Sunt res consequentia nominum?

Si diceva una volta che i nomi vengono dopo le cose (nomina sunt consequentia rerum). E se invece fosse vera, almeno in parte, anche la reciproca? In non pochi casi il successo nella realtà (res) di alcune persone celebri[1] è ascrivibile, in una certa misura, al fortuito e fortunato (cog)nome (nomen). I nomi e i cognomi, come i numeri, sono magici.

In una ideale gerarchia di adeguatezza tra nome e destino personale, il primo posto spetta di diritto a Michel de Montaigne, per brevità e bellezza, semplicemente, Montaigne, il grande libero pensatore francese. Non credo sia possibile concepire un cognome più bello e più calzante per un pensatore appartato, aristocratico, sereno, libero, appunto, come liberi si è solo sulle montagne. Se si fosse chiamato, per fare un esempio, Michel Platini, altra celebrità su altro terreno di gioco, forse il suo pensiero non sarebbe stato recepito, nei secoli successivi, con la medesima aria di sovrana altezza, tipica delle montagne.

I nomi più belli e magnificamente adeguati sono quelli dei pittori della tradizione italiana, anche perché qui si ha la fusione, in unico significante, del nome e del cognome. Il Sodoma. Il Guercino. Il Ghirlandaio. Tintoretto. Bramante. Giorgione. Il Pollaiolo. Beato Angelico.

Una sopravvivenza novecentesca di ciò si ha in Paladino (Mimmo, abbreviativo di Domenico, che rimanda al Dominus, al Signore). In effetti Mimmo, controcorrente rispetto all’ateismo dominante nell’arte contemporanea, è un paladino della fede. Difende e onora il Signore.

La Chiesa non è da meno, naturalmente. I primi seguaci di Gesù non possono chiamarsi Mario Rossi. Gli evangelisti si chiamano Matteo, Luca, Marco e Giovanni. Stop. Niente cognomi, niente appellativi. I teologi sanno chi era stato un uomo d’affari, chi un medico, prima di convertirsi. Ma per il popolo di Cristo essi sono al tempo stesso familiari e mitici, eterni, immortali. Si tratta di nomi semplici e memorabili, che si imprimono nella mente, come quelli degli amici più cari. Non possono non dirci la verità, possiamo e dobbiamo fidarci di loro, perché li conosciamo o ci sembra di conoscerli da sempre. Su questa linea si innesta la tradizione della Chiesa cattolica, che impone che il cardinale eletto al soglio pontificio esca dal conclave con un nuovo nome. Unico: Francesco. O, al massimo, bino: Giovanni Paolo: una potenza di fuoco evangelica ed apostolica.

Venendo alla letteratura, vogliamo tacere del più bel cognome di poeta italiano? Qui il primato, e non solo nominalistico, spetta senza alcun dubbio a Leopardi.

Segue Foscolo, in quel fosco c’è un mondo di tenebre e di passioni oscure. Il Romanticismo alle porte.

Al cospetto Manzoni, con questo cognome a metà tra l’allevamento e la carne in scatola, fa la figura di Francesco Pancetta.[2]

Pascoli ci sta: un po’ sotto Montaigne, si muove nel bucolico. Carducci poverino, come Marqucci. L’Ariosto si fa arrosto con l’aoristo.

Il cognome del vate è, duole dirlo, geniale. D’Annunzio incorpora in sé la funzione mercuriale, annunciatoria, divinatoria della poesia. Si tratta quasi sicuramente di un falso, di un fake, come si direbbe e si dice oggidì.[3]

Philip K. Dick ha un cognome del cazzo.[4] Anche qui non sapremo quanto la sua non piccola fortuna sia disgiungibile dal suo imbarazzante cognome.

Il più celebre personaggio femminile della letteratura di ogni tempo, Madame Bovary, suonerebbe in italiano Signora Vaccàri. Non sottovalutiamo le sottigliezze onomastiche e tragicamente ironiche di Flaubert, che conosceva la nostra lingua.

Manganelli è sia il cognome di uno scrittore ilarotragico sia quello del capo della polizia. Qui i conti non tornano. L’eccezione che conferma la regola.

In filosofia il primato spetta a Ugo Spirito. Come nome per un pensatore, batte tutti gli altri, dopo Montaigne, beninteso.

