Dura sex, sed sex

La proibizione dell’adulterio, e la consustanziale indicazione libidica di esso, sulle quali il matrimonio parimenti si fonda e si regge, funge da severissimo selettore della migliore spinta spermatica. Il matrimonio, non quello d’amore, sia chiaro (che poi non di rado si rivela il più disastroso e il più fitto di corna), ma il matrimonio di una volta,  quello imposto dalle famiglie, quello concordato, il matrimonio che si sostanzia in un mercimonio, nella  compravendita di bambine all’orco, il matrimonio di convenienza, il matrimonio riparatore, insomma, il matrimonio, non quello di oggi, sia chiaro,  che con il divorzio non è più nemmeno un matrimonio, essendo venuta meno l’indissolubilità del vincolo, il matrimonio-matrimonio, questa farsa posta tra la tragedia del nascere e la commedia del morire, è un’istituzione evoluzionisticamente perfetta, perché filtra le mezze seghe e consente solo al coraggioso, all’intrepido amante adultero disposto al sacrificio della propria vita, come Paolo per Francesca, di irrompere come terzo intruso e di depositare più irresponsabilmente e più vigorosamente il proprio seme, fecondare la donna sposata ed adultera, lasciare la migliore spinta spermatica nella vulva adultera siffattamente fecondata per poi ritirarsi, lasciare ad altri l’accudimento di ottimi esemplari della specie così riprodotti, come è stato d’altra parte per lo stesso fecondatore adultero, a sua volta generato nella medesima modalità adultera.


In certe donne, non necessariamente anziane, arriva il momento in cui le rare volte che si manifesta il desiderio del coito ciò avviene come una richiesta di trivellazione meccanica, di sbucinamento nelle cavità uterine, dove solo il cazzo può calarsi, per riportare in superficie un qualcosa di smarrito o per togliere qualcosa che dà fastidio. È per questa ragione che certe donne hanno il mito del cazzo nero, del cazzo degli ivoriani. Naturalmente si tratta, anche qui, di un malinteso, meglio, di un doppio malinteso. Le donne non desiderano il cazzo, né in generale né sub specie ivoriana, ma qualcosa di infinitamente più turpe: la tenerezza. È per questo che riducono il coito a un atto perforativo: si vergognano della loro richiesta indecente. Il maschio, dal canto suo, ridotto com’è a idraulico, certo gioisce, ma in cuor suo sa bene che è una spolizazione della sua natura e statura guerriera, predatrice, dominatrice e seduttiva, quando bastava solo un lieve tocco della mano sui capezzoli per far fremere di piacere e di deliquio la donna, non questa prestazione da artigiano del sesso iscritto alla Confstantuffato.


All’origine dell’innamoramento, di quel fenomeno massimamente presente e al tempo stesso difficilmente spiegabile, fenomeno che Stendhal ha chiamato «cristallizzazione», deve esserci questo (parlo dell’innamoramento dell’uomo maschio per la donna): una divaricazione tra l’apparenza, l’aura, lo splendore angelico da un lato, e la insopprimibile fisicità e corporeità dall’altro. Più questa divaricazione, questa «forbice» si allarga, più intenso è l’innamoramento. Non sto parlando della dicotomia maschilista tra donna angelo (la madre, la moglie) e la donna demonio (l’amante, la prostituta). E non sto parlando della compresenza, nella medesima persona di sesso femminile, dell’angelo (il volto, gli occhi, i capelli) e il demonio (i lombi, il sesso, le mestruazioni). Quello che vorrei provare a descrivere è un’altra cosa. Non è l’idealizzazione, variante concettuale della cristallizzazione stendhaliana (troppe –zione). Ogni appartenente alla spavalda e smarrita schiera dei maschi sa bene cosa si intenda con l’espressione «quella è bona». Bona è la femmina dove la divaricazione non avviene, la femmina dove bel culo, gambe dritte e snelle, intelligenza, buon umore, assennatezza convivono in equilibrio. La donna «bona» è quella trombabile, ma anche, all’occorrenza, una volta toltosi il capriccio, scaricabile.

