Il corvi di Kafka

Si potrebbe parafrasare, guardando oggi il cielo striato dal passaggio degli aerei, quanto scrive Franz Kafka da qualche parte.

Dice, Franz Kafka, e lo dice con altre parole, e mi scuso di questa approssimazione, ma vado a memoria, dice che i corvi non possono demolire il cielo. Non lo possono demolire proprio in quanto il cielo è assenza di corvi.

Questa osservazione, senza dubbio eterna, può oggi essere trasposta, applicata, per così dire, alle strisce nel cielo, alle scie? Potremmo davvero dire che le scie non demoliscono il cielo, perché il cielo è appunto assenza di scie?

Non saprei, certo è che l’immagine subisce una degradazione ontologica nel passaggio dall’eternità atemporale dei corvi alla contingenza moderna delle scie.

A sistemare le cose ci pensa l’arte contemporanea, questo sistema fraudolento che ricuce ogni lacerazione.

Il cielo striato dalle scie è un’opera d’arte, sub specie installationis.

Che il cielo fosse una tavolozza da disegnare o da incidere lo teorizzarono, un secolo fa, i futuristi. L’esortazione a sparare al chiaro di luna ne fu il logico corollario. Lo scrittore cileno Roberto Bolaño ha narrato le immaginarie imprese di un aviatore-artista-performer, filofascista e, probabilmente, sicario dei colonnelli argentini. Il perfomer compie delle acrobazie aeree, traccia segni nel cielo, un po’ come le feccie tricolori. C’è qualcosa di intrinsecamente fascista nella volontà di colonizzare il cielo. Fino ad ora il fascismo è stato associato al nomos della terra, sangue e zolla. E invece no, dovremmo rivedere le categorie. Mi sto perdendo. Ah sì, l’arte novecentesca. Il cielo striato dalle scie, anzi da una sola scia, non è un’opera di Fontana? I tagli, gli squarci, le fenditure, le lacerazioni, le ferite, le bruciature, le suture non sono segnacoli certi della presenza del contemporaneo?

Può restare il cielo in una condizione non aggiornata, non al passo con i tempi moderni? Finalmente c’è qualcosa che è in grado di demolire il cielo, questo retrogrado fondale inconcusso, che non merita di essere ospitato ed esposto in nessuna biennale. Questo qualcosa è l’arte contemporanea.

Si pensa che le lacerazioni del cosmo siano un’invenzione moderna. C’è chi non a torto sostiene che dopo Hiroshima il cielo è crollato. L’assottigliarsi della stratosfera elargisce insperate prospettive, e ospitalità in biennali, agli artisti più intrepidi ed estremi.

L’arroganza dei moderni non ha limiti. I limiti dei moderni sono arroganti.

Gli antichi sapevano bene che il cielo è un teatro di guerra. L’attributo principe del dio supremo, Zeus, è il fulmine.

E il mito non ci narra forse del carro del dio sole maldestramente condotto da suo figlio privo di patente che sbanda paurosamente ed avvicinandosi troppo al pianeta terra crea i deserti, discostandosene troppo creai i poli con i loro perenni (almeno allora) ghiacciai, crea incendi nei tramonti, macchie solari, immani disastri celesti….?

Il carro del sole era invisibile, noumenico, benché tutte le mattine, all’alba, uscisse dalle buie rimesse della notte trainato da destrieri di fuoco. Gli aeroplani, invece, si vedono; per quanto piccolissimi sono oggetti fenomenici, lassù a 10.000 mt di quota. Di notte sembrano astri, se non avessero quella luce rossa intermittente e se non si muovessero sul posto troppo velocemente. Di notte non si vedono le scie, il cielo è demolito ab imis fundamentis.

Talvolta si sentono passare jet militari, echi di guerra. Si ode il tuono, ma i caccia non si vedono, chissà perché. Per il resto il cielo è placido, ben costrutto, scie a parte.

Se vogliamo davvero figurarci il disastro del cielo dobbiamo chiudere gli occhi sotto il sole e assistere, davanti o dentro o dietro le palpebre, alle rosse esplosioni nucleari che sono all’origine e alla fine del cielo, quegli incendi e quei bagliori di materiale incandescente, quella sì vera demolizione del cielo, come avevano visto, chiudendo gli occhi, gli antichi, sempre più contemporanei di ogni contemporaneo.

Il cielo, assenza di contemporanei.

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