Civiltà della vergogna e civiltà della colpa

Per comprendere la distinzione tra «civiltà della vergogna» e «civiltà della colpa» ripresa da Dodds nel suo libro sull’irrazionale nel mondo greco antico[1] o, meglio, per capire che cosa possa intendersi per «civiltà della vergogna» atteso che per noi cristiani è fin troppo facile capire cosa sia la colpa, mentre ci risulta più sfuggente afferrare nel suo insieme fondativo il concetto di vergogna, potremmo forse utilmente riferirci al funerale, ai riti funebri, alla liturgia del trapasso.

Nella civiltà della vergogna non ci si vergogna di allestire un suntuoso banchetto funebre per onorare il morto e la sua famiglia. Nel momento in cui si presenta il segno meno, la cultura della vergogna reagisce con un segno più; laddove qualcosa viene sottratto occorre che da un’altra parte ci sia sovrabbondanza. Sarebbe vergognoso celebrare il trapasso di un membro della comunità con una cerimonia misera, anzi ciò equivarrebbe a non celebrare alcunché. La civiltà della vergogna con la pompa e lo sfarzo, si noti il termine pompa, per inciso, sembra voler dire innanzitutto alla comunità: guardate che abbondanza, essa è la misura della potenza e della gloria di chi ci lascia; in secondo luogo con tale apparecchiamento e con tale esibizione di opulenza, la comunità sembra inviare un monito alla morte stessa e sembra dirgli: guarda chi arriva nel tuo tenebroso regno, abbi riguardo di lui.[2]

I funerali della civiltà della colpa sono tutt’altra cosa. La civiltà della colpa reagisce al segno meno con un doppio segno meno. Laddove qualcosa viene sottratto, occorre che pure un’altra cosa venga sottratta. Nell’apparente rispetto del defunto, il silenzio, l’espressione lugubre, il vestire di nero, gli occhiali da sole scuri, lo scarso desinare servono in realtà a placare il senso di colpa della comunità per essere sopravvissuta, per abbandonare il povero morto al suo nero destino. C’è, in questo ripiegamento nella tristezza, un (momentaneo) ritirare le ‘recchie, un (momentaneo) abbassare le creste (financo gli uomini politici si mostrano afflitti ai funerali di stato), un (momentaneo) occultamento degli appetiti vitali. In questa mestizia è come se tra i partecipanti alle esequie si aggirasse la morte in persona la quale, come un trucido caporalaccio, stesse a scrutare chi la prende per il culo, chi non si mostra addolorato e sconsolato, chi pensa di farla franca. Più che per rispetto del morto, nella civiltà della colpa si mostra allora afflizione per paura della morte propria. Nella civiltà della colpa ognuno sta solo di fronte alla morte.

Se la distinzione di cui discorriamo ha un senso, diversa è anche la natura di dio che ciascuna delle due «civiltà» sottende.

Il dio cui giunge il morto nella civiltà della vergogna è un gran signore, un gran visir dell’aldilà, attorniato dal lusso e dallo sfarzo, circondato di giovani e discinte odalische, e di giovani efebi. Presentarsi al cospetto di un tale dio come un miserabile e un pezzente che non ha nulla equivale a farsi prendere subito a calci dai suoi pretoriani prima di arrivare alla sala del trono; se poi il miserabile morto dovesse farcela a raggiungere il trono del sire, Egli lo farebbe scacciare dalla sua presenza con un gesto simile a quando si scaccia una mosca dalla guancia: il miserabile che avesse osato tanto verrebbe preso di peso, fatto a pezzi e gettato in pasto ai cani. Al cospetto di un simile dio si giunge al top delle possibilità, proprie e comunitarie (non c’è ancora una netta distinzione tra individuo e comunità): ecco spiegate l’abbondanza del banchetto, la musica della fanfara e lo sfarzo del cocchio funebre. Il mito di Orfeo, che con la sua musica vince i guardiani inferi, non avrebbe senso in una visione lugubre e privativa dell’aldilà.

Una traccia residuale di questo sfoggio permane nella civiltà della colpa odierna: si tratta delle vetture (che ancora chiamiamo carri) che le agenzie di onoranze e pompe funebri mettono a disposizione per l’ultimo trasporto, Rolls Royce, Mercedes, berline e limousine nelle quali mai prima è salito il 99,9% della popolazione mortuaria. Tracce di civiltà della vergogna possono permanere anche nella civiltà della colpa. La cultura rom conserva, certamente nel rito funebre, tracce della cultura della vergogna. Come le conservano le comunità dominate da organizzazioni criminali: l’area della Magna Grecia in Itala meridionale, con le sue storiche organizzazioni mafiose e camorristiche (l’antropologia culturale parla allo stesso modo di honor-shame culture), ne è un esempio che giunge fino ai nostri colpevolissimi giorni. Quando Papa Francesco scaglia l’anatema verso i parroci che fanno passare le processioni sotto le case dei capi mafia, i mafiosi non riescono a comprendere perché.

Carrozza funebre di Vittorio Casamonica, il boss del clan omonimo, chiamato “Re di Roma”.
Hai conquistato Roma ora conquisterai il paradiso” recitava un manifesto all’entrata della chiesa.

Diverso è invece il dio sotteso alla civiltà della colpa. Qui abbiamo non un sire circondato dai lussi orientali ma un essere arcigno, macilento, ossuto, cadaverico, misantropo, vendicativo. Un essere solitario, senza nessun gusto per i piaceri mondani. Più che a Dante, penso a Ingmar Bergam.

Qui il morto deve fare attenzione, perché ogni minima sbruffonata, ogni minimo accenno ai godimenti terrestri e alla trascorsa felicità farà infuriare il dio degli scheletri. Questo dio dell’astinenza e del digiuno vorrà vedere al suo cospetto solo volti mesti e occhi rivolti verso il basso. Quando si arriva al suo cospetto i morti si fanno piccoli piccoli, pensano che rendendosi invisibili il dio della tremenda maestà non li veda e li lasci passare senza bastonarli. Ma questo trucchetto, va detto, è quello che maggiormente fa imbestialire il dio delle livide dimore, il quale sospetta (Lui è il Sospettoso numero uno) che quel farsi piccoli piccoli sia solo una finta diabolica per occultare la forza e la potenza vitale che si vuole contrabbandare nella sua valle stigia. E allora Ade, il dio bastonatore, si accanisce ancora di più sui morti che si fanno piccoli, perché Lui non vuole essere portato per il culo da nessuno. Qui il cerchio si chiude giacché sembra che abbia alfine ragione la civiltà della vergogna, o, se non ragione, almeno conosca meglio la mente capricciosa e contorta di Ade. Nella civiltà della colpa l’apparenza è sempre sospetta, sia che assuma le vesti dello sfarzo sia che si stracci le vesti, perché la colpa è insita, seppur nascosta, in ogni uomo e il Dio della colpa, che ben lo sa, non ha nemmeno la scelta se scacciare la mosca o lasciarla svolazzare ancora per un po’.


[1] Eric R. Dodds, I greci e l’irrazionale, Rizzoli. Il traduttore italiano sottolinea che più correttamente dovrebbe parlarsi di cultura della vergogna (shame culture) e della colpa (guilt culture), provenendo tale partizione dall’ambito dell’antropologia culturale e dovendosi all’antropologa statunitense Ruth Benedict la prima enunciazione del concetto di shame culture. Per Dodds quella omerica è una tipica civiltà (o cultura) della vergogna.

[2] In questa riflessione ci concentriamo principalmente sul banchetto funebre, ma l’uso risalente, che parte dagli antichi Egizi, di dotare il morto sia di bevande e di viveri, sia di gioielli e cose di valore, ma anche di unguenti e profumi, va nella direzione qui suggerita. Finora gli antropologi e gli storici (vedi per tutti Erwin Panofsky, La scultura funeraria dall’ Antico Egitto a Bernini, Einaudi) hanno puntato più sull’utilitas di queste dotazioni per sostenere il morto nel suo viaggio nell’aldilà, ma questo vale per i viveri, meno per i gioielli e gli unguenti. Qui si prova invece a sostenere che le dotazioni funerarie fossero finalizzate a fare bella figura al cospetto di Ade, del re della notte eterna.

Immagine di copertina:
Banchetto funebre. Particolare. Tomba dei Leopardi, circa 480 a.C. Necropoli di Monterozzi, Tarquinia.

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