Materiali di studio – 3. L’errore di Dante

Di questa costa, là dov’ella frange

Più sua rattezza, nacque al mondo un sole

Come fa questo tal volta di Gange

(Paradiso, XI, 49-51)

Nessuna interpretazione di questo celebre passo dantesco sì è basata su un’osservazione panoramica molto semplice. Le considerazioni che seguono, lavorando esclusivamente sull’ermeneutica del testo, intendono dimostrare che l’associazione che Dante fa tra Francesco d’Assisi e il sole non sia frutto di una speculazione metaforica astratta, ma l’effetto, appunto, di un’osservazione panoramica diretta. Questa interpretazione implica che Dante Alighieri abbia visitato Assisi[1]. E presuppone che all’epoca in cui Dante visse (nei decenni a cavallo del 1300 d.c.) gli edifici religiosi fossero già dotati di vetrate, come appare certo, ma soprattutto che vi fossero i vetri alle finestre dei palagi nobiliari e delle torri, ed in particolare che vi fossero nella città di Assisi.[2]

Come è noto, nel Paradiso della Commedia gira una gran luce. Tanta è la tenebra che ristagna nell’Inferno, quanta è la luce che inonda il Paradiso. (Il Purgatorio ha una luce incerta, aurorale o crepuscolare, incostante – e forse è lì che si rispecchia la vita.) Si potrebbe senz’altro affermare che la Commedia di Dante si incardina sull’opposizione tenebra/luce.

Nel canto XI del Paradiso Francesco è associato al sole, e la città che gli dette i natali, Assisi, è associata all’Oriente. La nascita di Francesco è associata al sorgere del sole sul fiume Gange. Perché?

Il tramonto dell’Occidente

Sebbene ciò possa sembrare in aperto contrasto con il suo ruolo originario di padre della letteratura italiana, Dante è il poeta del tramonto, della decadenza, della fine. L’architettura della salvezza della cattedrale dantesca poggia su pilastri di esacerbazione, privata e pubblica. Alle origini della nostra letteratura volgare c’è un poeta disgustato. Disgustato dell’arrivismo degli intellettuali, disgustato della corruzione del clero, disgustato degli intrighi del potere, disgustato delle ruberie e degli affari, disgustato dell’indecenza dei costumi sessuali. Non è necessario addurre prove a ciò, ma, per quello che concerne la presente indagine, vale la pena riportare le terzine che aprono il canto dell’alba del nuovo sole.

Chi dietro a iura, e chi ad aforismi

Sen giva, e chi seguendo sacerdozio,

e chi regnar per forza o per sofismi,

e chi rubare, e chi civil negozio;

chi nel diletto della carne involto

s’affaticava, e chi si dava all’ozio

(Paradiso, XI, 4-9)

L’alba del nuovo sole

Francesco è, per Dante, innanzitutto un riformatore, una speranza. In questo letamaio occiduo, dice Dante, è sorto un sole.

Oggi, a quasi ottocento anni dalla sua morte, associamo Francesco d’Assisi a qualcosa di assai diverso dalla radianza luminosa dell’astro principale del firmamento. Nella stratificazione plurisecolare ma più ancora nella vigenza dei miti d’oggi, e dopo i molti film su di lui e i molti libri, Francesco ci appare oggi come un santo barbone ispirato, un rivoluzionario anoressico, un hippy che ha disertato il consiglio di amministrazione della spa di famiglia[3] e si è ritirato in un casolare in campagna, o è andato a finire in India o in Nepal, un figlio dei fiori vegano e animalista, un guru; non certo un sole che viene a contraddire l’odierno crepuscolo della civiltà. Francesco non è (più) percepito come il capostipite di uno degli ordini più potenti e ramificati della storia della Chiesa, e ben presto degenerato, ma un attivista gandiano nonviolento. Il padre Pietro Bernardone ha ripreso in mano la guida della spa di famiglia, Francesco è un diseredato, una vergogna. In questo senso l’appropriazione del nome di Francesco da parte dell’odierno capo della Chiesa appare un travisamento, se non un’usurpazione. Che cosa direbbe oggi Dante di questa mistificazione?

Il tramonto ad Assisi

Assisi è adagiata a mezza costa ed è esposta ad occidente, all’occaso, e al tramonto, soprattutto d’inverno, i vetri delle finestre delle case e dei palazzi, e le vetrate delle chiese, si accendono. Questa luccicanza è ciò che deve aver colpito lo sguardo di Dante, quando si avvicinava ad Assisi, sia che provenisse da nord, da Perugia, che da sud, dalla valle spoletana.