Emanuele Severino non è male. Per un metafisico la severità non è mai troppa.

Tra le archistar il primato ce l’ha Renzo Piano. In questo cognome così semplice ed autoevidente i contorcimenti delle linee architettoniche, cui il novecento ci ha abituati e condannati, trovano pace ed equilibrio. Nulla da eccepire. Vuoi mettere con un Aldo Rossi qualunque?

Un discorso, o una celebrazione a parte, merita il cognome Cantor, anche nella grafia Kantor. Il «canto» come radice di potenza semantica si addice meravigliosamente ad un artista e regista teatrale come è stato il polacco Tadeus Kantor (cos’è il teatro se non il canto del corpo?); qualche apparente difficoltà si ha con George Cantor,  il matematico tedesco, padre della teoria degli insiemi. Qui ci potrebbe soccorrere l’etimo secondaria, quella di «conto», dal lat. computare, da cui l’angl. count, account. Sarebbe perfetto, ma deludente. Cantor, il matematico, comprese che i suoi insiemi infiniti esplodevano in un qualcosa che non poteva non essere nel grembo di Dio, ovvero in un immenso silenzio, in uno sterminato niente, in una notte più vasta degli tutti gli insiemi infiniti. In un certo senso, ha elevato un inno a questa inimmaginabile ed incalcolabile accoglienza. Un matematico più cantore di così non si trova. Per inciso, Kant non è male, non ci avevo pensato.

Il migliore dei nomi tra i dittatori resta quello di Castro (crasi del verbo castrare e del sostantivo latino castrum, accampamento militare: tutto un vasto programma).

Una menzione particolare, quanto a governanti, merita Pipino il Breve, che ha fatto ridere intere generazioni di studenti: ce lo aveva piccolo o durava poco? Resta l’unico re dei Franchi che si ricordi, dopo Carlo Magno. Un merito non piccolo, seppur breve.

E i Borgia, che altro avrebbero potuto fare se non darsi all’orgia?

Pochi sanno che Hitler non è il cognome con il quale Adolfino è stato iscritto all’anagrafe. Stalin (Acciaio) è un nick name. Uno dei generali di Hitler si chiamava Von Paulus, il Feldmaresciallo Von Paulus, un Von, un nobile. Un cognome di palese origine latina nel cuore del terzo Reich, la storia di Von Paulus è incredibile.[5]

Il secolo breve è iniziato con l’attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando. Oltre ad un erede al trono, il gesto di Gavrilo Princip[6]spazza via dalla storia contemporanea la possibilità stessa di un nome lungo, ridondante, borbonico, da associare ai re, ai capi di stato, ai tiranni.

Franco, Mao, Pol Pot (che in italiano suona un po’ come una polpettona…), Putin sono tutti nomi brevi. Tutti epigoni di Pipino. La brevità del secolo è anche rapidità dei mezzi di comunicazione, a cominciare dalla radio per finire con internet.

Si può procedere all’infinito nella ricognizione del potere magico dei cognomi e dei nomi. Il lettore di questo blog potrà divertirsi, e scoprire cose bizzarre.

Io, personalmente, tra le tante combinazioni di nome e cognome che ho passato in rassegna ritengo di aver individuato quella, almeno allo stato attuale dei lavori, perfetta. Essa è detenuta non da un artista, non da uno scrittore, non da un santo, non da un dittatore ma da un pilota, anzi, dal Pilota per eccellenza di Formula 1. Sto parlando, naturalmente, di Nicky Lauda. Il nome, Nicky, è la modernità: nel nome c’è la rapidità, lo scatto fulmineo che salta in un baleno da una “i” all’altra, che è una ipsilon. Il cognome, Lauda, è il simbolo eterno.

Generalmente parlando, nel nome che i genitori impongono c’è un auspicio, una parenèsi (che non è una parèsi), un ottativo, un desiderio di realizzazione, mai o quasi mai una lode, che, all’atto dell’imposizione, verrebbe ad assumere i connotati di un ringraziamento anticipato. Si ringrazia alla fine della festa, non prima che essa cominci. Nel cognome, ineluttabilmente ereditario, batte, invece, come nella quinta sinfonia di Beethoven, il destino di ciascuno.

