Diario dell’Errore. 16

[1]

R. (quasi sette anni) ha detto: – Comunque dio più che famoso è antipatico.

[2]

In certe persone, colleghi di lavoro, per esempio, o soci del medesimo club sportivo, tra cui a pensarci bene non sarebbe da escludere del tutto che vi sia una relazione, si può riscontrare un’ostentazione di distacco; e la fretta che mostrano nel separarsi indifferenti e salire ciascuno sulla propria auto, dando l’impressione che ciascuno sia già proteso verso altre mete proprie, è, con ogni probabilità, direttamente proporzionale (la fretta) e inversamente proporzionale (l’indifferenza) alla smania di arrivare nel luogo convenuto e ivi stritolarsi di abbracci e divorarsi di baci.

[3]

Il cellulare qualche volta fa un suono cupo che assomiglia al lamentoso tubare dei piccioni, ma più breve e secco.

[4]

Ci sono donne che se non fossero brutte sarebbero delle grandi fiche. Cioè hanno qualcosa che potrebbe renderle bellissime, ma c’è qualcosa d’altro, qualcosa di più impositivo, di più caparbiamente auto-evidente, che rovina tutto.

[5]

Leggo pagine meravigliose di scrittori che mi farebbe schifo sedermici insieme a tavola, gli scrittori geniali hanno il fiato puzzolente, le caccole secche che pendono dalla narice come stalattiti, i peli e il cerume nelle orecchie e un sentore generale di reminescenza fecale. Non parlo delle scrittrici, sarei accusato di sessismo. Anzi, posso parlarne in buona coscienza, perché penso che Emily Dickinson sia uno dei più grandi poeti della storia umana, e penso che nel novecento abbiano giganteggiato figure come Etty Hillesum, Simone Weil, Edith Stein, Iréne Némirovsky, e forse abbiano giganteggiato ancor più – sebbene meno famose – di Marguerite Yourcenar o Simona Del Belvedere, altri due grandi scrittori, e penso che come donne mi avrebbero ripugnato alquanto, sebbene Etty e Iréne e Simona fossero anche un po’ mignottelle (mi astengo su Marguerite) e quindi c’è da supporre che a qualcuno saranno piaciute (Simona quasi sicuramente, sebbene a fasi alterne, a Gianpaolo) e comunque Emily, Etty, Simone, Edith e Iréne avevano tutte, minimo, l’acetone come i bambini, e avevano le ascelle poco fresche. Dio o lo Spirito Santo è ciò che ci consente di superare questa barriera dell’individuazione spiacevole, e di garantirmi uno spazio bonificato e disinfestato dove si dissolvono le tracce e l’untume dello scrittore e della scrittrice in corpore vili e si libra nel firmamento la stella di Tolstoj fiato puzzolente, di Dante cerume alle orecchie, di Dostoevskij sentore di scoregge, di Emily mani sudaticcie. Dio, o, per meglio precisare, il Libro e la Poesia, altro non è che un patto e uno spazio metafisico di incontro tra ciò che, senza di esso, non si incontrerebbe. Etty, Edith e Iréne le incontriamo poi dove non c’è più neppure una saponetta per lavarsi né una goccia di profumo da mettersi sotto le ascelle, ma questo dopo, quando fu tolta loro la toilette e dato in cambio un posto nella gloria eterna dello spirito purissimo.

Parigi, Pantheon, non solo statue e urne, ma anche libri: Iréne Némirovsky, Suite française, foto ©erroredikafka.blog

[6]

Per Heidegger nasciamo già pronti-per-la-bara.

[7]

Gli capitava sempre più spesso di pensare all’indifferenza minerale dell’universo, al succedersi immemore del buio e della luce sulla terra – fenomeno che gli uomini, nonostante Keplero, continuano a considerare un atto di volontà del sole – e sempre più spesso la vita sulla terra gli appariva un accadimento marginale e transitorio ma soprattutto un accadimento succedano. Peggio, la vita biologica sulla terra gli appariva un’illusione, un’astuzia della materia minerale per potersi rimirare nella propria sovrana indifferenza, un inganno della materia che partorisce da se stessa, come Zeus dalla sua testa, l’uomo, non un dio ma il suo braccio meccanico e noetico, impasto materiale implementato di intelligenza artificiale e a causa di ciò presuntuoso e vanaglorioso. Nell’avvicendarsi dei giorni torridi e delle notti arroventate egli trovava una conferma a questa sua percezione, che vacillava solo poco prima dell’alba, con quella lieve frescura che annuncia il nuovo giorno e l’aurora, e per un attimo non gli pareva possibile che quella brezza divina, quel sollievo che allentava la morsa potesse far parte anch’esso del programma infernale della cieca materia, che fosse allora il segno e l’inizio di un principio di compassione nel cosmo, ma questa percezione durava pochi istanti, la frescura mattutina gli portava finalmente la dolcezza di un sonno sì, ma che durava poco e quando si ridestava la luce arroventava già la stanza come un forno, segno, questo sì, incontrovertibile che il programma minerale continuava ad auto-eseguire se stesso.

