Pietrificare le ombre?

Ho tra le mani la prima edizione di Rayuela di Julio Cortázar, uscita a Buenos Aires nel 1963 per i tipi di Editorial Sudamericana. Il colophon, in maiuscoletto, recita: Se terminó de imprimir el día ventiocho de junio del año mil novecientos sesenta y tres en los talleres gráficos de la compañia impresora argentina. S.a., Calle Alesina 2049 – Buenos Aires.»

Acquistai quest’esemplare nel 2005, il 25 aprile per l’esattezza, ad una mostra mercato del libro antico e raro a Foligno.

L’esemplare presenta vari timbri di proprietà, a cominciare dal frontespizio: PROPRIETÁ DI FLAVIAROSA ROSSINI NICOLETTI E GIANNI NICOLETTI.

Rayuela frontespizio

Flaviarosa Rossini Nicoletti è stata la traduttrice italiana, per la casa editrice Einaudi, de Il gioco del mondo (Rayuela), uscito in Italia nel 1969, nonché di altre opere di Cortázar.

L’esemplare che ho in mano è quello sul quale Flaviarosa Nicoletti Rossini ha condotto la traduzione. Ciò si evince inequivocabilmente dalle annotazioni a matita e dai segni a pennarello rosso e blu presenti sul celebre TABLERO DE DIRECCIÓN (TAVOLA D’ORIENTAMENTO)[1]. Come si può vedere dall’immagine che riproduco, sul margine destro della tavola la traduttrice annota a biro blu, con sottolineatura a pennarello rosso, gli invii progressivi della traduzione alla casa editrice. 100 spedito, 200 spedito, e così via, fino a 500 (il libro conta in toto 635 pagine).

Rayuela Tavola

È da presumere che ogni centinaio di pagine tradotte Flaviarosa Rossini Nicoletti facesse un plico e andasse alla posta.

Il 28 maggio 1969 Julio Cortázar scrive da Parigi ad Italo Calvino. Nella lettera l’autore di Rayuela menziona espressamente la traduttrice Flaviarosa Nicoletti Rossini.[2]

Come ho detto, l’esemplare che ho in mano lo acquistai nel 2005. Flaviariosa Nicoletti Rossini è deceduta nel 1982, due anni prima di Julio Cortázar. Il consorte della traduttrice, Gianni Nicoletti, comproprietario dell’esemplare, è mancato nel 2007. Nel 2005 Gianni Nicoletti, sopravvissuto alla moglie, aveva 81 anni (era nato nel 1924). È probabile che l’anziano studioso di Sade, Rimbaud e Baudelaire abbia ceduto, in parte o in tutto, la biblioteca comune prima della sua morte, e comunque prima del 2005. Non c’erano eredi, forse, o, se c’erano, come spesso accade, non erano interessati a custodire e a perpetuare la biblioteca. Si era trasferito in una casa più piccola, chissà, o forse lo hanno portato in una casa di riposo.

*

La prima annotazione a matita è a pagina 16. Flaviarosa appunta il significato dell’espressione gergale «pensando en pájaros pintos» (alla lettera, pensando agli uccelli variopinti), equivalente a «distraída», o a «pensar en las musarañas» (alla lettera, pensare ai toporagni). Nella traduzione Einaudi diventerà «[la gente] sempre con la testa per aria».

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C’è poi il disegnino di un doppio cucchiaio da the, del «cucchiaio-trappola», e l’annotazione in inglese: tea. You shut the double spoon and put it in the cup (p. 19); c’è la sottolineatura della parola «patafísica» e l’annotazione a margine Alfred Jarry (p. 20); c’è la sottolineatura dell’espressione «restaurante bacán», e l’annotazione a margine elegante, caro; c’è la sottolineatura dell’espressione «parcelación Tupac-Amaru» e l’annotazione a piè pagina jefe inca que los españoles ejecutaron descuartizándolo en 4 caballos. Metaforicamente Ol. se siente tironeado por todos lados (capo inca, che gli spagnoli giustiziarono squartandolo con 4 cavalli. Metaforicamente Oliveira si sente tirato da ogni lato, p. 32); c’è la sottolineatura del qualificativo «sirio» e l’annotazione Jesus (nel testo Einaudi diventa «il nazareno»); c’è, saltandone altre, la sottolineatura del verbo «descomer»[3], e l’annotazione defecar (p. 51); e la sottolineatura «el de Duino», e l’annotazione Rilke (sempre p. 51). Un malizioso filologo potrebbe baloccarsi non poco nella vicinanza di due annotazioni così concettualmente distanti come «defecar» e «Rilke». Un lettore distratto penserebbe solo che Rilke deve andare al gabinetto.

Annotazione_1

Annotazione Tupac

L’ultima annotazione a lapis è a pagina 57 (capitolo 11). Riguarda il participio «petrificado», nella frase «Sì, la electricidad es eleática, nos ha petrificado las sombras». L’annotazione riporta come statico quindi pietrificazione. Nella traduzione Einaudi diventa: «Sì, l’elettricità è eleatica, ci ha pietrificato le ombre».

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Poi le annotazioni a lapis cessano. Potrebbe essere la spia di un cambio di metodo. Chi aiutava Flaviarosa a dipanare i dubbi interpretativi? Ha mai sentito l’autore al telefono? Gli inviava lettere con richieste di chiarimento?

*

Dal 2005 l’esemplare in questione è stato in vendita sul portale maremagnum.com ad un prezzo tale da scoraggiare anche i cultori più dissennati di Cortázar. Da qualche mese a questa parte ho rivisto il prezzo, portandolo a livelli di mercato meno irragionevoli.

Qualche giorno fa ho ricevuto una richiesta. Viene dalla Spagna, da Barcellona. È un collega libraio, probabilmente ha un cliente cortazariano o vuole mettersi in magazzino un pezzo unico, non lo so.

Non pensavo che lo avrei venduto. Speravo di non venderlo. Domani il libro partirà per Barcellona.

Prima di accettare l’offerta di acquisto una voce si è insinuata nella mia coscienza dicendomi: – Ora che hai smesso di fare il libraio professionalmente, potresti finalmente anche tu consegnarti al feticismo del libro, a questo godimento massimamente interdetto a chi commercia in libri. Ma poi nel teatro della mia coscienza sono avanzati gli opliti delle impellenze finanziarie, che hanno aperto una breccia; ed in questa breccia ha fatto irruzione la guardia a cavallo del cosacco che è in me, niente tabernacoli, niente altarini, niente vetrine chiuse a chiave. Questo libro riguadagna il suo destino di passare di mano in mano. Faccio quello che fece prima della sua morte l’anziano Gianni Nicolini, senza peraltro che egli avesse, è da immaginarlo, particolari urgenze finanziarie.

Questo esemplare ha traversato l’Oceano, probabilmente in nave, come il suo autore. Ha ripercorso all’inverso la toponomastica di Rayuela, che inizia a Parigi, in Europa (dall’altra parte) e termina a Buenos Aires, in America latina (da questa parte). Mi domando ora, mentre cerco il cartone per impacchettarlo, che cosa potrà aver pensato Julio tenendo in mano un esemplare come questo nel 1963. Quando aprì il pacchetto della casa editrice. Questi stessi caratteri, questa carta, questa impaginazione.

Non so, in fondo un autore credo che sia deluso dal vedere ridotto a un volume così piccolo un’impresa così grande. E che sia nauseato dal veder moltiplicato in mille copie quell’oggetto, se mai gli capita di visitare i magazzini editoriali. A meno che non sia un megalomane. E Cortázar, almeno che io sappia, non lo era. L’unica cosa che lo aiuta a superare delusione e nausea è il miraggio di qualche dollaro in banca, per andare avanti e viaggiare. I primi anni a Parigi Cortázar è campato a stecchetto.

E poi, lo scrive lo stesso Cortázar in una lettera[4], «la vita in ogni caso è sempre un poco questo, cercare cose che non esistono. Forse, cercandole, le creiamo, le tiriamo fuori dal nulla». Quelle che esistono, è opportuno che ce ne liberiamo. Mi viene da chiosare così.

E poi, cosa facciamo? Pietrifichiamo le ombre?

________________________________________________

[1] Come è noto, l’avvertenza che apre il romanzo offre al lettore due possibilità alternative di lettura: «A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo. In caso di confusione o poca memoria, basterà consultare la lista seguente (lista che qui si omette, n.d.r.)».
[2] Julio Cortázar, Cartas 1969-1983, Alfagura, 2002. Ecco il testo della lettera (tr.it s.m.):
«Caro Italo:
grazie per la tua lettera, di cui mi sarebbe piaciuto parlare con te di persona, ma dato che tu sei a Torino e io dopodomani parto per Kampala, ti invio queste righe per non perdere tempo; penso che in base a quello che ti dico qui la casa Einaudi potrà prendere decisioni senza ulteriore perdita di tempo, e al mio ritorno dall’Africa (verso il 16 di giugno) sarò a tua disposizione per tornare a parlare di questi problemi.
Il piano di pubblicazione che mi sottoponi non mi sembra del tutto soddisfacente, ma penso che possiamo trovare una soluzione che ci trovi d’accordo. Mi piacerebbe che esaminassi la seguente controproposta: a mio parere, Einaudi tira fuori dal dimenticatoio Los premios per guadagnare tempo, cioè a dire, per far sì che la medesima traduttrice abbia il tempo di tradurre Los cronopios e 62. Io non ho alcun motivo per oppormi a che detta traduttrice si occupi di entrambi i libri, però mi sembra invece che se (Einaudi, n.d.t.) traducesse Los cronopios e al tempo stesso Flaviarosa si occupasse di 62 ci sarebbe da un lato un guadagno di tempo e dall’altro io avrei una soddisfazione morale importante. In effetti, nonostante la diversità delle opinioni che possano esserci sulla qualità delle traduzioni o dei traduttori, io non posso né voglio dimenticare che Flaviarosa si è sempre occupata dei miei libri con profondo interesse, e sono un poco sorpreso del fatto che rimanga scartata dal piano di pubblicazione dei miei libri.
Riassumendo, la mia proposta sarebbe la seguente:
Giugno 1969: Rayuela
Dicembre 1969: Los cronopios
Giugno 1970: 62
Fine del 1970: Los premios
È evidente che questo piano suppone affidare la traduzione dei due libri a due traduttori diversi; ed è qui che mi interessa sentire la tua opinione. Personalmente (e tu come scrittore lo puoi capire meglio di chiunque altro) a questo punto della situazione la pubblicazione di 62 mi interessa molto di più che quella de Los premios, soprattutto perché è una sorta di prolungamento o getto di Rayuela e al pubblico italiano interessa molto di più leggere 62 dopo Rayuela, mentre Los premios vale più come anello a monte della catena. Non ho colpa se Los premios sia rimasto nelle retrovie, ma non mi interessa più di tanto che passi di colpo al fronte ora che c’è un altro mio libro che mi sembra più attuale e più interessante per il pubblico italiano.
Resta, poi, in piedi la questione de Il giro del giorno in ottanta mondi, sulla quale non mi dici niente. Anche di questo parleremo al mio rientro.
Appena sarò di nuovo a Parigi ti telefono. Grazie ancora e un abbraccio dal tuo amico
Julio»
[3] «¿Y el Tiempo? Todo recomienza, no hay un absoluto. Después hay que comer y descomer, todo vuelve a entrar en crisis.» («E il Tempo? Tutto ricomincia, non c’è assoluto. E poi bisogna riempire lo stomaco e vuotarlo, tutto ritorna in crisi»).
[4] Lettera a Jorge Bolechover, Parigi, 28 luglio 1965 (in Cartas 1964-1968, cit.). Si tratta di uno studente che aveva letto il racconto Fine del gioco e chiedeva all’autore dove si trovasse la casa di cui si parla. Julio Cortazár inizia la lettera di risposta così: «Questa casa non esiste. È nata da alcuni ricordi di infanzia (i treni, le vie, i terrapieni sono molto importanti per i bambini). Tutto il resto lo ha messo l’immaginazione. Mi fa piacere, comunque, che il suo professore le abbia chiesto di cercare la casa[…]»

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