Il diario dell’Errore. 22

Le Poste e la notte

Come nel medioevo chiudevano al tramonto le porte urbiche, così Poste italiane chiude alle 22 il portale di accesso a Banco posta. Nonostante possa sembrare tutto cambiato nell’era digitale, qualcosa di essenziale permane invariato in Poste italiane, e questo qualcosa è la minaccia insita nella notte. Come nel medioevo è col favore delle tenebre che i predoni o i nemici tentano di violare gli accessi e penetrare intra moenia, per darsi al saccheggio e alla strage, così nell’evo contemporaneo è quando tutti dormono che gli hacker entrano in azione e violano i firewall, per darsi al saccheggio e alla strage dei dati. Tutti gli altri sembrano ignorarlo, Poste italiane no. Sarà che Poste italiane è ancora territorializzata in Italia, dove sopravvivono i sindacati, una gilda dell’evo antico, che proibisce il lavoro notturno e lo fa pagare il doppio alle aziende, mentre le altre banche on line sono ininterrottamente insonni e il centro protezione dati è deterritorializzato e delocalizzato, e il call center risponde alle due di notte come fosse mezzogiorno da Giacarta o dalla Romania, atteso che nell’era globale e nella sfera digitale non tramonta mai il sole, e vige un’incessante, eterno meriggio; sia come sia, sta di fatto che Poste italiane non si fida dei sistemi di protezione automatici, così come il podestà non si fidava delle scolte, che finivano per addormentarsi ubriache nei bastioni di vedetta. Oggi come allora, nel medioevo eterno che non conosce autunno, la cosa più sicura è sprangare le porte e gli accessi. Ben lo sapevano i podestà. E ben lo sanno gli amministratori di sistema di Poste italiane. Si constata solo un inasprimento di misure: nel medioevo dopo il tramonto qualcuno poteva passare, se conosceva la parola di riconoscimento, password; nell’evo attuale non basta più neppure la password. Da dietro il portale non ti risponde nessuno, perché nessuno vi è: ti devi rassegnare al cartello appeso fuori, che dice: siamo spiacenti, servizio non disponibile dalle 22:00 alle 8:00.

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«Il governo ha sempre un po’ da parlare, vero»? Così mio figlio di 8 anni a colazione, mentre è accesa la radio su Prima Pagina di Radio 3.

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Stamattina ero in coda al Postamat. Prima di me una donna intenta al prelievo. È di spalle, pantaloni di una tuta, neri, sneakers, fazzoletto giallo e nero sulla testa. Si volta di poco e noto un profilo delicato. Non è giovane, potrebbe avere una cinquantina d’anni. Il volto sembra un volto da albanese, da bosniaca, da slava del sud, incarnato olivastro, si indovina che ha lavorato al sole e alle intemperie, come le contadine di una volta. Le gambe atletiche, leggermente incurvate, e le scarpe da ginnastica contrastano, per la contemporaneità, con l’antichità del fazzoletto. Sta forse nascendo una nuova moda globale, un mélange di modernità e tradizione, espresso a pieno dalle donne arabe, sebbene in queste ultime il velo sia una cappa troppo marcata ideologicamente, mentre il fazzoletto annodato sotto il collo alla contadina può offrire il giusto punto di equilibrio e risultare financo sexy.

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Gli occhi di certi uomini albanesi, piccoli come monetine da un centesimo ma tondi come biglie, e soprattutto molto distanziati tra di loro sotto la linea della fronte bassa, le palpebre come saracinesche bloccate in alto, hanno visto l’orrore. Sembrano perennemente spalancati sull’orrore, sebbene non sia chiaro se l’orrore sia quello visto in passato – o che in passato hanno visto i loro progenitori, e loro trasmesso geneticamente – o sia quello che sono costretti a constatare, con sbalordimento, nel presente, dove quello che è orribile è il mondo indifferente che gli sta davanti agli occhi, duro di lavori stagionali, di levatacce, che ignora quell’orrore passato, e lo rende metatemporale, eterno, mentre guardinghi attraversano a piedi, col semaforo verde, il traffico della città.

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«Siamo nella medesima barca, monsignore» disse padre Alfonso Berardinelli.

«Siamo stati sempre pochi» replicò il cardinale, «voi intellettuali e noi, caro professore. E siano sempre di meno. Voi certo non lo dite, ma confidate che se quelli che leggono e riflettono e sviluppano un loro autonomo gusto fossero i molti e non i pochi, la vostra religione, la letteratura, offrirebbe la salvezza ad un numero meno esiguo di adepti. Anche noi, dal canto nostro», proseguì il cardinale, toccandosi il petto dove sulla giacca nera pendeva una croce d’argento, che si mosse «non siamo analogamente convinti che se i fedeli fossero più devoti, più divorati dalla ricerca di dio, la salvezza sarebbe più alla portata di molti se non di tutti? E invece» concluse il cardinale, scavallando le gambe e guardando il bordo della terrazza sui tetti di Roma, dove i flute ancora mezzi pieni, che qualcuno aveva lasciato in bilico, sovrastavano con il loro gambo di cristallo la cupola laggiù, più piccola del calice «invece i fedeli disertano sempre di più le chiese, come i vostri seguaci disertano le librerie e le biblioteche. Affollano i centri commerciali, i templi della nuova religione, quella delle merci, caro professore, ma non è materialismo, questo lo diciamo solo per semplificare, ad colorandum, ma non ci lasciamo fuorviare, è una simbologia, una mistica, una teologia, è una narrazione, quella che si è sviluppata attorno alle merci, mero simulacro.»

