Diario dell’Errore. 23


17-1-20

Chissà perché ma quelli che portano il berretto calato sulla nuca, le visiere impennate verso il cielo, hanno l’aria scema, furba e scema, come se la loro intelligenza fosse schizzata via in alto, volata via. Se poi, disgraziatamente, ci sono anche le orecchie a sventola, allora parliamo di casi disperati.

12-2-20

Tra gli scrittori della catastrofe si distinguono quelli che godrebbero della fine del mondo perché ciò confermerebbe le loro lungimiranti intuizioni e previsioni (e la prenderebbero male se la fine del mondo poi non avvenisse, dissimulando a fatica un certo dispetto e un certo disappunto); e quelli che impazzirebbero, qualora le loro premonizione risultassero esatte, per essere stati non all’altezza del compito nel mettere in guardia i propri simili.

14-2-20

Nei colloqui alle elementari si ha questo, che è l’elemento decisivo benché non vi si ponga mente: maestre e genitore stanno seduti sulle sedioline attorno a quei minuscoli banchi attaccati doppi. Le maestre parlano dell’andamento scolastico del bambino e il genitore segue con attenzione: data la piccolezza delle sedie e dei banchi dove gli adulti più che seduti stanno rannicchiati, l’oggetto del colloquio, lo scolaro, si rimpiccolisce ad entità minima, per far posto al grandeggiare dell’autorità degli adulti, vuoi quella istituzionale vuoi quella, qui un po’ ingufata, genitoriale. Un osservatore esterno, proveniente da un altro pianeta e ignaro di questa ritualità, penserebbe che si tratta di adulti che sono scappati dalle loro responsabilità e vogliono tornare piccoli e giocare, ma non sanno a che gioco giocare e quindi parlano, parlano, parlano senza divertirsi, con grande serietà, per capire a quale gioco sia meglio giocare.

3-3-2020

L’aver gridato «al lupo, al lupo!» un numero non esiguo di volte, senza che il lupo arrivasse, ha privato di credibilità ogni millenarismo, ogni profezia apocalittica, religiosa o laica, politica o scientifica che fosse. Oggi, che un certo lupo è arrivato, non possiamo ricorrere – per decenza storica – al consueto allarmismo apocalittico, l’unica volta in cui sarebbe forse davvero giustificato.

Medesimo discorso per l’aggettivo «epocale». Se ne è fatto un abuso così indecente in passato, che non possiamo più utilizzarlo ora che potrebbe non essere inappropriato farlo.

4-2

Stamattina, mentre mi recavo in macchina dai pavoni, ho visto un’autoambulanza sbucare dalla nebbia, il giallo fosforescente e il blu elettrico dei lampeggianti. Ho pensato a un racconto dove alcuni bambini, forse due, si appostano per gioco, nelle mattine di nebbia, dietro una recinzione stradale e aspettano il passaggio delle autoambulanze dirette al Pronto Soccorso, come l’unico divertimento rimasto.

5-2

Primo giorno di chiusura di scuole e università su tutto il territorio nazionale, causa epidemia/pandemia da corona virus. Nella storia italiana bisogna risalire al 1943-1944, per un provvedimento analogo. Siamo dunque in stato di guerra? Chi è l’occupante straniero? Nel 1943 quella che avvenne fu una guerra civile, oltre che una guerra di liberazione. Questa guerra è strana, il nemico si infiltra nelle nostre linee, diventiamo nemici a noi stessi, isoliamo noi stessi da noi stessi, e un alieno che venisse da un altro pianeta non capirebbe, penserebbe che stiamo giocando, come ai colloqui delle elementari, ma stavolta a un gioco ancor più incomprensibile, tutti mascherati, però.

13-3

C’è un epos tragico impastato di ridicolo nelle mascherine che si vedono aggirarsi nei corridoi e tra gli scaffali della coop.


Chiuse le chiese, i supermercati sono l’ultimo luogo di culto e di fede dove si celebri una liturgia.


