Diario dell’Errore. 12

[1]

Hitler, Stalin, Sting, Bono, Madonna, scusate la giustapposizione, ma sull’idiozia collettiva i nomi brevi o evocativi fanno maggiormente presa, più dei nomi e dei doppi cognomi della nobiltà, come, per esempio, Ubaldo Galante della Rovere. Ve lo immaginate Ildebrando Micheleschi della Cornia come un dittatore o una rockstar?

[2]

Dal villaggio globale al villaggio tombale al villaggio ecatombale.

[3]

Finalmente un buon libro!

Questa pubblicità esonera il lettore da quel vago senso di ansia che lo pervade per non aver letto libri negli ultimi tempi (tanto, in fondo, non ne valeva la pena!), e gli garantisce, patto la lettura di questo libro finalmente da non perdere, la completa assoluzione dal peccato di distrazione letteraria.

[4]

2009 s.d. DIRITTO DI ASILO.1

Ascanio Celestini ha detto alla radio che Ulisse in fondo è un clandestino, Ulisse che approda come naufrago all’isola dei Feaci, viene portato a riva, curato, e invitato alla mensa del re. Sottotesto: gli antichi erano meno disumani di quanto lo siamo noi oggi, uomini moderni e suppostamente democratici.

Il paragone del re di Itaca ramingo con gli immigrati clandestini di oggi è suggestivo ma non regge: Ascanio Celestini finge di non sapere che oggi la popolazione mondiale scoppia, e che l’essere umano oggi non è più una risorsa, ma un dato sovrannumerario.

Sul diritto dell’ospitalità nel mondo antico si dicono delle grandi cazzate. Come se nel mondo antico non esistesse la schiavitù, la paura dello straniero, il disprezzo del barbaro, ecc.

Certo, l’essere umano aveva un valore, se non altro come forza lavoro da ridurre in schiavitù per erigere templi o costruire ponti. Nella scarsità demografica, si stava attenti a sterminare intere comunità, sebbene non di rado lo si facesse pure! Vedi gli Ateniesi con i Meli, che non ci andarono tanto per il sottile, come ricorda Tucidide. Oggi i migranti li vedi ciondolare fuori dai supermercati o dai parcheggi degli ospedali. Non interessano più realmente, se non al sistema simbolico-vittimario della solidarietà.

Nella Grecia arcaica l’ospite era sacro perché portava notizie preziose da fuori. La sua presenza di straniero da cui attingere informazioni, e spesso carpire allerte circa possibili aggressioni da fuori, cimentava la comunità, la polis, ne rinsaldava i vincoli e dissipava le discordie intestine. Ecco perché l’ospite è sacro. Poi, per riprendere René Girard e Giorgio Agamben, l’ospite è sacro perché spesso è proprio su di esso che si caoagula la violenza espiatoria. Altro che solidarietà e diritti umani!

[5]

«Quanto non capisci un cazzo!»

Espressione antifrastica, sublime, perfetta nei litigi coniugali. Mentre il semplice «non capisci un cazzo», nella sua laconicità, fotografa una situazione statica, magari anche eterna, di un presente continuo e interminabile, l’apposizione del «quanto» cambia completamente il senso, in quanto introduce la durata, nel passato (continui a non capire un cazzo, è una storia che dura da un pezzo) ma anche nel futuro (continuerai a non capire un cazzo, non c’è verso), introduce una misura, peraltro incommensurabilmente vasta, della totale imbecillità del coniuge.

[6]

22-11-2018

Il compagno allevatore seguiva la relazione del compagno dirigente con la erre moscia. Quando il compagno dirigente menzionò la caduta del muro, e lo fece a più riprese, identificando in tale avvenimento l’origine di tutte le sciagure successive, il compagno allevatore chiese la parola: – Scusate, compagni, ma tutto ‘sto casino per un mulo che è cascato?

