Recanati

[Recanati, martedì 19 – mercoledì 20 agosto 2008]

Non poteva che nascere per caso l’idea di fermarsi la notte a Recanati e visitare l’indomani la casa museo di Giacomo Leopardi.

E non tanto perché i poeti come Leopardi non hanno una casa sola, ma moltissime case, quanti sono gli scaffali delle case, delle biblioteche e delle librerie dove i Canti e Lo zibaldone sono custoditi.

A trattenermi è una sorta di pudore, di rispetto, che mi impedisce di localizzare troppo il pensiero e la poesia di un uomo la cui dimensione travalica i limiti stretti di questi colli che dagli Appennini digradano verso il mare Adriatico.

Non si può fare di Giacomo Leopardi un santino delle bellezze dell’Italia minore dei borghi, e non solo perché sul suo borgo natio Giacomo abbia affilato i suoi strali più acuti e velenosi.

Noi che frequentiamo l’area dei Monti Sibillini siamo a poche decina di chilometri da Recanati. Ma non ci è mai capitato di fare una gita fin lì, sia perché trovandosi così vicino non c’è nessuna fretta di andarci sia, soprattutto, perché andare in pellegrinaggio a Recanati è un po’ fare un torto a Giacomo, perpetuare la condanna a marcire in quella prigione, entro quella gente zotica e vil, e impedirgli di ritornare al suo volo libero, di liberare al vuoto il suo destino, consentendogli «più intimi voli», come scrive Rilke.

*

Solo con questa premessa necessaria posso adesso dire che l’idea di passare la notte a Recanati è nata in spiaggia, è stata un’idea residuale in un certo senso, non sapevamo dove andare a dormire, gli alberghi del litorale da Porto Recanati a Numana erano tutti pieni. Abbiamo passato la giornata in un arenile (si dice così?), dove la signora che gestiva lettini e ombrelloni ci ha offerto un pezzo di «oasi» davanti al bagnasciuga, con tanto di «pagoda», il tutto a 20 euro. C’era, si respirava un’aria un po’ fognesca, abbiamo pranzato al ristorante squallidissimo, un capannone di cemento sopra alla cabine, c’era solo la cameriera brasiliana che era gentile e spiritosa, non si dimenticherà facilmente il mare dietro quella vetrata unta e bisunta.

*

Una ragazza molto scortese, severissima nell’esporre le due opzioni (o solo visita alla mostra o questa + la visita alla biblioteca), ci rilascia i biglietti per entrare. Per strada avevo notata una ragazza che portava il cane al guinzaglio. Ho pensato a Giacomo, chissà magari è capitato anche a lui di vedere per questa strada una mattina una ragazza con il cane, Leopardi lo vedo come dilaniato tra due passioni, quella per lo studio e quella per l’amore, quella erotica, ma detto così suona banale, la sua passione per lo studio possiede qualcosa, un movente erotico e ludico, basta vedere le prime pubblicazioncine fatte, ancora bambini, con il fratello Carlo e la sorella Paolina.

Entrando nell’adolescenza entra nella depressione. Ha divorato gran parte dei diecimila volumi della biblioteca paterna, ha attuato il mandato paterno, ma infrangendolo perché portandolo oltre la dimensione erudita che ne costituisce il fondamento e l’invalicabile limite.

Il giovane Leopardi ha con genio e passione coltivato il lato paterno (troppo psicanalitico?), rinchiudendosi nella biblioteca del padre ha eseguito il dovere fino in fondo, al termine del quale però non c’è ricompensa, non c’è l’entrata nel mondo degli uomini, non c’è l’uccisione del padre.

C’è la constatazione dell’inutilità sociale dello studio.

Una targa rammenta un’annotazione dallo Zibaldone, che più o meno è anche un tributo al padre. Fu costituita dal conte Monaldo Leopardi una ingente biblioteca, ed un’insegna accanto al portone annunciava che era aperta a tutti i cittadini. Chi vi entrò? Nessuno mai, è il commento lapidario di Giacomo.

