Diario dell’Errore. 19

Le mie commozioni primarie (quali sono le tue, ipotetico lettore?)

  1. La piccola fiammiferaia (Hans Christian Andersen).
  2. Achille che piange in riva al mare e la divina madre Teti che esce dalle acque per consolarlo sulla spiaggia (Omero, Iliade).
  3. Il piccolo David all’entrata della camera a gas (Vasilij Grossman).

La commozione 1: infanzia.

La commozione 2: adolescenza.

La commozione 3: età adulta/vecchiaia.

(Manca la giovinezza. È che la giovinezza si muove, e non si commuove).

Nel 1 e nel 3 spiccano l’assenza della madre e della famiglia. Nel 2 la madre c’è. Ma a ben guardare… non è che un’onda, lo sciabordio della risacca, una voce che parla e si perde nel frangersi dei flutti.

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Il colloquio di Achille con sua madre Teti in riva al mare; il discorso del cavallo Xanto ad Achille, suo padrone; l’ammonimento del fiume Scamandro ad Achille: è evidente che si tratta, in tutti e tre i casi, di monologhi interiori di Achille, ma a quell’epoca l’autocoscienza individuale non si era affacciata ancora all’orizzonte, e l’io non aveva ancora unificato sotto la sua egida le provincie della coscienza, cosicché in essa parlavano, come interlocutori reali, gli dei, i cavalli ed anche i fiumi.

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Storia della letteratura italiana per decadi:

Anni ’60: nel 6 c’è il sesso, in latino sex è 6.

Anni ’70: nel 7 c’è una calibro, c’è una rivoltella, basti pensare al segno fatto con il pollice e l’indice.

Anni ’80: nell’8 c’è l’edonismo, la rotondità, l’assenza di spigoli, l’infinita circolarità del godimento.

Anni ’90: nel 9 c’è un sesso rovesciato, stanco, perverso. E c’è l’AIDS (che comincia già il quell’8).

Anni ‘00: datazione implicita, fine e principio, doppio zero come la farina, inerte frumento in attesa di lievito affinché possa trasformarsi in nutrimento futuro.

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Mi sono spesso chiesto cosa pensino i mafiosi quando alla tv parla un qualche esponente dell’antimafia (magistrati a parte, mi riferisco ad esponenti della c.d. società civile, a don Luigi Ciotti, a Roberto Saviano, ecc.); che cosa pensino i narcotrafficanti quando in tv si parla di narcotraffico; i pedofili quando si parla di pedofilia…

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Potrei sbagliarmi ma vi è una sopravvivenza del privilegio maschile e maritale in quest’epoca di parità tra i sessi: la scelta della parte del letto coniugale. Ancora al giorno d’oggi il marito, l’uomo, il maschio dorme dalla parte più vicina alla porta della camera da letto. Se la porta è equidistante, il maschio dorme a destra. Il privilegio è dato dal fatto che dormire più vicino alla porta è più comodo, il giaciglio si raggiunge meglio e prima. Come ogni privilegio, però, esso non è esente da un ruolo: quello di protezione, sorveglianza e controllo della donna e moglie.  La maggiore vicinanza dell’uomo alla porta lo mette in condizioni di difendere la propria donna da eventuali intrusioni – ladri, malintenzionati, ecc., e, al tempo stesso, di poter sorvegliare meglio la donna nel caso ella voglia uscire dalla stanza. Ma forse mi sbaglio.

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Non è vero che oggi i bambini e i ragazzini o i «giovani», tanto per capirci, abbiano un grado di alfabetizzazione inferiore che in passato. Anzi, l’italiano dei cartoni animati, delle canzoni, l’italiano stesso di Mahmood, con la sua riflessione sulla difficoltà di essere al mondo, soldi, soldi…, l’italiano dei videoclip, degli sketch dei comici su YouTube, per non parlare dell’italiano delle serie TV è non di rado di buon livello, i bambini e i ragazzini sviluppano una buona capacità linguistica. La televisione e ora internet hanno fatto in poche decadi quello che la letteratura non è riuscita a fare, a livello di masse, beninteso, in millenni di sforzi. I bambini e i ragazzini di oggi sono macchine parlanti più efficienti e competenti di quanto non lo fossero una volta. Il problema non è questo, il problema, semmai, è nella durata. Analogamente agli elettrodomestici di nuova generazione, programmati per durare poco, i bambini e i ragazzini di oggi sono macchine parlanti programmate per durare poco, come durano poco i prodotti artistici e letterari che consumano. La letteratura ha generato in passato macchine parlanti durevoli, come le lavatrici e i frigoriferi di una volta, che non tutti però avevano in casa. La letteratura fabbricava quegli elettrodomestici eterni, di acciaio, più perenni del bronzo.

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Bisognerebbe vedere l’anziana che sarà nella bambina di nove anni qui presente, per poter vedere il bambino di nove anni che fu nell’anziano qui presente, che sta seduto a tavola accanto a quella futura vecchia.

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Un’espressione che andrebbe abolita è «Buon tutto». Augurio ricolmo di buone intenzioni generalissime e vuoto di contenuto specifico, è come una cornucopia di plastica. Meglio un piatto di lenticchie, il vecchio «Buona notte», che tra estranei, tra l’altro, si carica di un’intensità notevolissima. Ma nulla al cospetto di un’altra espressione augurale, questa sì meritevole di una sventagliata di mitra: «Buona vita». Quando non si ha il coraggio di dire addio.