Ho visto donne bellissime, o che mi sono immaginato bellissime, dietro alla mascherina, ed erano, con il volto mascherato, ancora più belle: la mascherina, nascondendo il volto e il riso, scopriva il loro corpo, le loro gambe nei blue jeans e i loro fianchi di una bellezza sovrannumeraria, disperata, radioattiva.


Visto un carro funebre guidato da un uomo con la mascherina.


Di tutti i riti magici che i bambini fanno, ce n’è uno che li riassume tutti: la rincorsa che prendono per tirare un calcio di rigore quando si gioca sul piazzale sotto casa. Più la rincorsa è lunga più la potenza del tiro aumenta. Su questa inconfutabile evidenza in un primo tempo il bambino si allontana dalla palla posata sull’immaginario dischetto al centro del piazzale fino a toccare la rete di recinzione con le spalle. Successivamente al primo tiro, il bambino comincia a prendere la rincorsa da ancora più lontano, facendo duplici e triplici giri, come un aborigeno che danza attorno al totem, attorno alle macchine parcheggiate nel piazzale. A questo punto il rito si sgancia dalla sua finalità originaria e diventa gioco esso stesso. O meglio, a questo punto il rito diviene quello di procrastinare il più possibile il momento del tiro, per aver più tempo utile al manifestarsi propizio del nume del calcio di rigore.  E così il bambino sparisce per interi minuti, sale le scale, entra in casa, giunge fino alla sua cameretta, e da lì, non visto, ma incrollabilmente persuaso di avere il nume affianco, comincia la rincorsa, si getta per le scale a rotta di collo verso il dischetto di rigore.


24-03

Oggi ha nevicato al mattino. Nessuno in strada, nessun bambino che giochi sulla neve. Però almeno stamattina l’isolamento domiciliare cui siamo tenuti sembrava obbedire ad una ragione più rassicurante.


25-3

Nell’ecatombe di questi giorni, l’isolamento degli infetti, il cordone sanitario attorno a vecchi e vecchie, alcuni dei quali fino a pochi giorni prima conducevano una vita normale ed erano autonomi, rende straziante il loro fine-vita. Questi fragili anziani, questi nostri vecchi, grandi invalidi con una lunga storia alle spalle, molti di loro ragazzini durante la seconda guerra, che all’improvviso si caricano di una potenza pericolosa da non poter essere avvicinati da nessuno. Che importanza, che onore si tributa loro! A parte qualche figlio amorevole ma indaffarato e qualche nipote, questi vecchi se ne stavano andando piano piano, in silenzio, e la loro durata era anche un aiuto economico, molte famiglie si sono rette sulle pensioni dei vecchi. E invece, ecco questo colpo di scena a sipario quasi abbassato. Al posto di un mesto e sparuto funerale cui nessuno degli astanti crede davvero, ecco questo sontuoso non-funerale, questa mobilitazione dell’esercito, per tenere distante financo il cadavere, qualcosa di radioattivo. Addetti alle onoranza funebri, mai tanto indaffarati come in questi giorni, provvedono alle salme con le mascherine, le lasciano con il pigiama con cui sono stati ricoverati, niente abito da cerimonia. Senza parenti presenti, senza figli, senza nipoti, questi nostri vecchi, che ci avevano affidato la guida del mondo, sono richiamati in servizio, sono sbattuti in prima linea, sono chiamati ad insegnarci come si muore nella gloria del vuoto e, a questo punto, probabilmente, di dio.

La patria è edificata sopra un cenotafio. Quelle bare che escono dal cimitero di Bergamo a bordo di camion dell’esercito sono i cenotafi dei nuovi militi ignoti dell’altare della nuova patria, se patria vi sarà. Non hanno musiche d’organo, ma il rumore dei vecchi motori diesel di quei camion militari (a parte la colonna sonora extradiegetica, lacrimosa, del servizio televisivo). Attorno a quelle bare non si leva il fumo dell’incenso, ma l’odore dell’amuchina.


Nei film, le intenzioni malvage del conducente di una macchina di lusso che inizia a muoversi sono tanto più spietate quanto più è lento quel movimento iniziale.