Facciamo un passo avanti. Se un innamorato sente l’appellativo «bona» riferito, magari da suoi amici ignari all’uscita dal bar, alla donna di cui è innamorato, l’innamorato non riconosce in quell’aggettivo l’essenza della donna. Non solo perché si sente oltraggiato, segretamente oltraggiato per la violazione di una sua intima percezione, che ha dedotto dal generico lo specifico, mentre gli amici riconducono grossolanamente lo specifico nella rudezza del generico («che bella fica!»); non si riconosce in quella forma verbale riduzionistica perché enuncia assertivamente e indubitabilmente l’ esistenza di qualcosa o qualcuno di cui invece l’innamorato dubita, mettendone in dubbio la possibilità stessa di esistenza.

L’innamorato, e siamo forse arrivati a ciò che cercavamo di dire, è come un drogato o un allucinato: dubita che sia possibile che possa esistere una presenza, una creatura, una persona come quella di cui è innamorato.  Egli regge un carico insostenibile tra essere e non essere, lotta duramente dentro di sé e soffre questa lacerazione. L’innamorato sta come dentro un sogno. Insegue un fantasma. Quando qualcuno gli ricorda che quella donna è «bona», è «una gran fica», quello che avviene dentro il sogno dell’innamorato è propriamente una battaglia ontologica, dove le schiere dell’essere irrompono e dettano al regno del possibile la loro inesorabile legge: non c’è divaricazione, non c’è forbice, c’è solo questa bella fica che passa per strada o esce da scuola. 

Qualcosa del genere lo dice anche Paolo di Tarso, giusta il commento all’Epistola ai Romani di Karl Barth. L’innamorato vede nell’altra ciò che ella non è, non ciò che ella è, come invece fanno gli amici all’uscita dal bar. L’innamorato scorge un soggetto, gli amici vedono un oggetto. L’innamorato costruisce e libera un soggetto fuori di sé, toglie le basi su cui l’oggetto poggia, e questa operazione silenziosa (non replica agli amici quando escono dal bar), misteriosa (perché allucinatoria) e dolorosa è ciò che cade, nel linguaggio comune, banalizzatore, sotto l’espressione «pene d’amore»: l’innamorato sa di aver liberato dal sepolcro dell’oggettualità la persona splendente, e così facendo si è condannato a perderla, e a morire per essa come oggetto che egli diviene, ed è in questo senso che il linguaggio comune appone al sintagma di cui sopra, ironicamente, si intende, l’aggettivo «perdute».


Siamo soliti ascrivere le caratteristiche somatiche di ogni persona a un qualcosa che, se non è la libera scelta di essa, a tale sfera di responsabilità personale è in ultima istanza riconducibile. Parlo con un conoscente, un professionista, molto preparato e molto colto. Mi accorgo dei suoi occhietti piccoli e tondi, non li avevo mai notati prima. Sono il segno di qualcosa di ottuso, e infatti questo professionista è sì preparato, ma pedante, e probabilmente insicuro. Veniamo da una cultura che, da Plutarco a Lowen, ci ha istruiti a trarre le caratteristiche morali e psicologiche di una persona dai suoi tratti fisici, anatomici.

Ovviamente niente è più falso di ciò. La statura fisica e la grandezza d’animo, solo per fare un esempio, sono il più delle volte inversamente proporzionali. Non ce la facciamo proprio a uscire da questa impasse. A una stortura del volto, riconnettiamo una stortura morale.

Il medesimo ragionamento, con il segno + invece che con il segno -, vale per la bellezza. Siamo inclini ad assegnare alla bellezza di un volto un merito morale ascrivibile alla portatrice del suddetto bel volto.  Ci sembra impossibile che a un nasino così lezioso e a una guancia così deliziosa non debba corrispondere un tratto interiore altrettanto lezioso e delizioso. I primi ad accorgersi del baratro tra apparenza e realtà furono i Greci. Il motto chalòs kai agathòs deve essere letto come l’esito di questa sconvolgente epifania del reale. La letteratura dell’occidente si potrebbe ricondurre tutta quanta allo sforzo di mostrare la bontà dietro un volto arcigno e sgraziato, e la malvagità dietro un volto incantevole.

Resta, insanabile, la ferita di ogni individuo, condannato a (sop)portare un volto (bello o brutto che sia) che gli altri considerano il risultato di una deliberata opzione.

La responsabilità individuale affonda le sue più profonde radici in un equivoco.

Nessuno è responsabile di ciò (il proprio volto, il proprio aspetto, il proprio apparire) di cui viene ritenuto massimamente responsabile.

«[…] Perché mi è stata assegnata questa forma? Perché mi è stato dato questo tremore, mentre dentro di me io non tremo?» (Antonio Moresco, Canti del caos, 332).


Il clitoride, il «minuscolo cazzofica» (ancora Moresco), mi fa pensare, come parola, al nome femminile, molto desueto oggi, Clotilde.  Il clitoride di Clotilde. Di Clotilde l’inclito clitoride, io canto.



«La cosa più difficile fu dirlo ai miei genitori». Incipit di un monologo dove una ragazza racconta – come in certe interviste-verità, nelle quali il volto della persona intervistata è opacizzato o di spalle e la voce distorta metallicamente, vuoi perché collaboratrice di giustizia, vuoi perché minore, vuoi perché vittima di stupro, ecc. ecc. – racconta di come fu difficile fare accettare ai propri genitori la propria scelta. Quale scelta? Non si capirà se quella di diventare porno attrice o di farsi monaca di clausura.


Lui non scopava, il corpo nudo della donna lui lo arava.


«A dispetto di ogni evidenza (e di quasi sei miliardi di smentite), io, in fondo, resto convinto di essere l’unico maschio che scopa davvero, che prova fino in fondo la potenza e la tragedia dell’orgasmo. Tutti gli altri intingono il pisello, si uniscono o si accoppiano sessualmente come gli animali nei documentari, si riproducono meccanicamente – e piuttosto distrattamente – come i piccioni sui cornicioni: non conoscono, come conosco io, l’estasi – e la catastrofe dell’orgasmo. E parimenti, a dispetto di ogni evidenza, io, in fondo, resto convinto che tutti gli altri sappiano del sesso qualcosa di essenziale che io ignoro, che siano scafati laddove io sono ancora alle prime armi, che siano tutti grandissimi e inesorabili percussori, laddove io sono spesso un disastro. »

«Sa chi si nasconde dietro gli altri? Sa di chi parliamo quando parliamo degli altri, della gente?», domandò l’analista.

«Chi?»

«I propri genitori».


Il sesso di alcune donne è villoso, di altre cavilloso.


Domandare ai bambini, che si sono portati al Luna Park, se si sono divertiti, una volta di rientro in macchina, non è similmente osceno al domandare post coitum, una volta stesi a riposare a letto: – Ti è piaciuto?


Una donna che aveva molti amanti, non sempre in modo diacronico, e molto senso dello humor, apostrofava un suo amante avvocato, un uomo corpulento, chiamandolo «principe del mio foro», glielo sussurrava nell’orecchio durante gli amplessi; e lui, che era un classicista, stava al gioco – replicava, mentre fotteva:

The amorous drawings of the Marquis Von Bayros

Dagli atri muscosi, dai fori cadenti,

un cazzo disperso repente si desta,

intende la nerchia, solleva la cresta,

percote con novo, crescente vigor!

Lei naturalmente la prendeva bene, non si offendeva, mentre la fotteva, per i fori cadenti, quelli, semmai, erano roba d’altre… Gli uomini erano così, ci credevano alle sue parole di incoraggiamento, benché alle parole seguissero roboanti proclami, più che fatti inoppugnabili. Parturiunt montes, nascitur ridiculus mus, le veniva in mente, ma taceva. Li amava, per altri motivi. Ad un altro amante, un magistrato dell’alta corte, minuto, mingherlino e occhialuto, diceva che a lui, e solo a lui, era riservato lo jus primae noctis, e questo perché lo riceveva all’inizio della settimana, il lunedì. Il magistrato, nell’esercizio della propria giurisdizione, sentenziava dura lex, sed lex, ma, a dispetto del proclama solenne, si atteneva ligiamente all’adagio né bis in idem, la doppietta, per non parlare della tripletta, essendo una reliquia di anni ormai lontani. Ma lei li amava per altri motivi.


Sarebbe complicato convincere un bambino che i gemiti e poi le grida belluine della giovane donna, venticinque anni, moretta, carina, minuta, capelli a zazzera, brillantino alla narice, che si sentono stanotte provenire dalla finestra di fronte non sono di dolore ma di piacere, e che l’uomo, un ventinovenne, gran fisicaccio, che le sta alle spalle (la tenda corta lascia intravedere sul pavimento quattro piedi nudi, quelli della donna davanti e più divaricati, quelli dell’uomo dietro) non la stia uccidendo ma la stia facendo godere. Siamo impastati con la violenza.


Storia generale della merda[1]

Stepor Marcucci

Con il levarsi del sole nell’estremo oriente il flusso planetario dello sperma cominciava a scorrere di nuovo, come una fontana spenta alla sera dal giardiniere e riaccesa con le prime luci del giorno, un extragettito che riprendeva continuo a zampillare, uno scroscio, un inondare, un dilagare, un defluire da est verso ovest con il procedere del sole alto nel cielo. Gli analisti imperiali calcolavano in venti milioni di litri l’emissione giornaliera di sperma su tutta la superficie dell’orbe terracqueo, equivalente a venti milioni di bottiglie da un litro e a duemila duecento ventidue autobotti da nove mila litri cadauna. Il 40% dell’immane, liquido, quantitativo restando imprigionato nel lattice dei profilattici; il 25% della massa globale defluendo da cosce e natiche e labbra e restando assorbita da materia cartacea o tessile; il 30% rifluendo da condotte sanitarie quali bidet, water, lavandini; il 4% variamente disperso nell’ambiente; e solo l’1% restando ad indugiare nelle cavità uterine, producendo la fecondazione in 1 caso ogni 1000. E questo ogni giorno dell’anno, a questo stadio della popolazione globale.


Vidi a me venire nella fogna la madre emancipata. Uno smerdphone teneva all’orecchio e conversava con qualcuno che mi parve di capire fosse sua amica. Ah no, la udii dire, no no, lei fino alle undici non si alza mai (…), no no, non sta mai a casa, macché la sera esce sempre (…), beh, con gli amici, alle feste, si drogano (…), sì sì, sono io che l’ho avviata all’uso consapevole di ogni droga, purché non sintetica e non tagliata (…), come che madre sono? Sono una madre che pensa di aver addestrato sua figlia al piacere (…), sì, certo, e allora? Vanno alle feste, una sera un’orgia o una gang bang a casa di gente importante (…), no fammi finire, io se una cosa le ho insegnato è di darla a tutti, democraticamente, equanimemente, a non essere bigotta samaritana e a non darla solo agli sfigati (…) infatti spesso me li porta a casa (…) no, in camera sua fa quello che vuole, però in salotto solo pompini con l’ingoio, questa è l’unica regola, se no i divani si impiastricciano (…), guarda che all’università non ci va mai, non sarò certo io a forzarla, fino a che vorrà restare con me vitto e alloggio garantito, il resto se lo paga da sé (…), no che non lavora la troietta, diciamo che ha due o tre amici abbastanza adulti e abbastanza facoltosi, con i quali si intrattiene di quando in quando (…), guarda, non sarò certo io a fare la morale a mia figlia, quello spetta ai preti (…), qualche volta ci va alla messa, certo (…) a tal proposito, una di queste persone… ragguardevoli è un alto prelato, molto moderno, molto aperto, durante l’omelia cita sovente Coelho (…), ma quello lì adora metterlo in culo, lei acconsente, sempre con quel suo spirito burlone, perché dice che quello è un uomo di cul(τ)o, la butta sempre sul ridere lei, è una zuzzerellona, quanto è matta, insomma non mi lamento (…), no, aspetta, allora non te lo mando a dire, sei te che mi fai pena, con quella figlia sfigata che ti ritrovi, depressa, ansiosa, brufolosa, due lauree, una magistrale, un master, baffuta, gobba, spenta, la fiatella fecale a lunga gittata, le ragnatele che le sono cresciute sulla fica… Qui il credito finiva e la madre emancipata, indignata, lanciava il cellulare nello stige.