Macchina da scrivere

[7]

Da quando aveva smesso di fumare provava un’irritazione profonda per quell’atto insensato e, principalmente, antiestetico. Aveva sostituito la corsa urbana alla sigaretta. Viveva per lo più in tuta e felpa. Quando sentiva la stizza della sigaretta, abbandonava all’istante quello che stava facendo (principalmente abbandonava il computer) e usciva a correre. Una corsetta breve, il giro dell’isolato con tratto fluviale.

Non sopportava, ovviamente, quelli e quelle che gettavano le cicche sull’asfalto o sul marciapiede. Dato che si era ripromesso di non diventare intransigente come molti ex fumatori di sua conoscenza (gli ex sono intransigenti per statuto), si asteneva dalla ramanzina del buon cittadino. Però, non potendo lasciar correre la cosa senza fare nulla, aveva pensato di passare dalla parola (per statuto vana) all’azione. E così passando di corsa raccoglieva le cicche gettate a terra, alcune volte ancora con la brace in punta, altre volte schiacciate con rabbia sotto il tacco, altre ancora macerate dalla pioggia. Una sera passò accanto ad un capannello di persone, uomini adulti. Dal crocchio volò alta una cicca, prillò a mezz’aria sfavillante come una luglia del focolare, o una stella cadente ad agosto, e planò non senza un certo rumore al suolo. In volata, avendola quasi tra i piedi, la raccolse.

*

La sera dopo, alla consueta ora della stizza da nicotina e catrame (è, per inciso, il catrame il fascino più potente dell’atto del fumare), uscì per il giro consueto. Attraversò il ponte, percorse il tratto di ripa del fiume, passò davanti alle scuole e sotto i platani c’erano gli  uomini della sera prima, in cerchio. Quando fu all’altezza di quell’assembramento, sentì una voce dialettale che lo chiamava, una voce che gli domandava non un’informazione ma gli rinfacciava un antico torto:

– Che c’è?, la «è» raddoppiata, vibrante.

– Scusi?

– Scusa un cazzo.

Rapidamente lo circondarono e lo gettarono a terra prima che potesse organizzare una fuga o una resistenza.

– Raccogli ‘sta cippa.

– Voi insegna’ a noi l’educazione?

– Fatti i cazzi tuoi.

– Succhia ‘sta minchia.

– Assaggia questo, coglione.

*

Tornò a casa. Più che il male alle costole, gli bruciava dentro qualcosa, era l’umiliazione. Aprì la porta. Corse di sopra. Sulla mensola del camino. Non lo aveva buttato via. Chi smette davvero deve resistere alla tentazione. Trovò le cartine, racimolò un filtro. Le mani gli tremavano.

[8]

DIRITTO DI ASILO. 2

Certo, chi se la sentirebbe di negare asilo a coloro che fuggono dalla guerra e dalla carestia?

Allora non hai cuore! Ti aggredirebbero subito gli umanitari.

Come se la guerra fosse un cataclisma, e come se la carestia venisse direttamente dalla Bibbia. Chi scappa dalle guerre non sono solo «donne e bambini», per usare una locuzione fatta che starebbe a designare un inviolabile argine etico, giacché i bambini normalmente sono i primi a morire nelle guerre, e le donne le prime a subire le violenze sessuali e non sessuali. Dalle guerre scappano spesso i militari della parte sconfitta (parliamo per lo più di guerre intestine, come la Siria o l’Afghanistan o l’Iraq o, ora, la Libia), che non sono necessariamente i «buoni». Dalla carestia approdano alle nostre rive coloro che ce l’hanno fatta, spesso a discarico e discapito di altri, di quelli più deboli (donne e bambini?), i sommersi.

Nessuno che parli più di DISARMO.

