. La parte avversa si ingrossa di spettri. Lo stesso giorno del sequestro di Federico il generale Queipo de Llano, luogotenente di Francisco Franco per l’Andalusia, fa fucilare a Siviglia il generale Campins, comandante militare di Granada al momento della Rivolta, reo, secondo le parole dello stesso Queipo de Llano, di «aver giocato con due mazzi, ingannando tanto il Governo che me». Che cos’è la guerra civile se non questo dubitare di chi ti sta vicino, di chi ti è prossimo, cos’altro è se non l’asserragliarsi dell’io in se stesso e lo sventagliare di mitraglia sulla parte sconosciuta dell’io, che sarebbe poi l’Altro?

Quando una squadraccia fascista fa irruzione alla Huerta de San Vicente, e siamo al 9 di agosto, sette giorni prima del sequestro, per arrestare i figli del guardiano della tenuta, falsamente accusati di omicidio, tra gli sgherri ci sono anche i fratelli Miguel e Horacio Roldàn Quesada. Federico li conosce bene. I fratelli Roldàn Quesada sono latifondisti, «parenti e nemici del padre del poeta», Federico García Rodríguez, per una lite su certi terreni. Ma non solo per questo. Odiano il padre di Federico perché è un liberale e odiano Federico per i suoi successi letterari[8]. Ecco che rispunta la questione privata, la variante storiografia fenogliana nelle grandi manovre militari della Storia. La squadraccia è in realtà venuta a minacciare Federico, i figli del guardiano sono solo un pretesto. I fratelli Roldán Quesada sono lontani cugini, ex compagni di Università, poco brillanti a dire il vero. Uno di loro, Miguel, detto Il Marchesino, è in divisa militare. Lo insultano, lo chiamano frocio. «Ah, guarda un po’ chi c’è, il frocetto amico di Fernando de los Rios». «Sono amico non solo del professore socialista», ribatte Federico, «ma anche di molte altre persone di opinioni diverse». Ecco l’onore di Federico. Ecco, queste sono forse le ultime parole del poeta.

Marcuse mi ha raccontato un episodio in cui venne verbalmente offeso e minacciato da un coetaneo che covava un fortissimo risentimento verso coloro che avevano studiato. Di famiglia impiegatizia, quel coetaneo, personaggio conosciuto sin da ragazzino per la sua inclinazione al sopruso e alla violenza tra compagni di scuola, un bullo lo chiameremmo oggi, si era innamorato della figlia di un dottore. La qual cosa sembrò per un certo periodo ammorbidire e ingentilire quel carattere altrimenti iracondo. Ma la figlia del dottore alla fine si era fidanzata con un ragazzo che scriveva poesie. Il coetaneo di Marcuse non iniziò a scrivere poesie, e per fortuna, ma si rivolse nuovamente all’ira e forse al bere. Una notte Marcuse si trovò per sbaglio ad una festa campestre, trascinato da certi compagni. Erano tuti ubriachi. Gli si avvicina questo personaggio, e lo comincia a spintonare. Marcuse cerca di svincolarsi e di sottrarsi alla provocazione, ma il tipo lo insegue. Lo apostrofa: «Verga! Studia ‘sta verga!», portandosi le mani a coppa sulla patta dei pantaloni. Aveva in gran dispetto coloro che leggevano e amavano leggere. Questa gelosia sessuale traslata sul livello della denigrazione culturale credo sia un elemento molto trascurato, sebbene non irrilevante, nello studio della guerra civile in generale. Fu necessario l’intervento di altri, meno ubriachi, compagni del risentito, per impedire che mettesse le mani addosso a Marcuse.

Depongo la bottiglietta dei gelsomini alla base della lapide della fossa comune. Poi mi siedo sul ciglio di questa fossa. Suor Virginia è seduta al lato opposto. Cerco di leggere una poesia di Lorca. Sento singhiozzare, la qual cosa mi dà sulle prime una certa irritazione, provo fastidio, penso che sia francamente esagerato, poi però penso che sia liberatorio, una specie di mantra, un om sconsolato. Il pianto mestruale è il corrispettivo femminile della tragedia maschile.

