La ragazza definitiva, Castelvecchi e le suore

Fiera del libro di Torino 2007. Venerdì 11 maggio, ore 20:30, Spazio autori Caligaris A. Presentazione del libro La ragazza definitiva di Gisy Scerman, Castelvecchi Editore.

L. ed io ci sediamo in postazione piuttosto arretrata, per svignarcela più agevolmente se opportuno.

Alle 20:37, presenti nove persone tra il pubblico, Alberto Castelvecchi, di nero vestito, prende il microfono e presenta la presentatrice del libro, poi l’autrice dello stesso, facendo capire subito che il vero protagonista dell’incontro è lui, Alberto Castelvecchi, l’Editore.

Ma, come vedremo, si sbaglierà. Almeno per quanto concerne me e L.

Castelvecchi apre illustrando le linee guida editoriali della omonima casa editrice: la ricerca di tutto ciò che è eccentrico, irregolare, marginale è il faro verso cui sempre ha navigato e naviga la casa editrice. La letteratura del brutto rappresenta uno degli esiti più alti di questa ricerca, la quale peraltro può vantare padri fondatori del calibro di Baudelaire e di Céline. In questo quadro si inserisce a pieno titolo Gisela, Gisy per gli amici, Scerman.

– Per introdurre la quale – dice Castelvecchi – cederei la parola a […], giornalista de Il resto del Carlino.

Qui francamente si fa fatica a rammentare quello che la giovane giornalista ha detto, se non parole come fetish, bondage, sadomaso. Temi questi di cui – assicura la presentatrice – trasuda il libro di Gisy, libro crudelissimo che non risparmia nessuno, né gli uomini né le donne ma neppure la protagonista stessa, alter ego dell’autrice.

La quale annuisce con un sorrisetto.

Non ho detto come è vestita l’autrice.

Lo dico mentre arriva il suo turno di parlare, e mentre mette subito in chiaro che le pratiche estreme descritte nel suo libro sono tutte farina del suo sacco, frutto della sua personale esperienza di modella fetish. Conoscenza diretta, insomma, e non di seconda mano.

– Questo non significa necessariamente che ancora oggi – prosegue l’autrice – io continui in quelle pratiche, tanto più che ormai è diventato trendy parlarne nei salotti borghesi, e forse anche farle…

Come è vestita Gisy?

A metà strada tra la contadinotta tirolese, di quelle che servono i boccali di birra a Monaco di Baviera, e una ragazza provocante di un college inglese. Manicotti di camicia corti, con gli svolazzi. Il massimo del fetish, evidentemente, o più esattamente, del post-fetish.

Riprende in mano il microfono Alberto Castelvecchi. Per vivacizzare un po’ la poco elettrizzata e affollata platea, ci va giù pesante.

– Senti, Gisy, tu lo sai che gira questa voce, che se una ragazza vuole pubblicare con me prima me la deve dare. Vorrei da te una pubblica smentita, proprio da te che sei una scrittrice che mi ha sedotto anche personalmente, nella mia sensibilità, nel mio gusto estetico.

Anche Castelvecchi ha una sua sensibilità, dunque.

– Non smentisco affatto, sono io che ho chiesto se potevo dartela, e tu hai accettato.

– Ma non mettere in giro queste cose, per favore…-, ribatte Alberto visibilmente compiaciuto.

– Ma dai, scherzavo, lo sanno tutti che sei gay! (pronuncia con la «e» chiusa).

Sotto i riflettori della XX edizione della Fiera del libro Castelvecchi è raggiante, un imperatore vezzeggiato dalle sue ancelle. Il protagonista assoluto.

Quando d’improvviso qualcosa interviene a strappargli il primato.

Due suore anziane e due consorelle altrettanto anziane si inseriscono dall’ala laterale destra dello spazio letterario per andarsi a sedere dall’altro lato in seconda fila.

Momento di incredulità dal palco, accentuato dalla maggiore spigliatezza con la quale gli oratori cercano platealmente di fare finta di niente.

Le suore e le consorelle sedute in seconda fila sono invece lo specchio della imperturbabilità. Le prime con il velo blu sul capo, le seconde con il capo canuto non accennano la minima mossa.

Alberto Castelvecchi mantiene il saldo controllo, e rilancia la partita.

– Dice Oscar Wilde che gli uomini parlano con le donne per andarci a letto, mentre le donne vanno a letto con gli uomini per poterci parlare. È anche il tuo parere, Gisy? Ed è vero per te che ogni maschio esplicitamente o implicitamente la chiede sempre?

Né i veli blu né le canizie sembrano fare la benché minima mossa.

Gisy risponde con alcuni gridolini e alcuni distinguo. La giornalista presentatrice, un po’ in disparte quantunque al centro del palco, cerca una qualche visibilità, e non trova di meglio che dire che lei non è così fortunata (o troia?) come Gisy, a lei non è mai capitato di essere considerata soltanto come oggetto del desiderio. E poi ritorna al libro.

– Tu scrivi (e cita la pagina) che il tuo obiettivo era sfondare senza essere sfondata… Sei ancora di questo avviso?

Colpo di scena. Mentre Gisy replica che il suo obiettivo resta comunque e sempre quello di scegliere da chi eventualmente farsi sfondare, dal lato destro del parterre sopraggiunge una anziana diacona che apostrofa, gridando sotto voce, le suore e consorelle sedute tetragone in seconda fila:

– Non è qui, vi siete sbagliate!

Come molle, le anziane religiose scattano in piedi all’unisono, e in fila indiana abbandonano la ragazza definitiva, il fetish e il sacerdote della cerimonia, Alberto Castelvecchi.

L. ed io crepiamo dal ridere, ma in fondo siamo dispiaciuti perché la presenza delle suore aveva dato brio alla noiosa conversazione fetish.

La presentazione si conclude con la lettura di quello che viene annunciato come un assaggio del contenuto hard del libro… e che si rivela una pagina – pure ben scritta, di sapore tondelliano – che parla di un certo Bepi, che è il filosofo del paese, e che in dialetto veneto dice: «Quanti vuto che savesse cosa xe un’aporia in tutto il Veneto? Puchi de sicuro: mi, Cacciari e alti du, tri» («Quanti vuoi che sappiano cos’è un’aporia in Veneto? Pochi di sicuro: io, Cacciari e altri due o tre.»)

Simpatici questi feticisti.

Riconsiderando la feccenda (sic) a freddo, L. e io abbiamo concluso che Castelvecchi e le sue ancelle hanno tradito un certo imbarazzo davanti alle suore. Le suore no (anche se le vedevamo solo di spalle). Che non si siano rese conto?

Uhm. C’è da dubitarne.

P.S. – Mi sa che ‘sta ragazza definitiva non è un brutto libro, mi dice L. il giorno dopo avendolo sfogliato allo stand Castelvecchi.

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