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Vi era stata un’epoca del mondo nella quale un felice agrimensore era il critico letterario; a dicembre attendeva paziente il germogliare dei nuovi libri, come un lento grano. La letteratura era in letargo, ma non era morta. Sapeva egli, accanto alla stufa leggendo i russi, leggendo Turgenev, che abbondanti sarebbero state le messi e le sue recensioni, pagate mille copechi a pagina. Non come oggi, che il critico riceve tonnellate di dattiloscritti, centinaia di copie pilota alla settimana, e il suo lavoro è diventato quello di un operatore ecologico, di separatore di rifiuti, la sua cattedra si è trasferita in una stazione ecologica, viene pagato tot a container per smistare la monnezza, per salvare dal letamaio il prossimo best-seller.

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26-1-20 (leggendo Kerényi)

Le storie mitologiche di mostri marini, di centauri, di minotauri, di draghi, di Proteo che si trasforma in foca, in serpente, leone, maiale, acqua, alberi, sono S.O.S. lanciati da un’umanità agli albori e già sbigottita, già terrorizzata dal lager della preistoria. Come i deportati e gli internati affideranno a un pezzetto di carta nascosto in un tubo di ferro la testimonianza della verità di quello cui assistono sbigottiti, così l’uomo preistorico affida al mito il messaggio delle indicibili, mostruose verità cui deve soggiacere. La mitologia è il primo atto di protesta e di denuncia della inumana condizione umana.

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Ecologia dl passato

Il nostro benessere largamente eccedente l’equilibrio ecologico del pianeta terra è una rapina commessa ai danni non solo, come appare evidente, delle generazioni future, anzi delle «future generazioni»; ma anche, e questo appare meno evidente, ma non perciò meno vero, ai danni delle generazioni passate. Ma come, si protesterà? Come puoi affermare una cosa così priva di senso?

Co le nostre case surriscaldate d’inverno e raffreddate d’estate, co i nostri supermercati (ancora) pieni, co i nostri pomidori d’inverno, co i nostri suv, co le nostre settimane bianche, co i nostri voli low cost, co le nostre terapie laser, co le nostre ricostruzioni di chirurgia plastica releghiamo in un limbo di sventure, privazioni e miserie tutte le generazioni passate, che si sono sdrinate dal freddo, sono morte dal caldo, hanno patito la fame, la sete e le più orribili malattie oggi debellate con quattro pasticche (seppure, va detto per dovere di cronaca, gli spettri si riappalesino con la corona in testa…) e rapiniamo  le passate generazioni della dignità e della bellezza, che pure vi furono, della loro condizione, le consideriamo sventurate, progenitori un po’ sfigati e un po’ tonti, come vecchi zii rincitrulliti. Se va bene li commiseriamo e li compiangiamo, ma in generale ce ne dimentichiamo, in questo rispettando una perfetta simmetria e una medesima paritetica noncuranza verso le «future generazioni».

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Nelle serie TV si ha questo, che nella seconda stagione i protagonisti, che si erano distinti per una loro peculiare inflessibilità, e ammirevole fortezza d’animo nella prima stagione, si fanno, seppur di poco, sentimentali, si scopre un loro lato affettivo, e ciò, se piace ai nuovi spettatori della serie, lascia perplessi quelli della prima ora e della prima puntata, i quali dalla seconda stagione si attendevano sviluppi in crescendo, una coerenza del carattere che era una domanda di conferma, e gli autori se ne accorgevano, e ne discutevano in accese riunioni redazionali, e la terza stagione riammetteva una certa dose di nuova inflessibilità e durezza nei protagonisti, ma questa iniezione di ritorno alle origini era percepita come un’immissione di freddo cinismo, che deludeva tutti gli spettatori, tanto quelli originari che quelli sopravvenuti.

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Nell’invenzione letteraria, dove tutto è dichiaratamente finto, è sepolta qua e là qualche verità[1]; nel discorso notiziario, dove tutto è dichiaratamente vero, è sepolta qua e là qualche invenzione, qualche menzogna.

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La voce del brigatista rosso che annuncia al telefono la morte di Moro, e il singhiozzo dell’interlocutore; il gol di Tardelli ai Mondiali 1982, la voce di Pizzul e l’esultanza di Pertini in tribuna d’onore: queste, o di questo genere, sono le emozioni epiche del maschio italiano; Montale che legge «La primavera hitleriana» ai giovani, lui così impacciato, è, per il suddetto maschio italico, roba da mezzeseghe.


[1] Károly Kerényi (Gli dei e gli eroi della Grecia, Mondadori, 1989, 97) ricorda che le Muse dissero ad Esiodo, il quale stava pascolando le sue greggi sul monte Elicona, che «esse sapevano bensì mentire, ma anche rivelare la verità.»

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