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Lo vedi in quel filmato, mentre scarica le quinte dal camion. È industrioso, Federico, è felice. Non è depresso, e sì che la depressione l’ha conosciuta. Con la tuta da meccanico è felice. I primi anni ‘30 del secolo scorso sono stati la più grande illusione della storia umana. Tra due immani carneficine, lo diciamo oggi, sembrò farsi largo una speranza. Una redenzione collettiva. Un’utopia concreta. Niente. Falciata via. Weimar. Granada. Erano protervi? Imponevano la libertà a chi non la voleva o a chi non era ancora pronto a questa inusitata lotta interiore che chiamiamo libertà, e che tutti ci dilania? E se Federico avesse intravisto una sintesi tra la croce da un lato, e la falce e il martello dall’altra? È chiaro che sto delirando.

Federico scarica le quinte del palcoscenico ed è felice. Industrioso e felice.

Nella casa natale a Fuente Vaqueros c’è, nel granaio, al piano di sopra, come abbiamo detto, un’esposizione temporanea. In una lettera scritta da Rafael Alberti, indirizzata ad un amico, viene citato Lorca, amico comune: «[…] como dice García Lorca, con el ALTE no se va a ninguna PALTE». Gioco di palabras, di parole. Chiedo spiegazioni alla vestale, quella con la zip dei pantaloni non del tutto serrata, che mi dice che in effetti è un gioco di parole, ma questa conferma non soddisfa interamente la mia curiosità. In quell’ALTE ci vedo un secondo senso. ALTO in spagnolo significa anche STOP. Quindi con lo stop non si va da nessun parte. Ma arriva alle mie spalle uno dei visitatori argentini, quello più anziano, che mi delucida: «Gli Andalusi non pronunciano la erre, la pronunciano più come una elle».

Ah, ecco, ho capito. Come i giapponesi, penso.

Con el ALTE…

P.s.
L’ipotesi secondo la quale Goethe il cardinale avrebbe invocato in capitulo mortis non più luce (mehr Licht), ma più nulla (mehr Nichts), non è mia. Me lo ha fatto presente Don Rigoberto in una recente conversazione in sagrestia. La persuasiva ipotesi è di Thomas Bernhard, nel racconto Goethe muore, pubblicato in Italia da Adelphi. Le idee che più ci appartengono le facciamo talmente nostre che finiamo con il dimenticarne la fonte, il nostro più autentico pensiero è un pensiero pensato da un altro.

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[1] «Anche se vorrei, non posso chiedere scusa per un altro, tanto più se totalmente ignaro del poeta ucciso e persino della nave che lo avrebbe portato in un paese già in guerra (lo scopo del ventiduenne Marzio era mandare soldi al fratello per farsi la casa dove poi sono nata). Porta un gelsomino anche per me, grazie.» (Messaggio whatsapp di suor Maria, 12 settembre 2018). Il novecento, il secolo della guerra civile globale e familiare, ha messo i figli, e talvolta anche le figlie, contro i padri. Per la prima volta nella storia, stante l’immane disastro, i figli, e le figlie talvolta, si sono dovuti incaricare dell’immane fardello di andare contro i propri padri. Fino a poco prima, i figli, e soprattutto le figlie, seguivano i padri, i padri avevano ragione punto e basta, qualunque cosa avessero fatto. Il novecento ci ha gravato di un mandato impossibile. La coscienza individuale è un grande fardello. Ringrazio suor Maria per avermi dato la possibilità di dischiudere questo tema. Federico aveva amici che simpatizzavano per la Falange. Amici che lo protessero, pagando anche le conseguenze di quel gesto.

[2] José Luis Vila-San-Juan, García Lorca, ASESINADO: toda la verdad, Editorial Planeta, Barcelona, 1975. Nel 1973, a seguito della pubblicazione, da parte del quotidiano di Granada Ideal, della copia di un’istanza compilata di pugno da Federico, datata 20 maggio 1929, nella quale il poeta chiedeva di essere ammesso quale membro attivo della Confraternita di Santa Maria de la Alhambra, il giornale madrileno ABC pubblica un’intervista al confratello José Martin Campos, che all’epoca era stato testimone di questo singolare episodio. Ecco di seguito uno stralcio dell’intervista (tr. it. s.m.).