[8]

26.2.2019

Hitler mentre dorme.

«Sveglia, tesoruccio», disse la Ferocia. «Ché sennò mi addormento anche io. E poi questi serpenti e queste iene che ti stanno attorno chi li tiene a bada? Sì, d’accordo, das Deutsche Volk è la tua balia, ti canta la ninna nanna e tiene lontane le streghe e le tetre fattucchiere, ma tu, amore, svegliati che sennò ti sbranano.»

[9]

Campagna elettorale 2019

L’anziano compagno, professore in pensione, fa l’indifferente quando lo invitano a parlare, sembra che quasi non gliene freghi un cazzo di essere lì, ma soprattutto che non sia lì la sede della sua più intima felicità, parlare in pubblico ed essere religiosamente ascoltato. E invece, ovviamente, eccome se gliene frega di essere lì, come pregusta con lentezza, senza fretta, il suo intervento, concedendosi anche qualche titubanza nell’incedere verso il podio, le mani inserite nella sua giacca di tweed, una certa degnazione circonfonde il suo avvicinarsi al microfono, come a dire d’accordo parlo perché siete voi a chiedermelo, io ho una lunghissima attività di oratore alle spalle e potrei anche tacere e manderei volentieri avanti voi giovani, quando è piazzato al microfono esordisce con un tono sotto, in modalità anti-tronfia, discorsiva, sembra avere nella mente un pensiero dell’altrove, ma invece è lì tutta la sua vita e il suo più intimo godimento.

La condizione umana
foto © erroredikafka.blog

[10]

Usciva con la macchina a tarda notte, percorreva una strada tortuosa piena di tornanti a salire e poi finalmente usciva sull’altopiano deserto, talvolta buio talvolta rischiarato dal lucore della luna. Non era mai completamente buio, il riverbero della città là basso, in fondo al rettifilo, non concedeva mai l’assoluta oscurità. E così spegneva i fari e procedeva nella notte, e quando giungeva al centro del pianoro, al centro del nulla, sempreché il nulla abbia un centro, allora, nel silenzio assoluto, suonava il clacson a perdifiato. Lo aveva fatto una prima volta una notte con un amico, avevano fumato e bevuto, c’erano state circostanze sentimentali catastrofiche che avevano presieduto a quel gesto insensato, poi quelle circostanze erano regredite nell’oblio, quell’amico era anche lui regredito da qualche parte, e lui aveva continuato quel rito notturno da solo, ma lucido, sobrio, dopo aver studiato, prima di andare a dormire.

[11]

R. (quasi sette anni), ancora lui, a colazione, mentre è accesa la radio su Pagina 3: – Il governo ha sempre un po’ da parlare, vero?

[12]

I canti religiosi («Mira il tuo popolo, oh Bella Signora…», «È la Pasqua / del Signore / Alleluja, alleluja!..) cantati a parodia, allungando le vocali fino al tracollo melodico, nelle feste comandate quando, post prandium, si era già tutti abbastanza alticci facevano arrabbiare i morti, le nonne devote, erano il nostro inconfessabile rito di appartenenza ad una comunità più scaltra, più scafata, più sensata, più provvida, più smaliziata, più sagace, più ironica, più arguta, meno chiesastica, meno sanfedista, più burlona, più heideggeriana di quella delle defunte nonne, una comunità più disgregata certo, ma meno coercitiva, dove tutti eravamo soli, alzavamo i calici cantando le parodie della chiesa in una devozione tardiva, certamente beffarda ma non blasfema, e così facendo brindavamo inconsapevoli alla morte di dio, alla nostra condizione liberata, alla solitudine dell’essere gettati nel mondo, al nostro essere-per-la-morte.

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