Diario dell’Errore. 15

[1]

Putin ha l’espressione seria di un autista di pullman. Gli autisti di pullman, con la loro giacca blu e la loro cravatta sottile, sembrano intellettuali caduti in disgrazia, che invece di fare conferenze e convegni parlottano con gli altri autisti sui piazzali, fumando sigarette.

[2]

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da Facebook.

[3]

Per far capire ad un alieno la differenza tra illusione e realtà gli direi: il disegno delle labbra di una donna = illusione; la ceretta dei baffi = realtà.

[4]

Il capo dei servizi segreti è contento se non è successo niente per tutta la giornata.

[5]

Se Marx avesse dovuto fare la spesa, andare a prendere i figli all’asilo, cucinare, caricare la lavastoviglie (fabbricata da operai sottopagati), andare alla posta, rispondere al citofono ai testimoni di Geova, passare l’aspirapolvere (costruita come sopra), fare la lavatrice (idem come sopra) e stendere i panni, e questo per ogni giorno della settimana, avrebbe avuto il tempo di scrivere Das Kapital senza una serva?

[6]

Mai, in Montale, neanche nell’ultimo Montale, un cenno ad un problema, che so io, di conto corrente.

[7]

Quando si seppe che non vi era più disponibilità di organi da espiantare, un alto prelato, un po’ pelato, sussurrò la soluzione all’orecchio del premier, durante un convegno: si potevano rivedere i limiti di velocità al rialzo, ormai non si moriva quasi più sulle strade.

[8]

Come nei video porno la regola numero uno è che il maschio viene fuori per evidenti esigenze statutarie, cosicché il polluto sia sparso in offertorio all’occhiuto web, così la letteratura ha bisogno di venire fuori, cioè di mostrare al pub(bl)ico l’apice delle meraviglie, la probazione suprema. Vi sono alcuni scrittori, pochi, che non divulgano al pub(bl)ico le proprie meraviglie. Se le tengono per sé. Sono pochi, come pochi sono gli attori porno che, in ultima istanza e contravvenendo alle regole di ingaggio, vengono dentro, in ciò assomigliandosi assai allo spirito più intimo della letteratura.

[9]

3.12.2018

Ero in coda allo sportello del postamat – il bancomat della classe media impoverita. Stavo in verità di lato, e, a parte la signora straniera che stava prelevando, c’ero solo io in attesa. La signora straniera toccava il vetro del postamat con il dito indice della mano destra, a me lo schermo appariva indistinto, grigio, come quello di una tv spenta, sicuramente per l’angolo di incidenza della luce del sole in quel momento. Ho pensato all’inganno che si racchiude nella visione. Ho pensato che i colori non esistono, sono solo radiazioni che colpiscono la nostra retina. Ho pensato che quella signora straniera era un’illusa, che non vedeva la vera natura fraudolenta dello schermo, la vedevo solo io.

Quando la signora straniera ha ripreso dalla bocchetta la sua carta, e se ne è andata alla chetichella, mi sono fatto sotto io e, entrato nel campo visivo dello schermo, il blu e il giallo di Poste Italiane mi davano il benvenuto con colori sfavillanti, come una tersa, luminosa mattina di gennaio. Se fossi Valerio Magrelli, questa annotazione diventerebbe una poesia.

[10]

Eravamo d’accordo sul fatto che il mondo fosse una prigione. Eravamo tutti prigionieri. Tutti sudditi di una legge spietata. Mancava l’ossigeno. E allora ogni comportamento illecito, criminale e deviante veniva ad allargare il perimetro della nostra reclusione, ci forniva almeno la garanzia che non tutto fosse perduto, se ancora qualcuno aveva la forza di infrangere la legge. Sebbene il crimine e la rapina fossero diretti contro di noi, prigionieri della legge, e ci togliessero quel poco che avevamo, le uova, le galline, e ci incendiassero i nostri fienili, accettavamo questa cosa come una speranza che ancora fosse possibile sottrarsi alla rete della legge, vivere da banditi o da vagabondi. Quando questa possibilità fosse stata abolita totalmente, allora sì che sarebbe calata la notte della legge, la prigione sarebbe stata la nostra bara.

[11]

«Devastammo con violenza il giardino del nostro amore.» (Hölderlin, Iperione)

[12]

Quanti dolci sorrisi incassa lo schermo dello smart phone, che non sono concessi a noi che non siamo – ancora – software.

[13]

Onestamente devo ammettere che se fossi una donna mi guarderei bene dal farmi introdurre in mezzo alle gambe quell’arnese di carne turgida, quel budello pieno di sangue. Le femmine sono molto più coraggiose, molto più dissennate di noi maschi.

[14]

1.3.2019

IL CRITERIO DELLA VERGOGNA. Un’opera della quale non sia necessario vergognarsi al cospetto dei propri genitori è un’opera che non vale niente. Si potrebbe stabilire questo criterio di validità dell’opera letteraria e forse dell’opera d’arte in generale: se piace ai genitori dell’autore, significa che fa schifo; se li fa adontare, significa che vale qualcosa. (Oggi i genitori sono i primi supporter dei propri figlioletti che si avventurano nel campo dell’arte, del cinema, del teatro, dei video, così come se si trattasse di tifarli quando giocano a pallone o a tennis…)

Io trovo molto più fertile l’interdetto all’arte posto da uno o da ambo i genitori. «[…] Suo padre aveva incoraggiato le belle arti nel suo distretto natale, ma aveva proibito al figlio, carrément, di essere artista, e gliene dava di santa ragione per qualsiasi disegnino o poesiola che fosse.» (Stanisław Ignacy Witkiewicz , Addio all’autunno, Mondadori, p. 52).

Senza categoria

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: