Diario dell’Errore. 18

[1]

Non possiedo la curiosità né la malizia di sapere se quei due giovanissimi innamorati o amanti abbiano di recente copulato e se si accingano di nuovo a farlo e tra quanto.

Stanno avvinghiati su un divano a bordo vasca, in costume da bagno, lei è molto graziosa, capelli chiari, orecchini d’oro che risplendono al sole, nails gialle finte. Lui ha l’apparenza di un giovane atleta, magro, sembra un magrebino. Lei non avrà venti anni, forse ha da poco compiuto i diciotto, è quella tipica bellezza scissa tra i fini tratti del viso e una zona-vita non snella, sebbene il ventre sia piatto. Me la figuro tra cinque, dieci anni con un incipiente lievissimo doppio mento. Al momento è un fiore. Per me gli amanti, e in special modo gli amanti giovani, non copulano, non ne hanno bisogno. Non c’è un’ora del giorno o una della notte in cui lo fanno. Si amano ininterrottamente, si stuzzicano, si eccitano ad ogni momento, non si saziano mai.

 [2]

Lo sguardo mobile e gli occhi saltellanti di X, come se quando arriva in un posto fosse accompagnato da una comitiva invisibile, cui X fa cenni di intesa, cenni che poi, ma per effetto secondario, si propagano anche agli astanti reali già presenti. Quando X entra in un posto è come se già sapesse tutto, come se si fosse fatto precedere da un suo fidato uomo – anch’egli invisibile – che lo abbia previamente informato di tutto, soprattutto delle cose futili e scherzose, e massimamente dei pettegolezzi e dei cazzi, argomento e materia quest’ultima sulla quale non troverai mai una volta ignaro X quando fa il suo ingresso molteplice in un posto.

[3]

L’intensiva frequentazione tra le persone, che si ha massimamente in viaggio o in villeggiatura, determina una forma di confidenza e una licenza di farsi scherzi e anche di mandarsi a quel paese più o meno seriamente tale che non può non destare una certa sorpresa e un certo fastidio in chi, pur conoscendo separatamente ambo le persone, non ha preso parte al viaggio o alla villeggiatura e si ritrova suo malgrado ad assistere a quello sbracamento dei modi e a quella rottura delle formalità non più vigenti tra gli ex-sconosciuti.

[4]

Quando il figlio dei mezzadri fu assunto come impiegato in comune tutta la famiglia allargata fece una grande festa. Erano tutti felici, come se quel figlio di contadini avesse vinto il premio Nobel. Erano tutti contenti, e sentendo dal giovane geometra pronunciare espressioni come «ufficio urbanistica» o «piano regolatore» tutti i membri della famiglia allargata pensarono che la felicità fosse quella, ed un loro congiunto l’aveva conquistata, erano davvero tutti fieri e felici.

Quando il figlio dell’impiegato di banca fu assunto in banca al posto del padre che andava in pensione, il padre e la madre del giovane bancario lessero uno sguardo di odio negli occhi del figlio, che sbatté la porta uscendo senza salutarli.

[5]

Quando la salvezza promessa dal negozio con l’insegna FARMACIA non funziona più, quando la speranza e la fiducia nei farmaci si è logorata così tanto come si logora una corda per tanto sfregamento sullo scalmo di ferro, allora la salvezza la si cerca in un altro negozio, si cambia merceologia, si cambia risolutamente strada e ingresso, ci si dirige verso la soluzione infallibile, si arriva come naufraghi all’entrata del negozio con l’insegna FERRAMENTA.

dav

[6]

Arriva in piscina in carrozzella, accompagnata da due persone. Sono il padre e la madre. Ha un costume nero intero, è una donna di quarant’anni, ne dimostra di meno, è bella. Con l’aiuto dei genitori si infila la muta. La sollevano e la mettono seduta a bordo vasca. Poi A. fa tutto da sola. Nuota con molta eleganza. Mia figlia, nove anni da compiere, è in acqua. Non ci sono altre presenze in acqua, è la piscina di un albergo. Fanno le vasche insieme. Non si conoscevano, sono già amiche.

Pensavo avesse la sla. Invece ho poi saputo che è stato un intervento chirurgico sbagliato. Dieci anni fa. Pare stia progressivamente perdendo anche l’uso delle braccia, la sua forza motrice.