Non c’è niente da fare, quando porto la macchina a lavare, quelle rare volte, e benché si tratti ormai di una vecchia auto con non poche ammaccature, ho la sensazione che, in virtù di quella lustrazione esterna ed interna, la macchina sia immune da panne e, soprattutto, da incidenti.


26-3-20

Il primo ministro Giuseppe Conte ha parlato ieri, per la prima volta dall’inizio della pandemia, alla Camera dei deputati. L’effetto visivo era già tutto nei banchi vuoti, vuoti stavolta non per assenteismo parlamentare, ma per rispetto delle regole del distanziamento sociale: un deputato ogni tre banchi vuoti. Alcuni portavano la mascherina.


27 marzo

Benedizione urbi et orbi di papa Francesco dal sagrato della Basilica di San Pietro a Roma. Il fumo dei bracieri, che ricordano i tripodi antichi e fanno del papa un antico aruspice, le volute del fumo che ascendono al cielo, sullo sfondo la città degli uomini al crepuscolo, il fumo non solo veicolo di comunicazione tra l’uomo e dio, ma il fuoco che purifica, allontana le impurità e il morbo… Le campane di San Pietro a distesa, quando il papa si dirige verso il sagrato ostendendo il santissimo in direzione dell’urbe e si ode, confusa, la sirena di un’autoambulanza. Wagner non avrebbe saputo fare di meglio.


4-4-20

Il virus come colpa

Il virus come opportunità (fede)

Il virus come metafora

Il virus come festa

Il virus = dio


Vi ho dato il tempo di dotarvi della connessione veloce, detta fibra, per potervene restare a casa.

Ho aspettato che foste pronti.

Sono misericordioso. Vi risparmio pure i bambini.

Non era mai successo prima nella mia lunga carriera.

Più di così, divinamente parlando, non posso fare.

Sono ecumenico, globale, planetario.

A un certo punto, tempo fa, avevo sentito che qualcuno mi chiamava Google.

Ah ah ah ah!


Domanda: – Una nuova religione, di quelle che appaiono ogni duemila anni?

Risposta: – […]

D.: – Con nuovi dogmi, nuovi altari, nuovi martiri, nuovi santi, nuovi sacerdoti, un nuovo libro?

R: – […]

D.: – Con nuove inquisizioni, nuove persecuzioni?

R.: – […]

D.: – Solo un dio ci può salvare?

R.: – […]

D.: – Possiamo pensare allora a una nuova etica della rinuncia, meglio, a una nuova estetica della rinuncia, avere meno del mio prossimo come atto artistico?

R.: – Già visto, non funziona, funkzioniert nicht.

D.: – E allora invertire i termini, allargare la forbice della disuguaglianza, fine dell’universalismo, un nuovo medioevo, i pochi nel lusso e i molti nella miseria, il piano della salvezza che si inclina?

R.: – Già più interessante.

D.: – Si vergognerebbero?

R.: – Chi?

D.: – I pochi.

R.: – No.

D.: – I molti?

R.: – […]

D.: – Da quale parte staresti?

R.: – Ah ah ah ah.


Stato d’eccezione.

Papillon ricorda una cosa: durante l’evasione dal bagno penale con una barchetta insieme ad altri due o tre evasi, una quantità di acqua potabile e di viveri limitata, c’era questa regola assoluta: vietato lamentarsi di sete o di fame. Chi lo avesse fatto, subito buttato a mare, ai pescicani. La legge marziale trova la ciurma concorde. Agamben in questo non ha compreso.


6-4

Bambini 1

Da quando la scuola è chiusa, cioè da un mese, R., seconda elementare, non ha più visto, se non nella video lezione, il suo compagnetto del cuore, C.

Stamattina gli ho chiesto: – E C.?

E R., scrollando le spalle: – Boh.

I bambini fanno pensare agli elettroni: se stanno nella stessa orbita girano felici insieme (sebbene in fondo ognuno per cazzi suoi); se però uno fa un salto quantico, nessuna nostalgia di covalenza, nessun rimpianto.