Vidi a me venire il maschio fraudolento. Era come uno di quei maschi che mirano indefettibilmente al culo, uno di quei maschi per i quali una chiavata non è tale se non si risolve in inculata, era uno di quei maschi che passava dalla fica come si passa a salutare moglie e figli la sera prima di andare a cena e a letto con l’amante, e l’amante era il culo; era uno di quei maschi fraudolenti, come lo era ogni maschio, che assicurava, garantiva, giurava addirittura che si sarebbe accontentato della fica; e questa cosa rassicurava la sventurata al punto coitale che essa concedeva di sciogliersi, e lo scioglimento la induceva, ma così per un giochetto eccitante e nulla più, a sussurrare parole porche al maschio fraudolento, la cui cappella, al suono di simili sussurramenti, si ingrossava stantuffando e ingrossando stantuffava fino al punto in cui la sventurata, prossima al deliquio, pronunciava, ma come da un’alterità di lussuria, come fosse stata lei stessa un’altra congiurata contro le preclusioni di quella morigerata che lei fondamentalmente era, pronunciava il sì, sbattimi forte, fammi sentire la tua verga dura, e allora il fraudolento, con rapido sgusciamento e rovesciamento di lombi, la chiavava da dietro e con rapido gesto sputava sul dito medio, sul polpastrello, e lo appoggiava malizioso all’orlo dell’ano già un poco sfessurato, e lei diceva no, ma diceva anche sì, e lui mormorava melliflue parole ingannatrici e lei urlava togli quel dito del cazzo e lui con fulminea manovra a tenaglia sfilava il dito e inseriva il cazzo e lei urlò di no ma lui ormai in vista della meta prossima forzò il pertugio, si fece spazio come in un tunnel della prima guerra mondiale, e sfondò le linee nemiche, ruppe le barriere di filo spinato e avanzò con la granata pronta per essere lanciata. Lei lo cacciò via. Dopo poche ore, ed era tornato a casa e stava guardando la partita di champions con suo figlio, i carabinieri lo portarono in caserma. Accusa di stupro. Non era l’aver tradito i patti, amplesso in corso di svolgimento, perché l’app scaricata sullo smartphone di lei aveva in effetti registrato un mutamento di volontà e la ricorrenza del consenso (il diagramma lo mostrava bene), non era questo il punto, «il fatto – disse il maresciallo – non costituisce reato».

«E allora?» aveva domandato il maschio fraudolento già proteso verso il secondo tempo, che volgeva ai supplementari.

«Il problema è nella app del tuo cellulare – gli disse il maresciallo. Ha registrato la tua intenzione originaria (e il maresciallo mostrava anche qui l’andamento di un grafico), e questo la tua partner non te lo perdona. La dichiaro in arresto.»


[1] Vengono qui anticipati, per la pazienza dell’ipotetico lettore, tre stralci del poema omonimo in corso di lavorazione.

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