2 novembre

Dagli antri librari ieri mi è venuto sulle mani un libretto che non ricordavo di aver mai visto prima. Si tratta di una plaquette di poesie, Poesie al ciclostile. Il nome, anzi il cognome di uno dei due autori mi ha acceso una lampadina. Ho mandato una mail, con la foto della copertina, a R. Il quale, prontamente, mi ha risposto che «no, non ricordo nulla di questa edizione, comunque bella, che ha il fascino delle cantine o delle soffitte. Insieme al concitar della CIA, anche Rainer Maria.» L’autore, invece, lo conosce, è il fratello maggiore di un suo amico di vecchia data, attore e regista teatrale, «prof di xxx, collaboratore di una rivista (forse ancora stampata al ciclostile, e comunque collegata a il manifesto, ndr), poeta. Persona compita e riservata, mite amico del poetare xxx, anche migrée (Sandro Penna). Ebbe strazio nell’età matura: perse un figlio […]».

La porta della plaquette reca una dedica autografa: «A Rosi, grato per tante cose / grato per l’amicizia / ed ora grato per ogni / minuto di lettura.» Segue la firma, il luogo e la data, yyy, Gennaio 68.

Rosi fu mia zia, sorella minore di mia madre. Morta in un orribile incidente stradale la notte della Befana del 1976 (otto gennai dopo quella dedica).

Ho sfogliato la plaquette. Una poesia si intitola 2 Novembre: «Io non ho / morti da piangere / non so dove deporre / il mazzo dei crisantemi / e mentre, estraneo / passo tra file di cipressi / e bianchi marmi / sparsi di ceri, / vedo i campi bui / della Siberia, / d’Hiroshima o di Auschwitz: / campi di cenere / su cui recita salmi / il vento che geme / nel filo spinato. […]»

Non è una bellissima poesia, ma, se poniamo mente all’epoca in cui fu scritta e pubblicata in ciclostile, che fu l’epoca del «concitar della CIA» e della malattia verbale del marxismo, va ad essa riconosciuta una sua – seppur gracile – limpidezza e semplicità di canto. Nessuna poesia, neppure la più bella del mondo, neppure Rilke, se la strappiamo dal suo contesto originario e dalla malattia dell’epoca, mantiene il proprio vigore; ovvero, ribaltando i termini, solo le grandi poesie riescono a sopravvivere integre quando sono strappate dal loro contesto originario, dalla malattia che intesero contrastare.

Non è una bellissima poesia, 2 Novembre, ma è commuovente, se si pensa che in quell’epoca di slogan e cortei andare al cimitero era una forma di deviazionismo culturale. Certo il poeta pensa non ai lutti privati, ma alle ecatombi collettive.

Ho letto 2 Novembre dopo aver appreso dello strazio che il poeta ebbe nella sua età matura ed il disporre di una informazione – chiamiamola così – che il poeta, nella sua giovane età (ancora) non possiede mentre si aggira tra le tombe senza (ancora) sapere dove deporre il mazzo dei crisantemi mi ha insignorito di una sorta di supercoscienza retroattiva, del potere infame del fato; ma questa onniscienza è durata poco, il tempo di afferrare qualcosa di diverso, che ha a che fare, forse, con l’essenza stessa della Poesia. Ogni poesia è vera e falsa allo stesso tempo. «Aber Lebendige machen / alle den Fehler, daß sie zu stark unterscheiden […]».[1] Anche – soprattutto – i poeti errano. Ed errano perché, nella loro generosità, nel loro spogliarsi dell’egoismo privato, scoprono un fianco, il loro capotto è un cappotto troppo corto che non ripara dalle intemperie: pensano di abbracciare il mondo nella sua interezza e non scorgono alle spalle l’artiglio che gli strazierà il cuore.

Ma – ed ecco forse il punto essenziale – consentono i poeti a me, al lettore che legge 2 Novembre, oggi 15 giugno[2], di comprendere lo statuto fragile, precario e transeunte del poetare; e, ancor più, di dotarmi di quella supercoscienza prima felice e poi infelice che rivolgo, non più alle spalle del giovane poeta (ancora) ignaro che si aggira tra le tombe, ma alle mie spalle, tremando, perché ho un figlio di otto anni e scrivo anche io qualcosa che vorrebbe essere poesia. E la cecità di quel giovane poeta tra le tombe è anche la mia cecità, e sono fratello di quel giovane poeta. La poesia, ecco il punto, è affratellamento a distanza nel tempo e nello spazio delle epoche e delle malattie.

Nonostante i miei studi giuridici, o forse proprio per scappare da essi, all’epoca in cui ero universitario seguivo le iniziative di un circolo poetico di cui Rainer Maria Cremonte era, credo, uno degli animatori. Ricordo quando Franco Fortini venne ospite alla sala dei Notari, il 15 maggio 1992. Lo intervistava Rainer Maria. Mi piaceva molto quel suo modo pacato, gentile e profondamente mite, di parlare di poesia e intervistare il papa dei comunisti. Un uomo alto, massiccio anche, che, se avesse fatto il portuale a Danzica, avrebbe estrinsecato una forza enorme, e che aveva convertito in dolcezza tutta quella enorme massa muscolare. Dicono che anche Majakovskij fosse un gigante, e la penna scomparisse tra le sue grandi mani. Quel 15 maggio 1992 non sapevo che il mite intervistatore avesse conosciuto, e fosse stato amico di mia zia Rosi. C’era una supercoscienza attiva su di me, che stavolta ero però io ad ignorare. È assai probabile che Rainer Maria sia stato presente al funerale di mia zia, in quel tetro funeriggio di gennaio, e che abbia portato non un mazzo di crisantemi ma una bandiera rossa con la falce e il martello. C’era, fuori dai cancelli, una foresta di bandiere rosse, che mia nonna, la madre monarchica della figlia marxista, aveva proibito entrassero dentro il cimitero.

C’è una poesia semplice e bella, in questa raccolta che ha il fascino delle cantine o delle soffitte. Ed è bella perché qui, davvero, la malattia verbale del marxismo è interamente guarita. È dedicata a un bambino uscito dall’infanzia, al fratello minore del poeta, a Danilo, l’amico di R., da cui tutto questo ragionamento ha preso le mosse.

AL MIO DANILO

Nelle fiabe / che ti narravo / Danilo / viene sempre / la fata / l’eroe che tutto risolve // Non scordare / gioca col lazo / nelle praterie del cuore / continua a fare l’eroe / almeno per me.


[1] Rainer Maria Rilke, Duineser Elegien, Elegie Duinesi, Einaudi, 1978, Prima Elegia, tr. It. Enrico e Igea De Portu. «[…] Ma i vivi errano, tutti, / ché troppo netto distinguono […]».

[2] Questo testo è stato redatto in detta data.

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