Dante arriva in prossimità di Assisi al calar del sole. Resta impressionato da questa doppia sorgente di luce: il sole al tramonto, alle sue spalle, e i riflessi abbaglianti dalle finestre di Assisi, davanti a sé. In una canzone dei Pink Floyd, The final cut, si parla di sue soli, che compaiono simultaneamente il primo dallo specchietto retrovisore e il secondo da quello laterale dell’automobile («tow suns in the sunset»). Anche in Dante i soli sono due, anzi sono uno e una miriade di sue rifrazioni, in opposizione. Guardando alle finestre incendiate di Assisi Dante pensa al miracolo di un alba che sorge al tramonto e cerca un’immagine.

Geografie

Ho parlato con Marica Spina al telefono. Marica vive a Spoleto, è un’insegnante di liceo in pensione. Continua a studiare, anche Dante. Le chiedo se a sua conoscenza Dante abbia mai visitato Assisi. Mi risponde che la presenza di Dante a Perugia è quasi documentata. E aggiunge che se Dante è arrivato a Perugia, sarebbe strano che non sia andato ad Assisi. Mi consiglia di consultare l’Enciclopedia Dantesca. E tra gli studiosi di Dante più accreditati oggi in Italia mi fa il nome di Enrico Malato. Un mio anziano zio lo conosce, magari posso arrivarci.

Le dico della mia ipotesi: Dante ha visto la luccicanza delle finestre di Assisi al tramonto e ha pensato al sole che sorge sul Gange, che si rifrange in una vasta luccicanza distesa sulle acque placide del fiume.

Marica mi dice che Dante potrebbe aver visto Assisi da Perugia, da Porta Sole. Le dico che ho la prova che Dante sia stato fisicamente sotto Assisi:

[…] e di rietro le piange

per grave giogo Nocera con Gualdo

L’interpretazione politica oggi è minoritaria. La maggioranza degli interpreti propende per una lettura geografica. Nocera e Gualdo sono dietro al Subasio solo se il Subasio, ed Assisi che giace alle sue pendici, si osservavo dalla pianura sottostante. Se Assisi la si guarda da Perugia, Nocera e Gualdo sono a lato, ad est, non dietro.

Dante, questo possiamo dirlo, è sempre molto preciso nel dettaglio geografico. Possiamo fare affidamento su questo. Dante è stato ad Assisi. Non si è fermato a Perugia, ha ragione Marica Spina.

I fiumi

Perché questo abbondare di fiumi, tre, in questo passo dantesco? Anzi, cinque fiumi nel solo canto XI, se si considera anche il passo ai successivi versi 106-107, in cui Dante ricorda le stimmate ricevute da Francesco «sulla cima aspra e rocciosa della Verna, che si erge sopra Bibbiena, tra l’alta valle dell’Arno e la valle tiberina»[4], quando cioè nel crudo sasso intra Tevero e Arno // da Cristo prese l’ultimo sigillo.

La giustapposizione, a distanza di soli sette versi, di due corsi d’acqua minori, quali sono il Topino e il Chiascio da un lato, e il Gange dall’altro, un fiume immenso, il quarantesimo per lunghezza sul nostro pianeta, appare spropositata e francamente dissonante quando non iperbolica, al limite quasi comica, se non intervenissero prontamente i commentatori a dire che quella che Dante usa è una perifrasi per significare l’equinozio di primavera, il solo momento dell’anno nel quale il sole sorge esattamente da est (dove trovasi il fiume Gange), e che in definitiva Dante vuol dire che «ad Assisi è nato il nuovo sole dell’umanità»[5], usando, contrariamente al suo solito, un’immagine avulsa dal contesto geografico specifico.

L’interpretazione canonica di questo passo ha qualcosa che non mi convince. Dante, come osserva Borges nel prologo ai sui Saggi danteschi (Jorge Luis Borges, Saggi danteschi, in Tutte le opere, Mondadori, collana Meridiani Collezione, Volume secondo, p. 1264), non usa iperboli. La topografia dell’Inferno e delle altre cantiche è «severa» e lontana dalla «vaga sublimità» e dalle «magnifiche generalità». Stando all’interpretazione dominante, Dante avrebbe derogato qui al suo abituale metodo antiperbolico, e lo avrebbe fatto in un passo dove il contesto geografico è minuziosamente circostanziato e identificato. La precisione di Dante non è un «artificio retorico», prosegue Borges nel citato prologo, ma è «un’affermazione dell’onestà e della pienezza con cui ogni incidente del poema è stato immaginato». A differenza di Petrarca e Góngora, che procedono per iperboli, e per i quali «ogni capello è oro e ogni acqua è cristallo» a tal punto che «questo meccanico e grossolano alfabeto di simboli svigorisce il vigore delle parole e sembra fondato sull’indifferenza dell’osservazione imperfetta […] Dante si vieta questo errore; nel suo libro non c’è una parola priva di giustificazione».

L’interpretazione canonica ovvero l’equazione Francesco : Sole = Assisi : Oriente si fonda sull’«indifferenza dell’osservazione imperfetta». Presuppone un’operazione a tavolino, aliena dal procedimento poetico dantesco. L’errore non è di Dante, ma dei suoi interpreti.

Facciamo una diversa, opposta ipotesi. Che Dante, mentre si avvicinava ad Assisi percorrendo all’alba la valle umbra, abbia assistito al sorgere del sole esattamente da dietro il monte Subasio la mattina di un equinozio di primavera? E che sia rimasto impressionato da un simile spettacolo, simile al diadema sulla fronte di un re avvolto in uno scuro mantello?

Questa ipotesi à da scartare per due motivi. Innanzitutto, se così fosse, Dante avrebbe impiegato un’immagine diversa, giocando, è solo una congettura tra le molte che possano farsi, sul contrasto tra lo splendore del disco che spunta da dietro il crinale del monte Subasio e l’oscurità che, all’alba, ristagna ancora sulla cittadina adagiata alle sue pendici. In secondo luogo, l’ipotesi è da scartare perché il sole che sorge da dietro il Subasio, da est, contrasta con l’immagine precedente che vede relegate in un retro derelitto, e non certo ridente di luce, Nocera e Gualdo, dalla cui parte invece verrebbe a levarsi il sole, cioè Francesco.

Dante non è arrivato ad Assisi all’alba.

Non resta che tornare all’ipotesi tramonto. Possiamo ipotizzare che in quel tramonto luminoso e riverberante Dante, attraversando il modestissimo fiume Chiascio in un punto qualsiasi tra Pianello, contrada del territorio di Assisi, e Bastia Umbra, abbia dapprima notato il riverbero della luce del sole sulle acque del fiume, la luccicanza sulle acque, e poi, avvicinandosi alla cittadina di Assisi, sia rimasto folgorato da questo fenomeno abbastanza impressionante, che abbiamo descritto sopra, della luccicanza dei vetri di Assisi. Dante si trova dinnanzi a due riverberi, uno prossimo, l’altro in lontananza. A questo punto non è infondato ipotizzare che abbia pensato ad Assisi come ad un altro, più splendente fiume, inondato dalla luce del sole. Quale fiume se non il Gange?

Il Gange sta ad oriente, come ad oriente è posto Assisi in perfetta opposizione all’occidente dove tramonta il sole.

Un’etica dell’estetica

Dante non butta lì un’immagine a caso, per quanto bella essa sia. Credo che in Dante ci sia un freno, che è anche una forza. Il freno è il radicamento dell’immagine nell’esperienza. Dante non usa immagini che non siano sotto il suo diretto controllo empirico. Se c’è una cosa che si può dire di Dante è che, pur essendo un grande letterato, non si fida della letteratura. Toglierei il pur. Dante non è Petrarca, insomma.

Che c’entra dunque il Gange con Assisi?

Possiamo risparmiarci fiumi di inchiostro versati su questa immagine dantesca, che farebbe di Assisi una sorta di Mecca della rinata cristianità. Un Oriente da cui risorgere.

Non dico che il concetto sia sbagliato, dico però che Dante arriva normalmente al concetto attraverso un’immagine cui l’esperienza diretta o un suo valido surrogato annetta il suggello della incontrovertibilità.

L’autocensura

Dante non può esplicitare però l’immagine. Un sole che sorge al tramonto è un’immagine debole, vicaria, riflessa. La luce che promana da Francesco è invece radiante, originaria, primigenia, rinnovellatrice. Dante secreta l’immagine. E ne rimuove l’origine paradossalmente vespertina, occidua.