Bambini 2

I bambini hanno un modo dissimulato di chiedere aiuto. Entrano nella stanza, ti chiedono cosa stai leggendo, si interessano al tuo mondo. Non ti dicono che hanno avuto paura di andare in bagno da soli, nel sottoscala, a fare pipì.


Domenica delle palme. Messa dalla basilica di San Pietro. Ci sarebbe da chiedersi quale effetto ulteriormente dirompente produrrebbe il papa che celebra i riti pasquali con la mascherina chirurgica. Dubito non ci abbiano pensato i curatori dell’immagine del pontefice. Quando il papa fa visita ai minatori si mette il caso i testa. Woytila, ricevendo in udienza gli aborigeni, si mise il copricapo di piume.

Il problema non sarebbe il ridicolo. Semmai quello opposto. I fedeli penserebbero che il papa è malato, o che il virus è penetrato anche nel cuore della cristianità…

Ci sarebbe da chiedersi se qualche coppia celebre non abbia pensato di ritrarsi al cellulare mentre si unisce carnalmente indossando, entrambi, la mascherina chirurgica. Se fosse ancora in vita, Ulay potrebbe fare una performance strepitosa con Marina.


In futuro, in un futuro molto prossimo, le mascherine saranno oggetto di pubblicità progresso, come i preservativi all’epoca dell’AIDS.


Sembrerà strano, ma la auto-proclamata scientificità del materialismo storico dialettico si è appellata, in prima e ultima istanza, a potenze dell’aria piuttosto immateriali e assai poco dialettiche: all’origine era lo spettro che si aggirava per l’Europa, ora è il virus che si propaga per il mondo.

Nella Weltanschaung anti-capitalista c’è, alla base, un atto di fede: il capitalismo è così venefico che secerne dal suo interno il veleno che lo farà perire. Nessuna possibilità immunitaria. Ché anzi, le più recenti autopsie parlano del capitalismo come di un sistema auto-immune.

Due dei più noti filosofi comunisti al momento viventi, uno francese, l’altro sloveno, si sono voluti pronunciare sul virus. Il francese ha analizzato con animo non perturbato e commosso, ma con mente pura, ed ha statuito non essere COVID-19 comunista. Da esso, argomenta il filosofo comunista francese, non c’è da attendersi verun abbattimento del capitalismo. Il vecchio comunista francese ha voluto riconoscere al capitalismo l’onore delle armi. Il capitalismo lo si abbatte, se lo si abbatte, combattendolo vis-à-vis, non giubilando perché un agente patogeno segreto lo pugnala alle spalle, al polmone. Il filosofo d’oltralpe, come ogni intellettuale-sacerdote francese nei momenti di pericolo mortale per la République, si unisce e fa quadrato attorno a monsieur le Président.

Il filosofo comunista sloveno, al contrario, non sta nei suoi panni dall’eccitazione. In ogni suo intervento successivo all’esplodere della pandemia, espletata la costernazione di rito, egli vede nel virus il germe di un futuro – nuovo, si intende – comunismo. Da quando poi gli U.S.A sono il paese più colpito dal virus, egli trattiene a stento il suo giubilo, perché la pandemia fa strame e strage soprattutto nelle società ultra capitalistiche e turbo liberiste, che hanno raso al suolo il welfare. Il virus mette a nudo la fragilità strutturale di quei sistemi, e premia di converso quelli che invece hanno tenuta accesa la fiammella del welfare, la solidarietà sociale e un minimo comun denominatore di comunismo (nuovo).

Sebbene non lo dica, il filosofo comunista sloveno ritiene che il virus sia quel veleno che il capitalismo ha finito con il secernere dal suo interno per la propria auto-estinzione. Non la può dire, questa cosa, perché purtroppo il virus sembra sia partito, nel suo aggirarsi come uno spettro nel pianeta, dall’unico paese comunista rimasto sulla faccia della terra.

Non la può dire, ma si capisce che per lui il virus è un alleato tattico, un agente provocatore che serve a far uscire allo scoperto le magagne del capitalismo, per accelerarne il superamento, in vista di una nuova solidarietà umana, di una nuova umanità. Grazie al virus, non alla lotta di classe.

Senza categoria

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: