Lazio 4 – Genoa 0

Domenica scorsa mi sono commosso. Mi sono commosso nel luogo forse meno deputato e certamente più inappropriato ai sottili moti dell’animo, uno stadio di calcio, e precisamente lo Stadio Olimpico di Roma. Ma mi sono commosso per l’unica ragione per la quale, venendomi qua incontro lo scrittore Roberto Bolaño, è inutile impedirsi di bagnarsi gli occhi di lacrime, e cioè per i propri figli.[1]

Mio figlio, sette anni, si è appassionato, come molti suoi coetanei di oggi e di ieri, al calcio. È iscritto ai pulcini di una società di calcio e tifa per la Juventus, come il nonno e lo zio materni. Sogna, vagheggia, programma di andare all’Allianz Stadium di Torino. Ha avuto una esaltazione per CR7, presto rientrata. Quando gioca con i suoi pupazzetti o omini sento nominare Dybala, Bernardeschi e ora Higuain, mai Ronaldo. Imperscrutabili vie del gradimento infantile, meno eterodiretto di quanto si sia soliti pensare.

Chi scrive non ama né segue il calcio, guarda qualche partita dei Mondiali ogni quattro anni.

La passione di mio figlio per il calcio non proviene dal padre.

Un vecchio zio, ex giornalista sportivo, mi ha gentilmente procurato due biglietti in tribuna d’onore per una partita della Lazio. Noi siamo in Umbria, e Roma è lo stadio di serie A più vicino e più agevole da raggiungere. Perché proprio la Lazio? Perché, ha detto il vecchio zio, sono partite più tranquille quando gioca con squadre minori. Quelle della Roma sono più incasinate. In primavera abbiamo assistito a Lazio-Parma, 4-1. Mio figlio si è emozionato, certo lo stadio è la cosa più spazialmente grandiosa in cui si possa accedere. Al primo goal della Lazio, al primo boato che si è levato dalla curva si è spaventato per l’onda sonora; nel prosieguo ho notato che si portava le mani a tappo sulle orecchie ogniqualvolta un’azione si faceva pericolosa.

Domenica scorsa, 29 settembre, era la seconda volta. Lazio-Genoa. Noto che mio figlio mi chiede se so fischiare. E noto che questa volta ripete gli slogan della curva laziale. Questa volta siamo in Tribuna Tevere, lato curva laziale, appunto. Siamo circondati da tifosi laziali, certo meno scalmanati di quelli della curva, più seri, concentrati, preoccupati, forse. Siamo attorniati da magliette bianco-celesti, da sciarpe ugualmente bianco-celesti, ci sono anche bambini e bambine, ragazzine con il piercing, una con la bretella della salopette calata, giovani donne, ormai il calcio è un fenomeno transgender, diciamo così. Nessun segno della mala fama cui l’immaginario associa la tifoseria laziale.

Entrando allo stadio, ai varchi, mio figlio ha dichiarato che tifava la Lazio. Non l’ho preso sul serio, anche perché lui è juventino. Io stesso, estraneo come sono al calcio, ho difficoltà a concepire che si possa tifare per due squadre contemporaneamente. La fede è una.

– E tu, mi ha chiesto?

– Io non tifo, che vinca il migliore.

La Lazio va in rete dopo pochi minuti dal fischio d’inizio; lo stadio esplode; attorno a noi tutti all’istante in piedi; mio figlio eccolo tapparsi le orecchie.

