On reading, on talking, on writing

Davvero scrivere è un’anomalia, una malattia e una (forse) terapia.

Conosco una persona che nell’atto in cui legge esprime, seduta stante, la sua impressione; è agile nella conversazione, prontissima di battuta. Ė l’erede della tradizione orale, oracolare.

Io ho bisogno di prendere appunti, devo ricostruire a posteriori, e con fatica, la mia impressione primaria di lettura, nella conversazione sono un impedito, scrivo dialoghi per confezionare ordigni di risposte che non ho saputo far esplodere a tempo debito.

A questo punto della riflessione, è indubbio che la pagina scritta sia una specie di panchina, le righe della pagina la corsia dove mi alleno e riscaldo per entrare in campo.

La persona che conosco è già in campo, è in campo dal primo minuto. Un pomeriggio in cui entrambi eravamo intenti alla lettura, ho provato a convincerla sull’utilità di non esplicitare in maniera immediata le impressioni. Come fosse più ripagante trattenersi tutto dentro, rispettare i tempi di gestazione, ed aspettare poi a tempo debito un’opinione più ponderata, più dirozzata.

La persona che conosco ha interrotto la sua esternazione in presa diretta, mi ha dato, non del tutto persuasa, ragione, ma ha detto che non è abituata a scrivere.

– Registra i tuoi ragionamenti in messaggi vocali, le ho detto.

Stasera eravamo a cena con amici. La persona che conosco ha intrattenuto oralmente, brillantemente, gli invitati.

Io ho scritto questa nota.

Temo che alla base vi sia uno scontro dell’eternità, o delle eternità.

La persona che conosco brucia nell’istante presente l’eternità. Non si fida dell’eternità.

Io non mi fido dell’istante presente, e mi affido all’eternità.

Che vi sia, adombrato sotto questo conflitto, uno scontro di civiltà tra paganesimo (hic et nunc) e cristianesimo (l’aldilà)? Tra femminile e maschile? Tra matriarcato e patriarcato?

Non lo so. Il mio disagio nella conversazione è eterno; come è eterno il senso di frustrazione che prova la persona che conosco per non saper prendere appunti.

Effimera è la sua dedizione all’istante presente; come effimera è la mia propensione alla storia futura. Alla panchina. Alla malattia. Alla terapia.

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Che cos’è la letteratura.

Se dovessi dirlo con un’immagine, la letteratura è un ponte crollato.

Una ragazzina che scopre la bellezza del manga giapponese e vorrebbe farne partecipe il nonno che legge Il corriere della sera. Questo è un ponte crollato, in questi paraggi si aggira la letteratura.

Un universitario che scrive di nascosto poesie sulla morte e vorrebbe farne partecipe il padre, agente di commercio.

Una casalinga che legge Proust e vorrebbe farne partecipe la suocera, mentre le fa i bigodini.

La letteratura è la bellezza della lettura che si è scoperta da soli e che è talmente dirompente che vorrebbe con urgenza trasmettersi alle persone più lontane, più vicine e più lontane, ma ciò è un azzardo troppo rischioso, troppo probabile il fallimento, la letteratura è solitudine di ritorno, è un ponte che è crollato ancora prima di essere collaudato.

La letteratura è un giovane liceale, figlio di contadini, che legge Rimbaud e ne parla alla madre quando rientra al tramonto dall’aia, dove ha governato le bestie, e la madre gli dice: – Non ti far sentire da tuo padre!

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Frugare nell’anima degli altri.

La prima volta che venne a casa mia e vide la mia libreria, notai che cessò quasi di interessarsi a me e dedicò tutta la sua concentrazione, tutta la sua estatica contemplazione ai libri, alle file dei libri sugli scaffali. Ne prendeva in mano qualcuno, dava una rapida occhiata alla quarta di copertina, lo riponeva al posto, scorreva con il dito indice la costa dei libri, come farebbe un inesperto sui tasti del pianoforte.

– Li hai letti tutti?

Una persona che ama vuole impiantarsi nell’anima dell’amato o dell’amata. Fino a qualche decennio fa, e per secoli, c’è stato un modo, una via regia, per farlo: leggere i libri che ha letto la persona amata.

Oggi non so, e non so se si abbia ancora questa affezione verso l’amato o l’amata.

Fu questa considerazione, e questo ricordo, a spingermi nell’impresa folle che conduco da anni. Leggere o rileggere tutti i libri della libreria di X, per trovare il passo, la pagina, la frase che lo ha fatto impazzire, che lo ha allontanato da me. Mi sono convinto che in una certa pagina (ma quale? e di quale libro?) ci sia il maleficio.

Ė, la mia, questa mia, un’impresa disperata, lo so. Ho pensato che sia simile al caso di una prostituta che, per redimersi dalla sua condizione, abbia un’unica possibilità: riandare con la memoria a tutti i suoi clienti, e a tutte le occasioni di meretricio, per trovare quella dove è avvenuto l’incontro che può salvarla.

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Come la morte, anche la letteratura è in definitiva una faccenda solitaria. Davanti alla bellezza della letteratura si è in definitiva soli, come si è soli davanti alla solennità della morte.

Ė per questo che la celebrità e il successo letterario girano a vuoto, come un non-senso o una contradizione in termini; analogamente al successo o alla celebrità nella morte, dove, per aggiunta, possiamo cogliere anche il ridicolo e la farsa, cosa che potrebbe non essere còlta quando uno scrittore vince un premio.

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Il Fisco dell’anima.

Vessati dal Fisco in quelle epoche di penuria, chiamate anche recessione, i commercianti si erano alla fine rivolti a chi sapeva tenere a mente i calcoli. Ogni bigliettino, infatti, ogni appunto, il benché minimo lacerto scritto, se scovato dagli intendenti, significava per il commerciante la rovina.

Chi era che sapeva tenere a mente i calcoli, i crediti e i debiti? I ragionieri.

Ma i ragionieri erano sospetti. E così venne in mente a un commerciante di assoldare un poeta, un cantore epico, di quelli che sanno a memoria l’Iliade o L’Orlando furioso. Altri commercianti vessati seguirono l’esempio. I poeti divennero i depositari dei conti in nero. Il fisco cominciò ad avere sospetti, ma non c’erano prove. Gli intendenti seguivano nelle ultime file i reading dei poeti epici, attenti a carpire qualunque minimo riferimento a numeri che si nascondessero tra i versi e le rime. Era nato un nuovo Dipartimento della Fiscalità Generale: il Fisco dell’anima.

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1 Comment Lascia un commento

  1. “Che vi sia, adombrato sotto questo conflitto, uno scontro di civiltà tra paganesimo (hic et nunc) e cristianesimo (l’aldilà)? Tra femminile e maschile? Tra matriarcato e patriarcato?”
    Non credo 🙂

    "Mi piace"

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