C’è, alla base dell’accogliere a prescindere i profughi delle guerre, un senso di colpa generico. Siamo noi (noi chi? Noi occidentali? Noi «ricchi»?) a scatenare quelle guerre. In un certo senso è vero. Gli vendiamo le armi. Cioè, anche qui. Ci sono i fabbricanti e i mercanti di armi (spesso società a partecipazione pubblica). Anche a Foligno, e in molte altre cittadine d’Italia.

E allora perché a Foligno si manifesta tanto per l’accoglienza dei profughi da «guerre e carestie» e non si circondano le fabbriche che producono armamenti (o componenti di armamenti, fa lo stesso) che finiscono in Siria e dintorni? Ma criticare e lottare contro il traffico di armi non è spettacolare e commuovente e assolutorio e umanitario quanto salvare in diretta vite umane. Ci vuole pazienza, per snidare i trafficanti di armi, ci vuole studio, capacità di inchiesta (ma esiste più il famoso giornalismo di inchiesta in Italia?), ci vuole, soprattutto, coraggio: il coraggio di far chiudere le nostre fabbriche di morte, che danno la vita a molte famiglie, donne e bambini di Foligno inclusi. Visto mai che la carestia si abbatta poi su di noi, e, con la carestia biblica, la guerra civile?

[9]

DIRITTO DI ASILO. 3

Ho conosciuto questa storia. Un albanese era nell’esercito nei primi anni ’90, quando nei Balcani, cioè dietro l’angolo, si sgozzava a tutto spiano «sotto gli occhi indifferenti di noi Europei» (altra locuzione fatta). Questo tenente dell’esercito albanese aveva parenti che erano riusciti ad arrivare in Italia e in altri paesi europei. Lui comprò al mercato nero un passaporto di un kossovaro. All’epoca c’era una risoluzione dell’ONU per cui era riconosciuto automaticamente il diritto di asilo ai cittadini dei paesi interessati (si fa per dire) dal conflitto etnico e genocidario. L’Albanese di cui parlo non faceva parte delle etnie individuate da quella risoluzione umanitaria. Con tutte le sfighe che l’Albania ha avuto, almeno la guerra intestina gli è stata risparmiata. L’Albanese varcò il confine, andò nella zona di guerra, e colà acquistò al mercato nero un passaporto falso di un kossovaro, con la sua foto. Cambiò identità, diventò profugo di guerra e arrivò legalmente in Italia.

L’Albanese vive da molti anni in Italia. Ė un onesto lavoratore, una persona che se ne trovano poche così. I suoi figli, sebbene nati in Albania, sono cittadini italiani. Un giorno ho sentito il più grande di questi figli dire che l’Italia è un paese di merda. Non mi ricordo più perché, forse perché non dà opportunità ai giovani. Ha ragione, per carità. I suoi nonni, che vivono in Albania, vengono a curarsi in Italia, si ricoverano in ospedale e si fanno le operazioni chirurgiche. Sono, non so come, a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Ricongiungimento familiare?

P.s.

La cosa bella è che il passaporto falso si scoprì essere di un trafficante di armi kossovaro, ricercato dall’Interpol. L’Albanese mi ha raccontato che una notte fu fermato da un controllo della Stradale nelle Marche, dove aveva trovato lavoro, e risultò appunto che su lui pendeva un mandato di arresto internazionale. Fu portato in questura, passarono giorni prima che la sua vera identità di albanese fosse riconosciuta. Furono fatte molte telefonate al consolato albanese e allo stato maggiore dell’esercito per appurare che l’Albanese non era kossovaro, né tantomeno un trafficante di armi, ma un rispettabilissimo tenente  dell’esercito regolare albanese, che aveva disertato. Un mito.

[10]

La mentalità di molti corrotti è quella stessa di chi piscia in mare: tanto nessuno se ne accorge, e poi lo fanno tutti. Ho il sospetto che il piacere di intascare soldi pubblici (di tutti) in un’operazione liscia come l’olio non sia inferiore allo scialo che si prova a svuotarsi la vescica sotto gli occhi di tutti i bagnanti.

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