Diario dell’Errore. 14


[1]

Sono anni che ricerco una cosa. Ricerco la figura retorica svalutativa che ha consentito lo sterminio nazista. La figura retorica che abbia consentito, come un tunnel nella mente, di far passare l’inaccettabile per accettabile. Non sono ancora approdato alla conclusione, però seguo la pista della malattia mentale, mi pare di intravedere un’analogia con la svalutazione che operiamo di fronte alla malattia mentale. Teniamo alla larga il malato mentale perché non si lava, sbava, si veste con i cenci, è molesto, lamentoso, urla per strada, eccetera. Il fatto che prima della follia fosse una persona normale non conta già più. Rimonta ad un antefatto non più significativo. Il fatto che siano state le circostanze ad aver indotto, o scatenato, la follia, non conta più. Così come per i deportati. Dopo quarantotto ore non si è più esseri umani normali. Dopo un viaggio sui vagoni merci e sui carri bestiame senza potersi lavare, fare la barba, truccare. Quando scendevano dai carri bestiame i deportati non erano già più ariani-umani, erano esseri sub-umani. Gli addetti allo sterminio non dovevano neppure fare uno sforzettino minuscolo per persuadere la loro coscienza ariana che quelli non erano uomini, erano bestie. Come noi con i matti, che sono sì persone, ma di un altro pianeta. Nel tunnel retorico era transitata, ed ivi era svanita, la trasformazione.

[2]

Stamattina il freddo penetra nelle mani, le indolensisce, una nebbia gelata ristagna sopra gli argini del fiume. La differenza tra Hitler e Stalin mi appare questa, che Hitler si è dato un gran dafare per sterminare milioni di persone, si è dovuto ingegnare, ha dovuto escogitare sistemi per eludere la Croce Rossa internazionale, garantire gli approvvigionamenti di gas, accendere i forni; Stalin, invece, per sterminare milioni di persone non ha dovuto muovere un dito, gli è bastato non far partire vagoni di carbone e di legname, ha lasciato che il lavoro lo facesse il freddo, il grande alleato dello Zar di tutte le Russie.

[3]

A parte qualche miserabile, qualche clochard, qualche barbone, qualche homeless che andava  alla mensa dei poveri e viveva ai margini del regno, non avevamo più bisogni materiali insoddisfatti.

Cos’è allora che ci rendeva tali?

Volevamo una cosa che ci aveva tolto proprio quel benessere che avevamo voluto. Avremmo voluto che per un incidente d’auto, che è un eufemismo per designare un orribile scontro sull’autostrada, gli automobilisti di fermassero, non per soccorrere o per portare aiuto, ma semplicemente per apparizione del sacro, e così sarebbe nata una nuova religione della fratellanza, non questo imprecare degli automobilisti per la coda chilometrica, per i ritardi dei soccorsi ma soprattutto dei carroattrezzi, per la deviazione del traffico, per dover saltare un appuntamento.

Gli unici che si fermavano a guardare dal cavalcavia erano i clochard, qualche esodato e  qualche degente psichiatrico affidato alle strutture protette. Erano loro che si accollavano, per quanto potevano, il peso della pietà.

Il fatto era però che, morti a parte, fossero i sopravvissuti all’orribile sfracellamento, i feriti, gli amputati, a portare i segni dell’incidente e della fretta furiosa del traffico che non si era fermato.

Alcuni di questi perdevano il lavoro, diventavano clochard, altri impazzivano, venivano assegnati ad una struttura protetta, gli unici a passare le giornate sopra la tangenziale.

[4]

Il punto focale, fecale, ficale.

[5]

Non si capiva perché i falegnami non fossero circonfusi della medesima aria sacrale che avvolgeva come un’aureola bizantina gli scrittori, ma si capiva ancor meno perché gli intenditori di falegnameria non fossero così temuti e riveriti come lo erano i critici letterari.

Un buono scrittore, che cosa era se non un bravo falegname? Non costruiva anche lui un mobile, seppure immateriale, fatto di cassetti per riporre memorie, di uno specchio per (lasciamo perdere la retorica), di uno scaffale nascosto per nascondere i preservativi dell’anima, due ante robuste per lasciare fuori i sorci e i tarli della mente…

E allora, perché tutta questa prosopopea?