Questo ieri. Oggi, verso le diciannove, è tornata in carrozzella, con i genitori. Mia figlia non c’era. Io stavo leggendo Plutarco, la vita di Alessandro. Noto che, quando si toglie la veste, resta in costume. Sempre intero, sempre nero, ma con dei brillantini sul petto. Il sole al tramonto li fa risplendere, ha un bel seno. Si lascia scivolare in acqua dicendo ai genitori che vuole fare una prova. Il padre le fascia un polpaccio con una fascia elastica, nera anch’essa. Fa una vasca a stile libero, elegante, poi torna e dice che non va. Si issa da sola sul bordo, il padre poi la gira. Senza muta sente troppo freddo, se la deve mettere. Ho l’impressione che sia delusa, che fosse fiera di quel costume con i brillantini. La muta è una divisa bellica acquatica, nulla a che fare con la grazia femminile.

Non ha più la sensibilità alle gambe. Parlando con una signora presente in piscina, che conosce, sento che la madre di A. pronuncia la parola «psicologo».

È spiritosa, pronta di battuta, A., è loquace, sveglia, si vede che è una lottatrice. La pelle del volto tradisce una tensione, uno sfinimento, ma il corpo è più giovane per l’età. Le spalle sono piatte, impavide.

Entro in acqua, vorrei parlarle e ringraziarla, dirle che mia figlia è stata molto contenta di fare le vasche con lei ieri.

Lei stava per uscire ma cambia idea. Forse è contenta che io sia entrato.

Chissà se ha la sensibilità tra le cosce, se con il bisturi hanno fatto fuori anche la zona erogena. È certamente una donna che può piacere. Quando il padre la girava sul bordo di mattoni, è rimasta aggrappata e si è visto un didietro perfetto, ben tornito. Chissà se ha un uomo, se fa sesso e come. Come dicevo non ho la malizia e la curiosità di immaginare quanto recente sia l’ultima copula di due amanti che vedo avvinghiati. Ma in questo caso è diverso, A. non ha compagnia maschile nei paraggi, la qualcosa mi consente più libere congetture. Se è vero che sta progressivamente perdendo l’uso delle braccia la prospettiva è tremenda. Mentre la guardo nuotare o meglio scivolare sull’acqua mi domando se sarà andata in uno di quei viaggi della speranza a Lourdes. A considerare il tipo, il tatuaggio sulla spalla e il piercing, direi di no. Ma chi lo può sapere?  Ho pensato che potrebbe partecipare alle paraolimpiadi, nuota davvero bene. E ho anche pensato: perché non si fidanza con il nuovo sindaco, che finalmente è un paraplegico? Loro, in un certo senso, sono il futuro. Li ho uniti seduta stante in nozze. Però poi ho pensato che il disabile non vuole essere schiacciato nella sua condizione di disabile. Noi ragioniamo per categorie. Però stamattina ho visto due paraplegici in carrozzella. Lavorano entrambi alle poste, li conosco. Avanzavano nel mattino di luglio in carrozzella allineati, no, uno davanti e l’altra dietro, come se si inseguissero, si parlavano a distanza a voce alta, erano felici.

Il padre sta scambiando due parole con Gianni S. Dice di non saper nuotare, che ha avuto paura dell’acqua da bambino, e non l’ha mai superata. Dice poi che non ce la fa più, che una volta aveva tanta forza, ma ora è stanco.

Gianni S., da vecchio istruttore di nuoto, dà qualche bonario consiglio ad A., ancora in acqua. Le dice di tenere gli occhi aperti e di far uscire l’aria anche dal naso. «Se non tieni gli occhi aperti hai meno equilibrio e poi vai a sbattere, sbatti le corna.» Gianni S. è ineguagliabile nella confidenza che ha con tutti. Mi torna alla mente un racconto, Scuola di nuoto, di una scrittrice inglese di una decina di anni fa, è molto bello, molto ironico e molto delicato.

Poi mi torna in mente quello che mi disse N.: «Le nostre tragedie personali non sono le uniche, anche se sono quelle per cui soffriamo, ci sono altre tragedie e mi raccontò di una bambina ricoverata al Gemelli.»

Mi torna anche in mente quel padre che, ai Canapè, una notte d’estate, portava in braccio la sua figliola di quattro, cinque anni. Era tetraplegica, un vegetale, la portava come un cameriere porta un vassoio tenendolo distanziato dal suo addome.

A. viene in piscina verso le sette, al tramonto, non solo perché fa meno caldo, anzi, non a causa del caldo. Viene alle sette così c’è meno gente. Ma non è solo vergogna. La civetteria di quel costume non si spiegherebbe. È delicatezza, non vuole rovinare la festa del corpo gioioso a nessuno, a cominciare dai bambini e dai giovani. Non vuole esercitare il suo potere monitorio su nessuno. È discreta. Non è in quel senso che vuole essere recepita. Non è in quel senso che brillano al sole calante le sue tette.

Senza categoria

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: