Diario dell’Errore. 20

L’indifferenza con la quale un gruppo di persone – uomini e donne – accoglie nella propria cerchia riunita al caffè una nuova presenza femminile, un visino delizioso e incantevole, è direttamente proporzionale all’effetto che tale visino suscita negli astanti di ambo i sessi.

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– Conosce il Rimbaud?

– Certo, maestoso.

– Più che maestoso! Misterioso, direi.

– Fa pensare ad un nero velluto, «notturno, profondo e lampeggiante come una sera d’estate di Borgogna».

– In quell’oscurità ci sono riflessi sgargianti, ambrati.

– È inebriante, come un’orchidea nera.

– Prevalgono sentori autunnali e come un aroma di incenso, come in certe vecchie sagrestie.

– Si accompagna ottimamente alla cacciagione. Eccellente d’inverno con la frutta secca.

– Se fosse un vino lo assocerei di più ad una cucina medio-orientale.

– Perché, non è un vino?

– No, è un poeta.

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Quell’inutile gesto dell’automobilista che istintivamente sposta il busto dal lato opposto a quello dal quale proviene l’automobile che sembra venirgli addosso, come per schivarla.

Quello sguardo carico di odio e di paura retrospettiva che hanno gli automobilisti che inceneriscono il conducente che stava per non fermarsi allo stop.

Era uno che la vita per lui non aveva segreti, padroneggiava ogni situazione, nulla lo sorprendeva, guidava la macchina con la mano sinistra sulle 12 del manubrio, come i bulli negli autoscontri.

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Quando si dice, soprattutto di un giovane, che è «di buona famiglia» quasi sempre è per far intendere «guarda come è caduta in basso quella famiglia, non si direbbe che questo giovane scapestrato, inconsistente, vanesio, drogato, alcolizzato, provenga da quella famiglia così tanto per bene…»

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«Arrivati a certi livelli la fica non basta più… ci vuole il culo». Pensavo che il saggio che aveva emesso la prima parte di questa massima volesse poi aggiungere che, arrivate come si è arrivate a certe posizioni, oltre un certo livello ci vuole anche intelligenza…

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Canzonare che altro significa se non scimmiottare gli ansimi, i mugolii dell’orgasmo? Non lo sanno forse anche i bambini?

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Sarebbe come credere che il sole abbia consapevolezza della propria sfericità; o che una testa mozzata dalla ghigliottina abbia consapevolezza della propria amputazione, pretendere che dio abbia consapevolezza dell’uomo.

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Nella tortura si ha questo di osceno: l’aguzzino sa come farti provare dolore, l’aguzzino ti conosce, è inutile che fai tanto il gradasso, o l’intellettuale occhialuto, o il martire della libertà. L’aguzzino ti riporta alla nuda condizione originaria, ti fa vedere che, come tutti, sei solo corpo. «Io so di te che sei un animale», ti dice. Ma, soprattutto: «Io so come provi piacere, maiale». Questa umiliazione è l’essenza profonda della tortura.

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Nel basket – e forse anche in altri sport, ma sicuramente nel basket – si verifica talvolta una situazione eccezionale, una sorta di stato d’eccezione: il coach che, espulso in una precedente competizione e sanzionato con una o più giornate di squalifica, dirige la sua squadra non – come è normale – da bordo campo, ma dalla tribuna, confinato nel recinto degli spettatori. Lo vedi, il quintetto, nelle brevi pause del time-out, dirigersi, invece che verso la panchina, come fa il quintetto avversario, verso la tribuna. Uno spettatore ignaro penserebbe che quei cestisti vadano a salutare la loro tifoseria. Però lo spettatore avveduto comprende perfettamente la dinamica, e in quel signore che si sporge all’inverosimile dalla transenna che delimita invalicabilmente la tribuna, in quel signore che si sbraccia, che mette le mani a coppa sulla bocca riconosce il coach esiliato. L’andare di quei giovani atleti alla tribuna fa venire in mente un manipolo di guerriglieri i quali, prima di un’azione altamente rischiosa – rischiosa non solo militarmente, ma soprattutto politicamente rischiosa – si rechino a consultare il vecchio leader, lo vadano a raggiungere nella foresta, nella base dove da anni egli vive in clandestinità, e lo vadano a trovare certamente per avere da lui un avallo e anche utili consigli, ma lo vadano a trovare anche, o forse soprattutto, per un senso di rispetto e di devozione verso il vecchio comandante. C’è, in questa situazione, un senso di palese ingiustizia, di punizione oltre misura, qualunque possa essere stata la grave violazione di cui il coach si sia reso responsabile. E come in ogni situazione di manifesta ingiustizia – ingiustizia resa ancor più manifesta dal fatto che il quintetto avversario è raccolto a bordo campo attorno al proprio coach, che spiega lo schema su una lavagnetta (ora su un tablet), mentre i giocatori sono rinfrancati dai compagni di panchina e dai massaggiatori, che passano loro bottigliette colorate, spugne imbevute, asciugamani -, il quintetto deprivato della sua guida, orfano di un padre, trova in se stesso una forza e una motivazione impensabili in condizioni normali; quella iniqua deprivazione crea tra i giocatori che rientrano in campo un cemento, un’unità furibonda, una estroflessione della rabbia, un senso del dovere che non ha più lo stigma della sottomissione ma il sapore inebriante, dopante, della responsabilità.

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Quando passano sopra i tetti della cittadina, gli elicotteri si trascinano dietro un’invisibile catena, che fa il rumore di una gigantesca bicicletta, si ode uno scroscio metallico ripetuto e lento, molto più lento della velocità alla quale sorvolano l’abitato. Benché il loro passaggio sopra l’abitato sia veloce, gli elicotteri sembrano riavvolgere in volo una pesante catena, come fa una nave quando, lentissima, salpa l’ancora.

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C’è, nei camerieri e in genere nei commessi dei supermercati, abituati per lavoro a servire cibo ad altri, una speciale, calma ferocia quando sono loro a sedersi ai tavoli di un ristorante. Il loro posto è doppiamente meritato, li vedi insistere sul loro posto con doppio peso, doppia occupazione del medesimo spazio, perché c’è al contempo un avventore qualunque e un trafelato cameriere o commesso di bancone, che non si ferma mai un minuto quando è al lavoro, ma quando poi gli capita di sedersi al ristorante è doppiamente impassibile, doppiamente immobile, doppiamente servito.

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Guardare dal ventesimo piano giù nel piazzale sottostante le persone che diventano piccole fomenta un’attenuazione del senso di umanità, più le persone si impiccoliscono e più divengono irrisori i loro destini, se passasse un furgone e le travolgesse non ti farebbe così tanta impressione come se tu fossi sul marciapiede, è una amara legge, anche i due giovani dottorandi della Sapienza devono aver pensato questo quando giocavano al tiro al piccione da un davanzale della Facoltà. 

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All’incidere sul reale prediligo l’incedere surreale.

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In certe donne il neo appena sopra il labbro superiore, leggermente spostato da un lato, ricorda i bambini con lo sbaffo della nutella, evoca una malandrineria infantile che in alcune donne è assolutamente (im)pertinente, in altre invece stride con un carattere spesso serioso, si ribalta in appuntito e severo monito.

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