Ma il rimosso, come ben si sa, ritorna. E ritorna nel canto successivo, il canto XII, quello in cui si ribaltano le posizioni, e un francescano, Bonaventura da Bagnoregio, tesse le lodi di San Domenico e dell’ordine da lui creato, lamentando la decadenza dell’ordine creato da Francesco.

All’inizio di questo successivo canto (7-10) Dante dice che il suono della voce dei beati, che ruotano in doppia corona, supera di tanto quello delle nostre Muse e delle nostre Sirene di quanto la luce diretta supera la luce riflessa.[6]

canto che tanto vince nostre muse

nostre serene in quelle dolci tube

quanto primo splendor quel ch’ e’ refuse.

La mente del poeta sta ancora lavorando sul primo splendore (il raggio che si muove da una sorgente luminosa) e sul raggio derivato da quel primo, riflesso (refuse = riflette)[7]. Sta ancora elaborando la luccicanza di Assisi?

Ma vi è di più. Se nel canto precedente vi era l’alba (dell’umanità?), in questo XII vi è il tramonto. Specularità e simmetrie dantesche? Certo, come nella visione di Assisi.

Per descrivere il luogo natale di san Domenico, nella penisola iberica, nella vecchia Castiglia, Dante dice (49-51) laggiù, a non grande distanza dal litorale Atlantico, dietro le cui onde, tal volta, nel solstizio d’estate, si nasconde tramontando il sole, quasi affaticato per la lunga foga del suo corso diurno.

Non molto lungi al percuoter dell’onde

Dietro alle quali, per lunga foga,

lo sol tal volta ad ogni uom si nasconde

Quindi nel canto successivo all’alba sul Gange Dante, come Pollicino, sparge delle molliche, sparge un riflesso e un tramonto. Proprio ciò che aveva visto ad Assisi. E sparge anche un altro fiume. Al verso 99 troviamo ancora un’immagine fluviale, «quasi torrente ch’alta vena preme», immagine che, seppure impiegata ad altro effetto, totalizza la presenza delle acque fluviali in questi due canti ad un punto tale che ci induce a pensare, come abbiamo fatto, che vi sia alla base una visione unitaria.

Il cantico di frate sole

È certo, benché nei principali commentarii non lo si dica, che Dante, nell’associare Francesco d’Assisi al sole abbia avuto in mente l’incipit del cantico delle creature, la celebre lauda alle origini della nostra letteratura volgare.

Messer lo frate sole è la prima delle creazioni dell’altissimo onnipotente e bon signore ad essere lodata da Francesco poeta.

Quando si era messo in cammino verso Assisi, Dante aveva in mente questa cosa. E quale deve essere stata la meraviglia nel constatare, in vista di Assisi, che messer lo frate sole lo stava circondando, gli risplendeva dalle acque del torrente Chiascio, gli dardeggiava alle spalle, gli risplendeva sui vetri delle finestre di Assisi, ad oriente. Nel tramonto c’è un’alba.

___________________________

Note

[1] Non esistono, allo stato degli atti, prove certe di una visita di Dante Alighieri ad Assisi. Il ritratto di Dante che si troverebbe in uno degli affreschi della Basilica inferiore di Assisi, raffigurante un miracolo di san Francesco e univocamente attribuito allo stesso Giotto, vale come indizio della presenza del poeta ad Assisi, non come prova certa: Giotto potrebbe aver utilizzato schizzi preparatori della figura di Dante, eseguiti altrove alla presenza del poeta stesso. D’altra parte è pur vero che, non trattandosi di un ritratto ufficiale, ma di un ritratto libero, sulla cui attribuzione non vi è unanimità degli studiosi, ben potrebbe Giotto aver lavorato a mano libera o a memoria.