[6]

Gli scrittori erano come piloti militari che venivano eiettati per atterrare in missione segreta in territorio occupato e cominciare così la riconquista e la liberazione.

Uno ad uno venivano lanciati in operazioni semi suicidarie, sacrificali, autoimmolative.

Scopo delle missioni era di intrufolarsi nelle fila del nemico, tra i telespettatori delle serie tv, tra gli utenti del web, tra i tifosi di calcio, tra i followers di canali tematici dedicati a chef emergenti, e strappare qualcuno di questi all’ipnosi, riportarlo in salvo nel territorio amico della lettura lenta, a cellulare spento o, se non proprio spento,  in modalità aereo.

Per conseguire lo scopo gli scrittori eiettati in campo nemico si camuffavano, assumevano talora le sembianze di intrattenitori televisivi, di influencer, di chef stellati. Alcuni prendevano gusto nella recita, e finivano per dimenticarsi della missione, si mescolavano al nemico, si trovavano bene. Per non dare a vedere che avevano tradito ogni tanto buttavano lì il riferimento ad un libro, o invitavano in trasmissione uno scrittore. Altri, in numero assai inferiore, cercavano di terrorizzare la popolazione con i dati di una nota agenzia demoscopica, dati secondo i quali la perdita delle competenze di lettoscrittura aveva portato ad un abbassamento del p.i.l., ma quando venivano scoperti a divulgare tali dati venivano fucilati sul posto.

[7]

Ci sono persone che quando entrano in un posto si guardano intorno con aria famelica, ruotando a scatto il collo e il mento e gli occhi allupati a destra e a sinistra, in cerca di prede, di opportunità, di fica, di occasioni, di incarichi, di finanziamenti, di quello che sia. Si tratta delle persone più positive, e anche delle più simpatiche, che si conoscano.

[8]

Se la peste, la città contaminata, è alla base della tragedia greca, una buona disinfestazione chimica pone fine alla tragedia.

I camioncini del servizio Igiene Urbana che lavano le strade sono i critici letterari, che da duemila e cinquecento anni cercano di arginare il contagio.

Gli operatori di sanità, con le loro tute bianche e le mascherine, sono il coro, la saggia voce della polis.

Il pubblico sta a casa e guarda la tv.

La tv trasmette da Siracusa l’ultima interpretazione dell’Antigone, per la regia di Emma Dante.

Si vedono due operatori di sanità, un uomo e una donna, che spruzzano un agente chimico dalle loro lance. Camminano lungo le strade deserte. C’è un topo morto. Uno degli operatori vuole lasciarlo lì, a norma del regolamento. L’atro operatore, la donna, vuole chiuderlo in un sacchetto di plastica sterile, e gettarlo nel cassonetto dei rifiuti organici. Ne nasce una lotta, una rissa spaventosa, i due operatori cominciano a spruzzarsi addosso il disinfestante.

[9]

Oggi non si muore più, si scivola nella dissolvenza.

[10]

I tre tragici greci.

I quattro evangelisti.

In questa riduzione ad una manciata degli Autori della tradizione tragica e di quella evangelica si nasconde una spietata operazione di stralcio di altri, forse innumerevoli, autori tragici e evangelici.

Per quanto riguarda i tragici, c’è senz’altro un problema di carenza delle fonti: chi è che ha mai sentito parlare, e non dico che abbia letto, giacché non pervenuto, l’Antigone di Astidamante?

Per gli evangelisti, l’operazione di stralcio risulta documentata nei vangeli c.d. apocrifi.

Alla base di entrambe le operazioni  agisce non solo, come si pensa solitamente, un affinamento in botte del miglior vino o una guerra di sterminio per l’affermazione del canone, ma una limitazione della mente umana nel suo trasmettere la tradizione, un elementare bisogno semplificatorio di gerarchie e formazioni ristrette, bisogno che, nella sistemazione del valore, produce amputazioni di valore gigantesche ma ignote.

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