– […] Era la Settimana Santa del 1929, esattamente il 27 di marzo. Verso le undici della sera io stavo in chiesa con la Giunta di Governo, ultimando i preparativi per far sfilare la processione, quando mi chiamò il consigliere della Fratellanza, don Emilio Villatoro Bocanegra, per cercare di risolvere un problema. Un uomo aveva fatto voto di accompagnare la Vergine vestito da penitente, ed era venuto a Granada proprio per questo. Dovevamo trovare il modo.
– Era difficile?
– Gli dissi che mi sembrava impossibile, perché si richiedevano due condizioni: essere iscritto come confratello alla Fratellanza e disporre di un saio da penitente. Quanto alla prima, avremmo anche potuto chiudere un occhio, perché non eravamo obbligati a vedere la persona in viso.
– Quale fu la soluzione?
– Proposi che sfilasse vestito in borghese dietro il trono, ma la cosa non fu accettata. Allora pensammo che, siccome i porta insegne, sebbene sfilino con la tunica e a volto coperto come i penitenti, sono persone pagate dalla Confraternita, avremmo potuto sostituire uno di questi uomini con colui che chiedeva di uscire in processione.
– Lei sapeva che si trattava di García Lorca?
– Niente affatto. Ma dato che dovevamo sapere chi fosse, andammo in una stanza attigua dove stava aspettando e chi incontrammo fu proprio Federico. Lì stesso gli mettemmo l’abito, cosa che accolse con raccoglimento. Lo accompagnammo, a volto coperto, in chiesa, e quando arrivò di fronte all’immagine di Santa Maria de la Alhambra si inginocchiò e pregò.
– Come sfilò?
– Sfilo alla testa della processione, portando una delle tre insegne. Quando suonò la campana della candela e cominciarono a sentirsi le saetas (canto religioso andaluso, n.d.t.), mi appropinquai alla Porta della Giustizia per verificare che tutto procedesse in ordine. Quale fu la mia sorpresa al vedere che Federico portava la pesante insegna a piedi nudi.
 – Gli parlò finita la processione?
– Al termine della processione volevo dargli un abbraccio, ma era sparito, lasciando l’insegna debitamente ricollocata al suo posto, con la cinghia annodata a forma di croce e un biglietto che diceva: Che dio vi renda merito.
– Insomma, perché questa istanza di diventare membro della Confraternita?
– Fu il 20 maggio di quello stesso anno. Federico consegnò al consigliere il modulo di iscrizione, che fu presentato il giorno seguente all’approvazione della Giunta.
– Fu ammesso?
– Ci furono discussioni. Alcuni lo consideravano un gesto di gratitudine e di lealtà, altri come uno snobismo ulteriore di Federico. Ma trionfò il buon senso e fu ammesso, iscritto nel registro dei confratelli con il numero 498 e la quota mensile di una peseta.

[3] Ian Gibson, Vida, pasión y muerte de Federico García Lorca, Debolsillo, 700-701. «Da vari testimoni sappiamo che Lorca passò le sue ultime ore nel casale La Colonia. Risulta particolarmente rilevante la testimonianza di José Jover Tripaldi. Quando la guerra scoppiò costui aveva ventidue anni e stava passando l’estate a Viznar. Per evitare di essere mandato al fronte chiese al capitano Nestares, amico di famiglia, di assegnargli una qualche mansione in paese. Nestares accolse la richiesta e lo fece stare a La Colonia. Jover Tripaldi avrebbe sempre giurato di essere stato di guardia la notte dell’arrivo di Lorca e del “maestro zoppo”. Fervente cattolico, aveva l’abitudine di spiegare alle vittime che la mattina seguente sarebbero andate a lavorare a certe fortificazioni o a riparare le strade. Poi, all’avvicinarsi del momento della “saca” (non traducibile, saca è una borsa grande, come quella dei postini, n.d.t.) comunicava loro la terribile verità, sempre che non l’avessero già intuita. Fare ciò lo considerava un suo dovere di cattolico. Nel caso che lo desiderassero, i prigionieri potevano confessarsi con il prete o consegnare alle guardie un ultimo messaggio per la famiglia o qualche oggetto.