[2] Circa la diffusione delle vetrate negli edifici religiosi (non solo chiese, ma anche conventi e monasteri), a partire dall’alto medioevo, vi sono studi affidabili (Francesca Dell’Acqua, Illuminando colorat. La vetrata tra l’età tardo-imperiale e l’alto medioevo: le fonti, l’archeologia, Spoleto, Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 2003; Enrico Castelnuovo, Vetrate medievali. Officine, tecniche, maestri, Torino, 1994). Per quanto concerne invece l’impiego del vetro alle finestre degli edifici non religiosi, occorre distinguere tra gli edifici militari e quelli del potere civile da un lato, e gli edifici di civile abitazione. Non è improbabile che gli edifici del potere civile si fossero dotati di vetri ai piani alti, se non altro per competere in splendore con la magnificenza delle vetrate religiose. La tecnologia non difettava. Torri civiche, edifici pubblici, che erano quelli che occupavano lo sky line, avevano vetri alle finestre alla fine del XIV secolo, quando Dante Alighieri fa presumibilmente visita ad Assisi. Quanto agli edifici di civile abitazione, bisogna sottodistinguere tra quelli delle famiglie gentilizie, normalmente a tre o più piani e quelle del popolo, a un solo piano rialzato. Le finestre ai pian bassi erano poco più che stretti pertugi o feritoie o bocche di lupo, con una «luce» aperta lo stretto indispensabile per arieggiare. Le esigenze di protezione facevano premio su quelle della salubrità degli ambienti e della loro luminosità diurna. Diverso è il discorso per i piani nobili dei palagi gentilizi. Qui valgono le medesime considerazioni che fanno propendere per l’utilizzo del vetro alle finestre dei piani secondo e terzo. I palazzi gentilizi vanno a comporre lo sky line assieme alle chiese, alle torri campanarie, alle torri civiche e ai pubblici edifici (e alle fortificazioni militari). Se prendiamo in esame Le Storie di San Francesco, il ciclo degli affreschi di Giotto nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, notiamo che gli edifici civili non hanno quasi mai imposte di legno alle finestre, siano esse a campata unica o a bifora. Si dirà che le protezioni di legno di giorno venivano rimosse e rimesse la sera e Giotto dipinge sempre scene diurne. Potrebbe essere, ma un’assenza così massiva delle imposte fa propendere per l’ipotesi dei vetri. Giotto, come Dante, non trascura il minimo dettaglio. Quando vuole mettere le inferriate alle finestre lo fa, come per esempio nell’affresco Apparizione di san Francesco su un carro di fuoco. Se non mette mai le imposte di legno una ragione ci sarà. Se non possiamo trarre da Giotto una prova certa dell’esistenza del vetro alle finestre di Assisi e delle altre cittadine rappresentate, possiamo però con certezza affermare: 1. Giotto ritrae l’aspetto urbano come era al tempo in cui dipingeva (e cioè al tempo di Dante) e non come doveva essere cento anni prima, quando era vissuto San Francesco: 2. Giotto fotografa una città meno barricata e asserragliata di quanto nel nostro immaginario non vorremmo che fosse la città medievale. Una città matura per i vetri alle finestre.

Sebbene nella Commedia non vi siano occorrenze esplicite che parlino di vetri alle finestre, Dante parla in varie occasioni di vetro e vetri. Ecco le ricorrenze:

«S’i’ fossi di piombato vetro» (Inf., XX, 25). Sta per specchio.

«e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d’acqua sembiante» (Inf., XXXII, 23-24)

«e trasparien come festuca in vetro» (Inf., XXXIV, 12)

«Si` com’fui dentro, in un bogliente vetro

gittato mi sarei per rinfrescarmi» (Pur., XXVII, 49-50)

«cosi` come color torna per vetro

lo qual di retro a se’ piombo nasconde» (Par., II, 89-90)

«E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio

li` quasi vetro a lo color ch’el veste» (Par., XX, 79-80)

«e se’ rivolge per veder se ‘l vetro

li dice il vero, e vede ch’el s’accorda

con esso come nota con suo metro» (Par., XXVIII, 7-9)

«E come in vetro, in ambra o in cristallo

raggio resplende si`, che dal venire

a l’esser tutto non e` intervallo» (Par., XXIX, 25-27)

«e gia` mai non si videro in fornace

vetri o metalli si` lucenti e rossi» (Pur., XXIV, 137-138)

«Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

non si` profonde che i fondi sien persi,

tornan d’i nostri visi le postille

debili si`, che perla in bianca fronte

non vien men forte a le nostre pupille» (Par. III, 10-15)

[3] Una suggestione del genere si ritrova in José Saramago, La seconda vita di Francesco d’Assisi.

[4] Natalino Sapegno, Dante Alighieri, La divina commedia, Vol. III, Paradiso, La Nova Italia editrice, p. 151.

[5] Attilio Momigliano, Dante Alighieri, La divina commedia, vol. III, Paradiso, Sansoni editore, 1960, p. 638

[6] Attilio Momigliano, ibidem, p. 647.

[7] Natalino Sapegno, ibidem, 154.

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