Non passano neanche quindici minuti che la Lazio scatta in contropiede e raddoppia. Solo che, dopo il boato e il tutti-in-piedi (mio figlio non si è tappato le orecchie), avviene una cosa strana. La palla non viene riposizionata, come di consueto, sul dischetto a metà campo, e si vede l’arbitro, o meglio il giallo fluo della maglietta arbitrale, confabulare con il giallo fluo della maglietta di uno dei due guardalinee. Poi il giallo fluo arbitrale esce dal rettangolo verde a va a consultare l’oracolo, il VAR. A questo punto sale rapidamente e si installa un fischio assordante. Sembra che un aereo immenso sia fermo da qualche parte in attesa del rullaggio. Dico a mio figlio che forse era fuori-gioco, sebbene io non me ne sia accorto, e neppure lui. Al fischio assordante, che non accenna a calare, si assommano ora sia un buio e minacciosissimo buuu, sia, alle mie spalle, una sequela di a ‘mbecille, a scemo, a ‘n’ vedi che pezzo de mmerda, presumibilmente indirizzati al direttore di gara. E qui la commozione. Mentre l’arbitro convoca i due capitani discosti dal resto delle rispettive truppe e spiega loro qualcosa, mi avvedo che mio figlio si è unito al coro dei buuu (lui non sa ancora fischiare) e fa il gesto del pollice verso.

Ah, ecco, mi dico, è così dunque, è così che si aderisce, che si prende parte, che si rompe la neutralità e si spazza la sua coscienza infelice.

Adesso che scrivo penso che in quel momento ho perso mio figlio. Ah, è così che funziona, allora, il bisogno di aderire come che sia, di prendere parte qualunque essa sia, precede le ragioni, che sono successive, per cui si sta da questa o da quella parte, con la Lazio o con il (povero) Genoa.

Al principio della partita, dopo il fischio d’inizio, avevo notato che mio figlio mi stava quasi seduto sulle ginocchia, tutto spostato verso di me, fuori dal suo sedile. Dopo la sua adesione alla causa laziale constato che non si appoggia più alle mie ginocchia, è sceso dal grembo.

Il primo tempo si chiude sul 2-0. Da spettatore neutrale mi auguro che il Genoa faccia almeno un goal, per riaprire i giochi. E invece no. Ora la Lazio attacca sotto il settore dove noi siamo, e fa altri due goal. Il secondo, spettacolare, magistrale, lo mette a segno dal centro dell’area di rigore Ciro Immobile, il centravanti, il beniamino della tifoseria laziale. Che cognome meraviglioso, tra parentesi, per un attaccante di punta! Lo stadio esplode, tutti-in-piedi, e parte lo slogan «Alééééé – alé alé alé – Ci ro – Ci ro»… Mio figlio si unisce al coro. E qui mi viene da piangere.

Ah ecco, è così, dunque. Vai, figlio mio, allora, entra nella vita, nella mischia e nella battaglia, schiérati, e voi, bandiere, striscioni e urla di stadio accogliete questa nuova recluta. La proteggerete, vero? E non so se sono stato grato, per questo rito di iniziazione. Chi ha insegnato a mio figlio di sette anni l’urlo di guerra? Certo non io, i bambini imparano da soli le cose fondamentali.

Getto l’occhio dall’altra parte dell’immenso anfiteatro, alla curva opposta, dove sono confinati gli sparuti tifosi del Genoa. Sono quattro gatti, tutti raccolti in un settore inferiore della curva, addossati ai pannelli di contenimento in plexiglas. Il resto della curva è vuoto, sembrano naufraghi attaccati alla zattera in mezzo a un mare di sedili blu.  Mi fanno pena. E mi fa rabbia che quando, la partita ormai prossima alla conclusione schiacciante sul 4-0, lo speaker annuncia che la tifoseria ospite è invitata a restare nel proprio settore e sarà accompagnata fuori dalle forze dell’ordine (annuncio di rito), si levi un fischio di dileggio dalla curva, cui si unisce anche mio figlio, sebbene non sappia fischiare.

– Almeno non infieriamo! gli dico.

Che bisogno c’è di umiliare l’avversario quando è a terra?

«La mia esperienza come giocatore di calcio – scrive Bolaño in Diccionario autorreferencial – non è mai stata compresa del tutto né dagli spettatori né dai miei stessi compagni. A me è sempre sembrato più interessante segnare un autogol che un gol. Un gol, a meno che uno non si chiami Pelé, è qualcosa di eminentemente volgare, e oltremodo scortese nei riguardi del portiere avversario, che non conosci e che non ti ha fatto niente, mentre un autogol è un gesto di indipendenza.»

Da ragazzino ho giocato a pallacanestro. Partita di campionato. Al lancio di inizio della palla un mio compagno di squadra si ritrova del tutto inaspettatamente la palla in mano, parte sparato verso il canestro. Si sentono urla, che lui accoglie come incitamento, raddoppia la velocità e arriva al canestro in terzo tempo da solo, seminando qualunque avversario. Fa canestro, cosa non scontata dato che non era proprio un gigante del basket. Si gira, esulta. Il canestro era quello sbagliato, era il nostro, le urla non erano di incitamento ma di disperazione. Fu il primo, e forse l’ultimo auto-canestro della storia di questo sport.

Ora, senza aspirare a raggiungere le prodezze calcistiche e letterarie di Bolaño, che aprono certamente la breccia al comico, all’insubordinazione e al teppismo, e volendomi mantenere nella neutralità svizzera della coscienza infelice, e consapevole altresì che se un padre porta un figlio di sette anni allo stadio e non gli indica l’avversario da abbattere è un padre del cazzo, come sarebbe un padre del cazzo un padre che porta suo figlio alla messa e gli dice che dio non esiste, penso che oggi sia nato un mostro, un tifoso, un guerriero, un partigiano, e che a concepirlo non sia stato io ma il tifo, a partorirlo sia stata questa immensa vulva gradonata, io non lo riconosco mio figlio, è un estraneo, e sono grato  a questa religione basica di avermelo portato via, di avermelo battezzato e immunizzato contro i tormenti della coscienza neutrale, inquieta ed infelice, lui si è divertito un mondo quando la curva è esplosa nel chi non salta – della Roma è – è ed io gli ho detto, perché lui non capiva, qui bisogna saltare per forza, siamo circondati da laziali, altrimenti ci fanno fuori, e in effetti gli ho preso la mano e siamo saltati come due scemi, io soprattutto, ma più per gusto dell’autogol che per altro, e poi siamo tornati alla macchina e poco dopo si è addormentato sul seggiolino, e io, guidando per Roma, lo guardavo nello specchietto retrovisore e non lo riconoscevo, quel piccolo mostro, quell’estraneo, quel cucciolo della specie, naufrago anche lui come tutti, che ha fiutato il pericolo della coscienza neutrale e infelice e ha chiesto asilo alla zattera più sicura degli spalti.


[1] Roberto Bolaño non è uno scrittore sentimentale, su questo posso farmi garante. Ecco quello che egli dice, rispondendo alla seguente domanda:

Sei d’accordo con chi dice che per un padre il momento più felice, ma anche il più drammatico, è quando il figlio se ne va?

«Non sono d’accordo. Se fosse per me, mi piacerebbe vivere cent’anni ed essere sempre lì a proteggere mio figlio. Credo che la ragione non c’entri per nulla nel rapporto padre-figlio. Forse nella prospettiva del figlio la ragione prevale, grazie a Dio, ma nella prospettiva del padre è molto difficile che possa prevalere. Uno reagisce in modo viscerale, reagisce a seconda di come si accumulano le paure e le angosce. Per esempio, finché non sono diventato padre era molto difficile ferirmi. Credevo di aver raggiunto una certa invulnerabilità. Dal momento in cui ho avuto il mio primo figlio, è finita; voglio dire, tutti i terrori e le paure di cui ho sofferto nell’adolescenza sono tornati raddoppiati, moltiplicati per cento, perché io posso sopportarli, ma non voglio che li debba sopportare mio figlio. È una cosa spaventosa, e ora per di più ho anche una figlia, e non ti dico, mi metterei a piangere. L’unica spiegazione che potrei darti è mettermi a piangere. È intollerabile.»

Intervista di Eliseo Álvarez a Roberto Bolaño, in L’ultima conversazione, sur, 2012, Le posizioni sono le posizioni e il sesso è il sesso.

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