Secondo Jover Tripaldi il poeta, quando gli comunicò che sarebbe stato fucilato, volle confessarsi. Ma il prete se ne era andato. Il ragazzo, vedendo la terribile angoscia che le sue parole avevano provocato, gli assicurò che se si pentiva sinceramente dei suoi peccati gli sarebbero stati sicuramente perdonati. Allora lo aiutò a recitare il Yo, pecador, che Lorca ricordava solo in parte. “Mia madre me lo ha insegnato tutto, sa, ma ora l’ho dimenticato”. Nel rievocare questo episodio anni dopo, Javier Tripaldi insisteva sul fatto che il poeta sembrò più tranquillo dopo aver pregato. Ma non possiamo sapere con certezza se le cose siano andate proprio così. (tr. it. s.m.)

[4] Il carmen è un’abitazione urbana tipica della città di Granada (segnatamente dei quartieri adagiati sulla collina, Albaicín e Realejo) con annesso spazio verde, comprensivo di giardino, orto a terrazza, spesso piscina, e abitazione. È uno spazio chiuso all’esterno, circondato da muri di recinzione alti due metri, spesso intonacati di bianco, e dai quali pendono arbusti frondosi. Privacy garantita. In uno di questi carmen di Albaicín, il carmen di Fernando Vílchez per l’esattezza, Federico García Lorca lesse, dopo il suo rientro a Granada (14 luglio) e prima del sequestro (16 agosto), La casa di Bernarda Alba in anteprima ad un gruppo di amici granadini.

[5] In verità Koestler dice che Francisco Franco firmava personalmente le condanne a morte dei foreign fighters, si direbbe oggi, cioè dei combattenti per la Repubblica non spagnoli, delle presunte spie travestite da giornalisti, ecc. , come fu nel caso di Arthur Koestler, dapprima condannato e poi risparmiato con uno scambio di prigionieri. Le questioni domestiche Franco le lasciava ai suoi generali, quelle internazionali, più delicate sul piano diplomatico, le gestiva di persona…

[6] Ian Gibson, Vida, pasión y muerte de Federico García Lorca, cit., p. 685.

[7] Questo punto controverso è decisivo. Durante i giorni in cui rimase nascosto a casa dei Rosales, una leggenda propalata dai propagandisti del franchismo vorrebbe che Federico García Lorca abbia lavorato congiuntamente al suo ospite e amico Luis Rosales alla composizione di un inno in onore dei caduti della Falange. «Non era vero, e Rosales dirà sempre che il progetto, mai realizzato – non ci fu tempo! – consisteva piuttosto in un’elegia congiunta dedicata a tutti coloro che erano morti nella contesa scatenata un mese prima.» (Ian Gibson, op. cit., p. 682). Sul versante opposto, si è parlato di una lettera scritta da Federico García Lorca traboccante ingiurie verso la Falange, lettera che sarebbe stata letta da Rafael Alberti a Radio Madrid qualche giorno prima dell’esecuzione del poeta. La lettera e anche la circostanza sono false (José Luis Vila-San-Juan, García Lorca, ASESINADO: toda la verdad, cit., p. 196).

[8] I fratelli «Roldán Quesada – la cui parentela con il padre del poeta si doveva al matrimonio di un loro zio, José Roldán Benavides, con sua sorella, Isabel García Rodríguez – non potevano vedere Federico García Rodríguez. E ciò non solo per litigi che c’erano stati tra loro in relazione a certi terreni, ma anche per la sua notoria amicizia con Fernando de los Ríos (il professore universitario socialista, n.d.t.) e perché invidiavano “l’ambiente di naturalezza, di elevazione, di semplicità e di cultura che si respirava a casa sua, i successi artistici e sociali dei suoi figli, nonché la notorietà ed il costante aumento del prestigio e della fama nazionale ed internazionale che andava acquisendo il suo figlio maggiore (cioè Federico, n.d.t.)”. (Ian Gibson, op. cit., p. 677).

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