C’è un sentirsi in trappola, un sentimento di tradimento. Giacomo si è addestrato con le armi (i libri) di cui il padre lo aveva dotato, ma l’addestramento non era quello adatto alla vita e all’amore. Forse doveva, Monaldo, fargli fare sport, ginnastica correttiva, mandarlo a cavallo, e portarlo a sedici anni in un bordello di Ancona…

Si potrebbe scrivere un’opera in molti volumi per raccontare l’odio che i più grandi scrittori, da Dante a Leopardi a Stendhal e Joyce, hanno nutrito verso la loro città di origine, piccola o grande che fosse. Il natio borgo selvaggio. [1]

Uscendo dalla visita, S. dice: – Questa città vive sulle spalle curve di Leopardi. (S. fa spesso osservazioni laterali, che però colgono qualcosa, ricordo la risata per la parlata siciliana dell’audio-guida a Buchenwald).

Ci siamo diretti verso l’ «ermo colle» e la siepe dell’infinito. S. mi ha solennemente pregato di non declamare l’idillio. Cosa che non avrei fatto. Però ha ragione, il turismo di massa va a ficcanasare senza rispetto nei luoghi anche più intimi della vita delle star. Ed eccoci alla società dello spettacolo.

C’erano gruppetti di famiglie, amici, ecc. a farsi la foto[2] sul luogo. Tutti esperti conoscitori e studiosi di Leopardi? Non credo proprio. Si va a fare pellegrinaggio da Leopardi, come da Padre Pio. Al frate si chiede il miracolo, la guarigione, ecc. A Leopardi cosa chiedono? Si viene a Recanati a rendere sostanzialmente omaggio all’enorme carico di infelicità e dolore esistenziale che ha saputo sostenere o registrare nella sua scrittura, nella sua poesia, a condizione che non ricada sul visitatore e i suoi stretti congiunti.  A Leopardi, al Padre Pio della mestizia, del dolore del mondo, al genietto infelice[3], chiedono protezione dall’infelicità, celebrando un rito apotropaico. In fondo non si va forse al cimitero per constatare che siamo ancora vivi e per ribadire che i morti seppelliscano i morti?

Ma sulla «beatificazione» di Giacomo Leopardi pende un’altra pesante ipoteca: il palazzo è ancora abitato dai discendenti Leopardi, i quali però hanno modificato il loro titolo nobiliare, ed ora, come appare bene in evidenza sul portone del palazzo, si chiamano i Conti Leopardi di san Leopardo.

Eccolo il santo di famiglia! Ma non era Giacomo? No, probabilmente una ricerca araldica ha appurato l’esistenza di un antenato in epoca paleo cristiana, forse un anacoreta del deserto o un proto martire.

Ecco quindi che l’atmosfera di chiesa e del pretume comincia ad aleggiare attorno alla memoria e al nome di G. Leopardi. Che sia una scusa postuma della famiglia, del casato Leopardi per quell’antenato grande poeta sì, però purtroppo ateo?

*

Lungo la strada che dalla riviera sale verso Recanati ci sono varie insegne pubblicitarie. Una di esse reclamizza un sexy shop di Ancona, il più grande della regione, annuncia il tabellone. Avrà mai avuto Giacomo la tentazione di andare in un bordello ad Ancona?


[1] Per Leopardi «selvaggio» indica soprattutto l’aspetto villico, villano, rurale, in contrapposizione a civile, urbano, ecc., ma in «selvaggio» residua anche una valenza morale, intendendo malvagio, vile, unicamente dedito al denaro, alla bigotteria, all’ipocrisia, ecc. ecc. Era lungi ancora dall’emergere il significato hippy alla Thoreau, che oggi è la semantica prevalente di «selvaggio». Scrive Stendhal a proposito di Milano: «Questa città divenne per me il più bel luogo della terra. Non sento affatto il fascino per la mia patria, ho per il luogo dove sono nato una ripugnanza che arriva fino al disgusto fisico (il mal di mare)» (Vita di Henry Brulard, XLVII).

[2] Oggi, ten years later, si direbbe selfie. C’erano già i selfie nel 2008?

[3] Nessuno lo aveva ancora chiamato giovane favoloso, il film omonimo è uscito sei anni dopo la stesura di questo articolo.

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