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La persona che annuisce mentre l’interlocutore parla esprime un assenso non solo esplicito, ma continuativo. Il discorso dell’interlocutore, per quanto lungo, prolisso e ripetitivo sia è sostenuto e suffragato da quel convinto e rapido su e giù del capo. A prima vista si direbbe che l’annuitore o l’annuitrice (e sull’annuimento delle donne quando parlano gli uomini, e degli uomini quando parlano le donne ci sarebbe da fare tutto un altro ragionamento) sparga impercettibili incensi di adorazione, ma ad un più attento esame si capisce che l’operazione strenua che l’annuitore o l’annuitrice conduce è di supporto e di rassicurazione del discorso palloso, ripetitivo, complicato, oscuro che si trova a dover ascoltare, nonché un invito a sbrigarsi, a concludere, a farla finita. È per questa ragione che le persone che restano impassibili davanti al monologatore provocano uno stupore e forse anche un certo disagio. Quando alla mancanza di meccanica suggiuzione del capo si unisce lo sguardo fisso e glaciale degli occhi il discorso si fa ancora più serio. Quando parlavo a R.B. non solo lui non annuiva, ma mi piantava, mi conficcava i suoi occhi glaciali nei miei. Ho pensato che fosse, la sua, una mossa studiata, d’altra parte in quell’epoca R.B. frequentava ambienti sufi e forse il sufismo insegna a sostenere imperturbati il discorso e lo sguardo altrui. Per molto tempo mi sono riparato nell’idea che quella di R. fosse una posa studiata. E se invece non lo fosse, non lo fosse stata? Avremmo allora uno sguardo attento, una sincera attenzione al nostro discorso, un’attenzione neutra al nostro dire, che non nasconde, dietro la selva degli assensi, un sostanziale, sebbene posteriore, dissenso.

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Prima la ricchezza era in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra, colpevole. Il ricco era uno che aveva accaparrato ingenti ricchezze, poderi, tenute e castelli, a scapito delle moltitudini di miserabili, e se qualche volta accadeva che uno dei miserabili uccidesse un ricco ciò, sebbene nessuno dei poveri osasse contestare la legittimità della terribile punizione, era ritenuto un gesto oscuramente giusto, un atto non esecrabile secondo un metro più sincero. Questa assoluzione venne meno con il marxismo. Potrebbe sembrare paradossale, ma fu proprio la dottrina del socialismo scientifico a condannare in maniera inappellabile il gesto assassino. Con il marxismo la ricchezza non era più una condizione empia, ma l’effetto di un processo impersonale e storico che trascendeva il singolo individuo per rendere semmai responsabile un’intera classe di persone, nella fattispecie la borghesia, la quale però a sua volta aveva patito per secoli sotto il tallone di ferro della nobiltà di spada e di tonaca. Così, con l’avvento del marxismo, uccidere un ricco diventava un atto non solo illecito, come sempre era stato dalla notte dei tempi, ma anche un atto esecrabile agli occhi di tutti i poveri, di tutte le moltitudini di miserabili e di sfruttati, verso i quali il gesto individualistico del singolo, tutt’altro che essere liberatorio e consolatorio, rappresentava un altro smottamento nella palude del non senso della miseria.

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[ottobre 2016]

C’è, tra la folla di questa festa una ragazza che conosco, che ha perso il padre un po’ di tempo fa. Un dottore, fulminato in pochi mesi da un tumore. Sorride, alza il calice, conversa, vorrei dire al padre, che ormai dorme i sonni eterni, tranquillo, continua pure a dormire, non devi risvegliarti, tua figlia è qui, sorride, beve, conversa ed è felice, sembra quasi non ricordarsi di te.

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«C’ha i soldi per fare una guerra» è una locuzione comunemente sentita. «C’ha le palle per fare la pace», mai sentita in giro.

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Non è strano che la camera dei rappresentanti del più antico sistema parlamentare, quello inglese, sia così piccola? I rappresentanti stanno tutti stretti, c’è poco spazio, il banco del governo sta attaccato agli scranni, più che un’aula parlamentare sembra il coro di una chiesa, o una stretta aula universitaria. Gli inglesi sono attaccati alle tradizioni, e all’epoca della magna charta non c’erano i microfoni; gli oratori, fossero i rappresentanti, fosse il primo ministro di Sua Maestà, dovevano farsi sentire senza alzare la voce. Forse è questo il punto: non si alza la voce, il re non sarebbe contento. Nelle chiese i predicatori tuonano e si fanno sentire fino in fondo alle navate, ma qui non si tratta della salvezza dell’anima, ma di una cosa più delicata, si discute di tasse (no taxion without representation).
Però forse non è neppure questo il motivo. Stanno così stretti in modo che il contatto fisico annulli le divisioni, le lacerazioni, gli odi politici, la guerra civile. Sono un corpo unico, un’arnia piccolina. L’ape regina vigila e sorveglia. Se necessario, non ci mette neanche mezzo minuto a far chiudere le porte dai fedeli beefeaters, e ad appiccare il fuoco, se la salvezza della Corona, dell’ape Regina, di tutti gli alveari del regno lo esige.

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