Società della goduria e depressione

Tutta questa immane goduria, tutto il tripudio tecnologico che ci consente alfine di vivere il sogno che l’umanità ha sognato dalle palafitte e dalla caverne, tutto il benessere delle nostre società affluenti se non opulente, l’accesso alla rete globale, le infinite opportunità odierne, e future, i voli low cost, le terapie laser, tutta questa immane, inedita felicità genera un’esclusione, anzi ne genera due.

Questa immane goduria estromette violentemente dal banchetto i depressi, i quali, al cospetto di cotanta felicità e di cotanto fasto e di cotanto giubilo, si sentono ancor più falliti e più inutili e perciò ancor più meritevoli della propria disperata condizione. Più aumentano le promesse di felicità e di benessere, più si squarcia l’abisso della disperazione dei falliti.

La depressione è un’epidemia di questo nostro tempo non perché essa non sia esistita anche in passato, ma perché in passato la felicità era merce rara e il depresso non si sentiva così tanto una merda a restare la sera in silenzio accanto al focolare mentre la nonna faceva i lavori a maglia e gli uomini giocavano a briscola. Aleggiava un’aria di depressione generale, e nessuno aveva l’arroganza di puntare l’indice verso il depresso.

Ma – ed eccoci alla seconda esclusione – più aumentano le promesse di benessere e più si relegano in un aldilà irrilevante i morti, che non possono condividere tutto questo darsi da fare per massimizzare le occasioni di felicità, per farsi ciascuno una bella abbuffata di benessere. E così neppure i morti tornano più, non vengono più a farci visita, perché nessuno ha più tempo per loro, per la loro trasognata lentezza, per la loro inutile giagulatoria, non stiamo più le sere davanti al focolare, non facciamo più l’uncinetto, non giochiamo più a carte e i morti non restano più con noi, si vanno ad impiccare in garage.

I morti allora provano a venire a farci visita nel sogno. Ma data l’enorme eccitazione che ci dà la continua, incessante, insonne promessa di felicità andiamo a dormire tardissimo e per prendere sonno mettiamo sotto la lingua una pastiglia, e la pastiglia ci induce un sonno neutro, senza sogni, e i morti restano fuori dal sogno, come un innamorato resta fuori dalla porta serrata.

*

Quelli che dovevano essere i mezzi e gli strumenti di distruzione della solitudine umana, i mezzi di comunicazione ovvero i vettori della goduria e della jouissance, dal telefono alla tv ai social, si sono invece rivelati i produttori della più immane solitudine che l’umanità abbia vissuto e sperimentato nella sua oramai non brevissima parabola.

Io questa cosa l’ho capita ma forse dovrei dire che l’ho vissuta quando ero ancora bambino, quando tutta la mia numerosa famiglia era inchiodata dopo cena davanti a «Portobello», che pure, se paragonato all’intrattenimento che di là a poco sarebbe venuto, era un programma più che lodevole, a ripensarci. Volevo parlare con qualcuno della mia numerosa famiglia, ma tutti loro erano come rapiti, come drogati, come trasportati o teletrasportati altrove, non stavano lì, lì c’erano solo i loro corpi, a me veniva sonno e una non ancora identificata noia o malinconia, me ne andavo a letto da solo prima di tutti.

Ora che sono diventato vecchio mi rendo conto che il male che mi ha fatto la televisione e che mi ha fatto l’innocuo Enzo Tortora non solo ha radicalizzato il mio odio ma lo ha deviato verso l’obiettivo sbagliato. Invece di solidarizzare con coloro, e sono ancora molti, che guardano la televisione e vanno sui social e poi magari leggono anche un libro, ho eletto loro a mie nemici irriducibili. Mentre le folle e le plebi drogate di visioni non mi interessano e non sono degne del mio disprezzo, anzi costituiscono un interessante terreno antropologico sul quale eseguo i miei esercizi di stile orientati alla catastrofe, i pochi che ancora un po’ leggono sono i veri destinatari del mio odio puro, perché essi sono i traditori, gli apostati, sono coloro che hanno scelto la via mediana, coloro che, pur potendo, non hanno voluto abbracciare la fede fino in fondo, mi hanno lasciato andare a letto da solo, senza letture, senza preghiere.

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