Nicky ha avuto in sorte, nella velocità del nome, questo freno del cognome. Una lode che resta anche dopo l’impatto, l’incendio e il volto bendato, come quello di un ferito di guerra, di un fantasma e di una mummia egizia. Ciò nonostante Nicky loda e ringrazia. Si rialza dalle proprie ceneri e spicca il volo, nell’ampio firmamento. Vola veloce, a mille metri di quota, nell’immota postura della lode, della lauda, medievale, eterna.

Nicky the Best.

_______________

[1] Qui ci si riferisce alla celebrità in senso neutrale, non morale, tanto nel bene che, come vedremo, nel male.

[2] Traduzione italiana di Francis Bacon, il celebre pittore irlandese. Qui la celebrità sprofonda nel mistero. Uno dei pittori più tormentati del secolo scorso, secolo che di artisti tormentati non è stato avaro, porta un cognome così comune, così mangereccio, così trasudante breakfast…

[3] L’invenzione dell’olio di ricino come arma (la prosecuzione della lotta politica con altri mezzi) è sua, come sua è anche quella, meno invasiva e più super partes, del nome del profilattico Hatu. Hatu è la crasi di Habemus tutorem. Se non siamo al cospetto del genio, poco ci manca.

[4] Traduzione italiana del lemma “dick”. Filippo Cazzullo? Non sarà allora un caso se uno dei romanzi non science fiction di Dick, e vagamente autobiografico, si intitoli Confessioni di un artista di merda (Confessions of a Crap Artist).

[5] Comandante della Sesta Armata tedesca, assediante di Stalingrado, poi accerchiato dall’Armata Rossa, abbandonato da Hitler, decide di arrendersi, per salvare la vita – almeno al momento – di qualche migliaio di suoi soldati. Emmanuel Carrère (Limonov, p. 35, Gli Adelphi) dice che l’alto comando tedesco propose uno scambio di prigionieri: il figlio di Stalin, il tenente Jacov Džugašvili, caduto prigioniero dei tedeschi e, appunto, il feldmaresciallo Von Paulus. Stalin, riporta Carrère, sarebbe stato autore di un gesto degno di Plutarco: rispose altero che non scambiava un feldmaresciallo con un semplice tenente. Jacov si suicidò gettandosi contro il filo spinato elettrificato del campo di concentramento.

Le cose in verità non andarono proprio così. Stalin odiava il figlio, e non mostrò verso di lui nessuna comprensione, già da molto prima che fosse catturato dai tedeschi, cosa per Stalin più ignominiosa della morte sul campo di battaglia. (Luigi Zoja, Paranoia. La Follia che fa la Storia, Bollati Boringhieri). Hitler abbandonò Von Paulus a se stesso lasciandolo senza rifornimenti e, una volta che questi si arrese consegnandosi ai Russi, perseguitò la moglie e il figlio del traditore. Vatti a fidare dei nobili. (Un altro nobile, il colonnello Claus von Stauffenberg, fu il regista del fallito attentato ad Hitler del 20 luglio 1944. Operazione Valchiria.) Von Paulus, e qui la storia sale di livello, diventa comunista, farà conferenze nell’immediato dopo guerra perorando la causa del Patto di Varsavia. Non farà più ritorno in Germania dell’Ovest, non rivedrà più l’amata moglie Coca: la Gestapo propose a quest’ultima o di di divorziare dal marito traditore o di suicidarsi, unico modo per salvare il suo onore. Coca aveva rifiutato ed era stata internata in un campo di concentramento. Morirà nel 1947, senza che i due si siano mai più rivisti. (William T. Vollman, Europe central, Mondadori, pp. 418 sgg.). Una storia del genere non poteva capitare se non a uno il cui cognome è Von Paulus, non Schumacher. Dei quattro protagonisti di questa dolorosa vicenda Von Paulus sarà quello a morire per ultimo. Il suo cognome lo ha protetto più dei falsi nomi, e di quello – comune – del figlio di Stalin.

[6] E qui il cognome Princip rivela tutto un destino di rivalsa e di desiderio mimetico. Come si dice poco sotto, e qui è più che mai lampante, nel cognome batte il destino.

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